La Milano che non può votare

Questo fine settimana si svolgera’ il secondo turno di importanti elezioni amministrative nella seconda e nella terza citta’ italiane. E’ giusto guardare ai dati dell’affluenza alle urne per capire lo stato di salute delle nostre democrazie locali. Allo stesso tempo, non si possono ignorare le centinaia di migliaia di abitanti di quelle citta’ che in quelle percentuali non e’ rappresentato. Ci troviamo di fronte al paradosso di citta’ con sempre meno elettori ma sempre piu’ residenti effettivi: la citta’ formale assomiglia sempre meno a quella reale. Milano e’ da questo punto di vista un esempio perfetto.

L’elezione del sindaco: un affare di pochi intimi? A partire dagli anni settanta, le nostre grandi citta’ – ed in particolare il capoluogo lombardo – hanno perso centinaia di migliaia di residenti, prevalentemente a favore dei comuni delle loro aree metropolitane. La Milano del 1971, con i suoi 1.730.000 abitanti circa e’ ormai lontana ed irraggiungibile, nonostante l’entusiasmo demografico della politica urbanistica della giunta uscente. Oggi, a seguito di qualche (timido) segno di crescita, la popolazione residente e’ risalita a 1.322.000 persone. Eppure l’elezione del sindaco e’ sempre piu’ un affare di pochi intimi. Vediamo qualche numero. Nel 2006, il numero di elettori milanesi scendeva, per la prima volta dopo decenni, al di sotto della soglia del milione riducendosi in occasione del turno elettorale di dieci giorni fa a 996.000 persone, di cui solo 673.000 si sono poi recate effettivamente alle urne. Considerate che ancora nel 1993 – anno di elezione del leghista Marco Formentini a sindaco della citta’ – con una popolazione residente di poco superiore a quella di oggi, gli aventi diritto erano 1.195.000 e i votanti 935.000, rispettivamente circa 200.000 e 250.000 in piu’ rispetto a quanto accaduto dieci giorni fa: piu’ o meno l’equivalente di citta’ medie quali Brescia e Padova. Questo accade non solo perche’ si e’ ridotto (di poco) il numero dei residenti e la percentuale degli aventi diritto che va effettivamente a votare – l’affluenza dieci giorni fa e’ stata del 67,6% , sempre nel 1993 aveva invece raggiunto il 78%, ma anche perche’ – come vedremo – fra residenti senza diritti (stranieri non comunitari) e residenti effettivi ma non formali (italiani e comunitari non registrati) ormai il Consiglio Comunale si e’ trasformato in uno specchio davvero appannato della realta’ della citta’.

“Mi dispiace, ma non voto a Milano”. E’ questa una delle risposte piu’ comuni alle sollecitazioni di chi, in questi giorni, porta avanti la campagna elettorale per il ballottaggio a Milano. A deludere gli attivisti di Giuliano Pisapia e Letizia Moratti non sono soltanto pendolari e city-user, vale a dire quel mezzo milione di persone circa che ogni giorno si svegliano in un qualche comune del bacino metropolitano della citta’ per poi partire alla volta di Milano, dove vi spenderenno un’intera giornata di lavoro o di studio. Ma anche le decine di migliaia di persone che a Milano effettivamente vivono senza avere il diritto di partecipare alla scelta di chi amministrera’ la citta’. Si tratta di esclusi di diverso tipo: da una parte italiani e comunitari che non risiedendo formalmente in citta’ non accedono al diritto di voto amministrativo; dall’altra stranieri non comunitari che pur essendo residenti non possono – per le ragioni che conosciamo – partecipare ne’ passivamente ne’ attivamente alle elezioni municipali. Partiamo dalla forma di esclusione meno dolorosa anche perche’ frutto della decisione (spesso, non informata) di chi ne e’ oggetto. Milano e’ una delle capitali delle nuove migrazioni interne: non piu’ operai e manovali con le valigie di cartone in arrivo su un qualche espresso a lunga percorrenza, ma giovani qualificati e di buona famiglia in arrivo con qualche compagnia low-cost o a bordo dell’alta velocita’ dalle nostre regioni meridionali e non solo. Fra i tantissimi che vengono a Milano a studiare, molti ci rimangono anche per lavorare occupando spesso le tante – quantomeno prima della crisi – posizioni precarie offerte dal mercato del lavoro della citta’. Una ricerca commissionata dalla Camera di Commercio stimava, sulla base di dati relativi all’inizio dello scorso decennio, in circa 125.000 i membri della cosiddetta “popolazione non residente alloggiata” (Pnra). “Di questi – si leggeva nella stessa ricerca – poco meno di centomila erano da considerare contribuenti locali a tutti gli effetti oggetto di una situazione di taxation without representation”. Dei membri della Pnra e’ piena la citta’: dagli uffici dei suoi settori economici piu’ innovativi fino ai luoghi della sua vita ricreativa e del consumo culturale, passando per alcuni quartieri storici valorizzati dal loro arrivo in veste di abitanti o di consumatori. Poi ci sono gli stranieri regolari, la cui esclusione politica e’ invece pienamente subita. A Milano, gli ultimi dati parlano di una popolazione di circa 217.000 stranieri regolarmente residente ed iscritti all’anagrafe della citta’. Di questi, dieci giorni fa, avrebbero potuto esercitare il diritto di voto – se lo avessero voluto – 53.620, vale a dire il 5,64 per cento dell’elettorato totale. Molti di questi sono residenti comunitari, fra i quali i tassi di iscrizione alle liste elettorali sono comunque rimasti straordinariamente bassi: su un totale di 22.000, solo 3700 circa si sono iscritti nelle liste elettorali in vista di queste elezioni amministrative. Per la stragrande maggioranza degli stranieri non comunitari, la porta della partecipazione politica e’ rimasta invece serrata.

