Elezioni (non troppo) indignate

Gli indignados di Sol sostengono che la vera democrazia sia in piazza con loro, e ostentano disinteresse per gli scontri di una classe politica che non li rappresenta più. Ma le urne di Spagna (tutto il paese è stato chiamato a votare ieri per le elezioni regionali e amministrative) consegnano l’avviso di sfratto all’ex stella del socialismo europeo Zapatero, che chiude definitivamente il suo ciclo politico. 

Il Partito Socialista (PSOE) subisce una disfatta storica. Nelle regioni, perde il controllo delle roccaforti di Aragona e Asturie (dopo la Catalogna, di cui avevamo parlato qui), esce sconfitto dalla decisiva battaglia della Castiglia-La Mancha e mantiene il governo solo in Estremadura – dove dovrà condividerlo con la sinistra radicale di Izquierda Unida (IU). Ma se questi risultati erano abbastanza prevedibili, più impressionanti sono quelli che si riferiscono alle città: i socialisti devono lasciare ai loro avversari le alcaldías di Barcellona e Siviglia (come se il centrosinistra italiano avesse perso i comuni di Torino e Bologna), mentre vengono doppiati in numero di voti e consiglieri nelle aree di Madrid e Valencia, che premiano con un consenso record il Partito Popolare (PP) di Mariano Rajoy.

Il leader popolare vede spalancarsi le porte del governo, perché le elezioni politiche si terranno l’anno prossimo ed è difficile immaginare un’inversione di tendenza, e il PSOE rischia di trasformarsi permanentemente nella forza minoritaria del bipartitismo spagnolo, proprio mentre il movimento degli indignados conquista il campo alla sua sinistra, in direzione di Izquierda Unida. Il cambiamento è molto significativo, perché mentre durante gli anni del governo socialista il PP rimaneva radicato in alcune aree del paese, il voto di ieri cancella il PSOE dalla mappa politica della Spagna.

La Repubblica di Sol aveva invitato a scegliere tra le terze forze per esprimere dissenso verso i due principali partiti, considerati quasi la fotocopia l’uno dell’altro, e verso la legge elettorale poco rappresentativa che favorisce un bipartitismo quasi perfetto. Con un’affluenza in leggero aumento, pochissimi dei voti persi dai socialisti (-7,5%) sono andati più a sinistra (IU cresce dello 0,8%): la nuova formazione centralista UpyD (Unione per il Progresso e la Democrazia) ottiene il 2%, ma è forte nella regione di Madrid, mentre il resto si fraziona in direzione dei piccoli partiti regionalisti, presenti quasi ovunque, che ottengono discreti risultati nelle rispettive zone di appartenenza, e verso il PP. Nel Paese Basco è da sottolineare lo straordinario risultato della sinistra indipendentista (Bildu), che con il 25% dei voti, ottenuti in particolare nei piccoli centri, potrebbe arrivare a condizionare gli equilibri nazionali (il partito basco moderato è un alleato del governo Zapatero).

Dunque, l’impatto elettorale della protesta è stato molto limitato. Questo dato ci invita a riflettere su come un evento dal significato simbolico così potente ed evocativo, capace nel caso egiziano di esprimere la lontananza di un popolo dal tiranno che lo dominava, abbia difficoltà ad influire direttamente sulla politica di un paese democratico come la Spagna. I ragazzi di Sol dovranno dunque darsi molto da fare se vorranno che la loro esperienza lasci una traccia visibile nella vita del loro paese, a cominciare dalle rivendicazioni di una nuova legge elettorale, maggiore coinvolgimento del popolo nelle decisioni politiche, maggiore attenzione alle questioni e problemi che riguardano i giovani.

Una buona occasione potrebbe essere offerta dalle elezioni primarie che nei prossimi mesi decideranno il successore di Zapatero a capo del PSOE tra il ministro degli Interni Alfredo Pérez Rubalcaba e la ministra della Difesa Carme Chacón. Gliindignados dovrebbero approfittare della necessità dei candidati alla ricerca di consenso di aprirsi alla società per portare i loro temi dalla piazza al dibattito interno al partito: nonostante l’attuale sfiducia di cui godono, i socialisti restano sempre, per forza, il referente politico ultimo della folla multicolore ed eterogenea che ha conquistato la Puerta del Sol in questi ultimi giorni.

La prima grande tornata elettorale post crisi vede una vittoria della destra. Questo perché il governo socialista (per una serie di motivi) ha scaricato i costi della crisi sulle fasce più deboli e non è stato ancora capace di elaborare un programma economico alternativo alla crescita a tutti i costi.