Includere gli esclusi: un imperativo per la sinistra urbana Combinando i dati dei residenti senza diritto di voto (la maggioranza degli stranieri non comunitari) e dei residenti di fatto ma non formalmente (i membri della citata Pnra), le dimensioni dell’esercito degli esclusi sono cosi’ tali da suggerire l’immagine di una democrazia urbana amputata. E, per giunta, amputata di alcune delle sue parti piu’ vitali. Infatti, le assenze sono significative non solo dal punto di vista quantitativo, ma forse ancor di piu’ da quello qualitativo: intuitivamente, l’iscrizione nelle liste elettorali di stranieri regolari e abitanti non residenti abbasserebbe infatti l’eta media degli elettori aumentando l’incidenza degli attivi sul totale del corpo elettorale. La loro partecipazione attiva avrebbe implicazioni importanti sulla forma ed i contenuti dell’agenda politica delle nostre citta’ e delle loro amministrazioni: la trattazione pubblica di ambiti quali la gestione degli spazi pubblici, la fornitura di servizi sociali sia tradizionali sia innovativi, le politiche culturali e della mobilita’ risulterebbe almeno in parte riformulata se la voce di questi soggetti facesse parte di quelle legittimamente presenti nell’arena locale. Non si tratta solo di rivendicare il diritto di voto per chi non lo ha, ma anche di impegnare risorse e progetti affinche’ questo diritto – una volta ottenuto – sia effettivamente esercitato, contribuendo al buon funzionamento delle nostre democrazie locali. Allo stesso tempo, si tratta anche di incentivare quei tanti abitanti (i Pnra) – che vivono e usano la citta’ contribuendo alla sua economia ed alle sue finanze locali – a diventarne cittadini a tutti gli effetti. Nella politica urbana del XXI secolo, uno dei discrimini principali e’ quello fra chi vuole allargare la base democratica delle istituzioni locali e chi vuole invece restringerla: solo cosi’ potremo edificare, mattone dopo mattone, citta’ piu’ giuste, coese e sicure di quelle che abbiamo ereditato.

(Alessandro Coppola, articolo apparso su Rassegna.it)

2 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, elezioni

2 risposte a “La Milano che non può votare

  1. Lorenzo Fanoli

    Molto giusto. Pensa che io lavoro in un ufficio che sta uin Viale Famagosta dove ci sono 500 persone e la maggioranza non votano perche’ residenti nell’himterland.
    Bisogna tener conto che molte di queste persone non vivono in città per questioni di costi delle abitazioni e della vita milanese. Forse non è una sesclusione “dolorosa” ma sempre di esclusione di clasee si tratta.
    In ogni caso vi sono decisioni poltico- amministrative che verranno prese dalla giunta milanese (pensiamo solo Trasporto P ubblico Locale o alla sceneggiata sull’Ecopass) che toccheranno eccome questa fetta di popolazione che è fondamentale per la città e per la su “floridità” economica. Per questo bisogna correre in fretta verso l’istituzione delle aree metropolitane.

  2. Valerio

    Aggiungo una considerazione: facciamoli votare almeno ai referendum, in particolare tutti si mobilitino per far si che gli studenti fuori sede (che sono una piccola ma non trascurabile percentuale del totale dei residenti non votanti) e gli immigratti interni siano coinvolti nel processo referendario.
    A Torino stiamo cercando di farli diventare rappresentanti dei comitati nei seggi, in modo che possano votare senza dover tornare a casa loro.

    Tenete presente che in questo referendum (a differenza di altri) saranno conteggiati i voti degli italiani all’estero, alzando ulteriormente il rischio di mancato quorum…

    Aggiungo un link con le considerazioni di un pakistano sulla “islamizzazione” di Milano in caso di vittoria di Pisapia, come dichiarato dal bauscino bi-losco (guardateve l’etimologia di Berlusconi…).
    http://italianidicartagine.blogspot.com/2011/05/milano-islamica.html

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