In Francia, nonostante l’impopolarità di Sarkozy, la sinistra non riesce a proporre un’alternativa credibile e la battaglia per vincere le presidenziali post-crisi è totalmente interna alla destra. Anche la sinistra italiana – ancor di più alla luce dei risultati delle amministrative – deve procedere nell’elaborazione di un nuovo e strutturato programma economico, oppure non abbiamo speranza di cambiare i presupposti negativi del sistema Italia e gli elettori che le stanno dando fiducia ora potrebbero non tornare a votare.

L’urgenza della sinistra spagnola è dare una risposta al dramma sociale che c’è nel paese. Questa è una sfida europea. Perdere questa sfida significa abbandonare i paesi d’Europa all’idea che la chiusura in sè stessi e la difesa dei privilegi siano l’unica via per affrontare le sfide di questo inizio secolo. Inoltre significherebbe ammettere l’implicita inutilità dell’Unione Europea, che non reggerebbe il colpo. Dunque i progressisti dovrebbero essere consapevoli dello snodo fondamentale che stiamo attraversando e impegnarsi a costruire un’ipotesi di futuro su basi nuove.

(Riccardo Pennisi)

8 commenti

Archiviato in elezioni, Europa, partiti, sinistra

8 risposte a “Elezioni (non troppo) indignate

  1. Valerio

    Il PSOE ha ancora più di un anno per cambiare la legge elettorale in un proporzionale più o meno puro, questa credo sia la minima risposta possibile per Piazza del Sol.

    Anche perché il cambio di sistema elettorale è una di quelle riforme “di sinistra” a costo economico zero (riforme che Zapatero ha fatto in abbondanza), mentre tutto il resto delle cose che gli indignati chiedono è impraticabile per un partito compromesso con il FMI, e che, effettivamente, non ha mai dimostrato di essere avverso al neoliberismo, a dir la verità anche quando non c’era la crisi.

    Forse è il caso che anche noi si rifletta sul fatto che il proporzionale è il sistema elettorale più democratico, quello più rappresentativo, quello che premia la buona politica e i programmi invece che i cacicchi locali e i leader nazionali sovraesposti in TV.
    Insomma il sistema giusto per l’Italia, magari con sbarramento al 2,5%, o più basso (il 5% tedesco è un insulto al rinnovamento e alla democrazia).

    In Spagna mi sembra di capire che IU non conti nulla, pur avendo in molte regioni poco più del 10%, è ovvio che un sistema in cui un partito al 10% non conta nulla è un sistema in cui il rinnovamento è impossibile e le forze di critica diventano anti-sistema.

  2. Se tutto ‘sto movimento ha come unico scopo un proporzionale più proporzionale (in Spagna come in Italia il proporzionale già c’è…) direi che sono proprio poca cosa questi indignatos.

    La Spagna è sull’orlo del baratro economico e non ha grande spazio di manovra sul piano della finanza. A questo punto o la sinistra dà per persa la partita e si lancia in una campagna elettorale ideologica per ridurre i danni oppure prova a governare il paese per un altro anno andando incontro ad un massacro elettorale. Il bene pubblico si diceva.

    Sul fatto che il proporzionale sia un sistema più democratico alzo i sopraccigli: povere democrazie deboli in Inghilterra, Francia e USA, dovrebbero proprio imparare dalle mature democrazie spagnole, tedesche e italiane… Da noi sì che la democrazia è assicurata.

    Ciao
    Stefano

  3. Riccardo Pennisi

    Cari Valerio e Stefano, vi ringrazio per i contributi alla discussione.

    Valerio: effettivamente, almeno tentare di modificare la legge elettorale sarebbe certamente un gesto di attenzione nei confronti dei giovani di Puerta del Sol. Servono delle precisazioni però: in Spagna la legge elettorale è già proporzionale, e i seggi vengono assegnati su base provinciale, cosa che favorisce grandi partiti nazionali e i partiti regionali. Dunque, un partito nazionale del 6% (come può essere Izquierda Unida), avrà meno di cinque deputati, perchè è minoritario in tutte le province. Forti partiti locali, come i catalani di Convergencia i Unió (CiU), o i baschi del Partido Nacionalista Vasco (PNV), possono ottenere anche 15 deputati, perchè nelle loro regioni ottengono il 30% dei voti, anche se a livello nazionale sono intorno al 2%.
    L’altra caratteristica della legge elettorale spagnola è la presenza di liste bloccate, proprio come accade in Italia dal 2006 grazie alla Porcata di Calderoli, che garantisce ai partiti il controllo ferreo sui candidati, come si è visto in queste elezioni in cui le liste sono state riempite di plurinquisiti per corruzione.
    Dunque, il parlamento spagnolo è composto di forze che hanno tutto l’interesse a mantenere la legge elettorale così com’è. Modificando la ripartizione dei seggi da base provinciale a base nazionale, cosa che favorirebbe la rappresentatività, il Partito Socialista rischierebbe una seria concorrenza da parte di Izquierda Unida, sia in Parlamento che nelle urne (finalmente sarebbe percepita come alternativa praticabile). Tutti questi fattori mi portano a pensare che la legge elettorale in Spagna non sarà modificata finchè non cambia la Costituzione, che è la sua base teorica.

    Stefano: come detto, la legge elettorale spagnola è particolarmente poco rappresentativa e democratica. Dunque cambiarla sarebbe davvero significativo per il sistema politico iberico. Non è strano infatti che questa rivendicazione apparentemente tecnica sia inserita nelle richieste degli indignados di Sol (che tra l’altro, almeno gli organizzatori, hanno una certa continuità politica con i temi peculiari di Izquierda Unida, la forza più penalizzata dalla legge elettorale).
    La sinistra spagnola, secondo me, ha bisogno di un’autocritica sincera e di una ricostruzione profonda: paga (duramente) il fatto che le sue posizioni in economia sono ancora quelle di Tony Blair (crescita e così sia), mentre il XXI secolo si sta incaricando di spiegarci che il punto è un altro. Se non si impegneranno in questo, potrebbero sempre mettersi alla testa delle proteste contro le privatizzazioni che inizieranno appena il PP prenderà il potere. Ma non è detto che avranno l’autorità per farlo, nè che gli basti per recuperare consenso.

  4. Valerio

    Mai pensato che USA ed UK siano modelli di democrazia, anzi sono sistemi poco democratici, in cui il bipartitismo è una gabbia obbligatoria (e quindi, sopratutto gli USA, fortemente orientati alla bassa partecipazione politica).

    Quei sistemi sono il vecchio, il paleolitico della democrazia, basati ancora su pratiche in vigore nel XVIII e nei primi decenni del XIX secolo, ovvero pensati per sistemi liberali con un suffragio limitato.

    Un buon sistema elettorale (con un “vero” proporzionale) è una delle richieste storiche (ed oggi dimenticate) della sinistra novecentesca, non a caso il sistema francese fu imposto, quasi dittatorialmente, da tale de Gaulle per fermare la sinistra.

    Non credo sia un caso se l’affermarsi della nuova destra e dei paradigmi neoliberisti sia andato di pari passo con l’instaurazione di sistemi elettoriali penalizzanti per le minoranze ed orientati verso il maggioritario o le liste bloccate.

    Un sistema come il proporzionale incoraggia la partecipazione, da rappresentanza e voce alle minoranze critiche, favorisce la formazione di governi di coalizione, impedisce a chi detiene il potere sui media di trasferire tutto il suo peso informativo in peso politico, perché comunque lo costringe a misurarsi con le maggiori minoranze.

    Il maggioritario crea solo dittature della maggioranza e alla fine favorisce i poteri forti.
    Importanti riflessioni in merito le puoi trovare in vari scritti di Luciano Canfora.

    Grazie a Pennisi per le precisazioni sul sistema spagnolo, che non capivo.
    Effettivamente, essendoci in gioco i partiti locali, la trasformazione sarà molto difficile.
    Questo, tra l’altro, spiega perchè si stiano formando anche partiti locali anti-storici, ovvero è ovvio che in Galizia, Navarra e Catalogna esistano partiti locali, meno scontato che ve ne siano in Aragona, Castiglia e Andalusia, tutte regioni abitate da “castgliani etnici”.

  5. Riccardo Pennisi

    Giusto Valerio! E un altro motivo della proliferazione di partiti regionalisti in Spagna anche nelle zone dove non c’è una nazionalità locale è che il sistema autonomista spagnolo è a geometria variabile, cioè ogni regione negozia con il centro le proprie competenze. E quindi puoi immaginare il peso politico che assume un gruppo parlamentare regionalista soprattutto nei casi, come l’attuale legislatura, in cui il partito di governo non ha la maggioranza assoluta dei seggi.

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  8. cosimo

    chi le forma le liste bloccate in Spagna? I segretari politici come in Italia?

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