Le mani in tasca agli italiani

Questo governo si è sempre vantato di rimettere a posto i conti pubblici “senza mettere le mani in tasca agli italiani”.  E’ una delle sue tante bugie, tanto più pesante se letta alla luce di quanto affermato ieri dalla Corte dei Conti: ci aspettano tempi duri, altri “sacrifici inevitabili” per “risanare i conti”. Un ritornello sentito già mille volte, più o meno dai primi anni novanta: l’epoca delle grandi manovre finanziarie ma anche, come abbiamo scritto qui, del significativo aumento delle disuguaglianze. Tra il 1991 ed il 1993 la concomitanza tra la crisi economica e le politiche di rigore finanziario portò ad un aumento delle disuguaglianze del 5%. Non abbiamo più recuperato quello squilibrio e ancora non si sa quanti e quali aumenti dell’indice di Gini (che misura appunto le differenze di reddito all’interno di un Paese) siano stati prodotti dall’attuale crisi combinata con le politiche di Giulio Tremonti. Vediamo infatti con che criterio agisce questo governo quando afferma di non chiedere soldi agli italiani.

Il primo caso in cui si conferma che questa affermazione è una bugia è quella che potremmo definire la “tassa sulla costruzione del regime”: avevamo scritto qui di come questa campagna fosse l’ennesimo esempio di un’evoluzione autoritaria della nostra democrazia, dove l’opposizione aveva pochissimo spazio in TV e mezzi assolutamente inferiori a quelli del governo. La sconfitta della candidata governativa a Milano e l’insuccesso di quello che era stato presentato a Napoli (qui abbiamo spiegato come i voti a Lettieri siano calati rispetto a quanto ottenuto da Caldoro un anno fa) hanno spinto il governo a premere sull’acceleratore: ancora più razzismo, con toni degni dei peggiori partiti xenofobi e islamofobi in Europa, e un uso ancora più disinvolto della TV. Il comizio a reti unificate di Berlusconi di venerdì scorso è stato “punito” con delle multe da parte dell’autorità per le Comunicazioni (qui il testo del provvedimento): i due telegiornali pubblici che si sono prestati al gioco “pagheranno” in totale 358.230 euro. Le virgolette al verbo sono d’obbligo perché, come tutti hanno capito, a pagare saranno quelli versano il canone. Per la precisione, l’importo della multa è equivalente a 3242 versamenti di altrettante famiglie. In pratica è come se un piccolo comune italiano avesse deciso, in blocco, di pagare ad uno degli uomini più ricchi del pianeta uno spot a reti unificate in piena campagna elettorale.

E questo è solo un piccolo contributo a fronte di quanto già versato con le finanziarie degli anni passati e a quanto ci aspetta. Secondo la Corte dei Conti bisognerà ridurre le spese per almeno 46 miliardi di euro. Si dirà “ridurre gli sprechi” oppure “tagli agli enti locali” che detto così fa pensare a qualche auto blu in meno e un po’ di privilegi in meno per “la casta”. E invece, in concreto, finora ha significato meno servizi pubblici e più spese per chi ha bambini (sono aumentate rette degli asili nido e mense), meno possibilità di avere pensioni di invalidità, meno assistenza ai non autosufficienti, più solitudine ed emarginazione.

Facciamo un esempio concreto, un settore sottoposto alle “riforme” e alla “lotta agli sprechi” di questo governo: l’università per la quale i tagli dal 2008 ad oggi sono stati ingenti. La notizia di questi giorni è che finalmente qualcuno (non qualcuno a caso: lo stesso Ministero della Gelmini) ha calcolato quanta parte dei costi per la formazione universitaria sia passata sulle spalle degli studenti e delle famiglie: l’aumento negli ultimi anni è stato del 24%, l’8% in più solo l’anno scorso. Ora andare all’università costa poco meno di 1000 euro l’anno, quattro anni fa costava 757 euro. Cifra alla quale bisogna aggiungere il costo dell’affitto per i fuorisede e poi i trasporti, i libri etc. Sarà un caso se negli ultimi due anni gli iscritti alle università pubbliche sono diminuiti del 10%? Certo, il declino degli iscritti ha a che fare con altri fattori ma forse l’idea di dover pagare sempre di più per un titolo che vale sempre di meno forse ha contato. La disuguaglianza tra i banchi dell’università, in realtà, nasce già al liceo: come ci dicono i dati Almalaurea, chi va al liceo ha più probabilità di andare all’università di chi è andato ai tecnici e ai professionali. E continua anche dopo tra chi può permettersi di studiare e basta e chi deve anche lavorare.

Non sono solo i “tagli di spesa” ad infierire sulle disuguaglianze: sono anche i tagli delle tasse, come quello fatto da questo governo sull’ICI per i più ricchi – per i più poveri ci aveva già pensato il centrosinistra, che però dimenticò di dirlo nella campagna elettorale del 2008. L’operazione di Berlusconi e Tremonti sull’ICI ci costò 2 miliardi di euro. Chi ne beneficiò? Ne parlammo qui: per il 70% la metà più ricca della popolazione, per essere più precisi un quarto della cifra beneficiò il 10% più fortunato, quello che detiene già oggi la metà delle ricchezze del Paese.

Cifre da tenere a mente visto che presto si riparlerà di “sacrifici inevitabili” e che ricadranno, se al governo ci saranno ancora Berlusconi e Tremonti, sempre sulle stesse spalle. Quelle meno larghe. Saprà l’opposizione di centrosinistra dimostrare che non è inevitabile colpire la parte più povera della popolazione? Anche da lì passa la sfida per il governo. Chi non ci è riuscito, come Zapatero, ha già cominciato a pagarne il prezzo.

(Mattia Toaldo)

3 commenti

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3 risposte a “Le mani in tasca agli italiani

  1. Gloria Malaspina

    Questa è la realtà. Con, in aggiunta, l’altra faccia della medaglia, che nell’articolo si intuisce ma non si approfondisce (non è un limite dell’articolo, ma del taglio di approfondimento che si è scelto): il pagare meno tasse da parte dei ricchi (bello, poter usare questo termine senza sentirsi tacciare di “vetero-qualche cosa” e schierandosi) e continuare a pagarle in maniera consistente da parte della classe media – leggi: lavoratori dipendenti e non evasori – non mantiene neanche l’equilibrio necessario ad offrire servizi e a rispettare diritti soggettivi (quelli legati alla disabilità, alla non autosufficienza, per esempio, o alla malattia). Quindi, l’altra faccia della medaglia è che chi ha più bisogno di accedere ai servizi non può farlo, se non pagandosi servizi privatamente – se può – o sottoponendosi ad interminabili procedure di accertamento, spesso senza successo. Parallelamente, giova ricordare che l’accesso ad alcune prestazioni relative all’assisstenza o alla sanità è subordinato alla presentazione della dichiarazione dei redditi: chi nel corso dell’anno ha perso un reddito da lavoro può vedersi negato l’accesso, perché il reddito dell’anno precedente non era sufficientemente basso per consentirlo e non è stato messo in campo diffusamente – con norma nazionale – l’accertamento del reddito cosiddetto Isee puntuale, cioè qui ed ora. Solo un esempio in più di come le mani in tasca le hanno messe – eccome! – a chi le tasche già le svuotava di continuo.

  2. Gloria Malaspina

    Un piccolo aggiornamento di natura “locale”, relativo al Bilancio del Comune di Roma che sarà votato a breve: si prevedono tagli a servizi in capo alla potestà istituzionale del Comune, aumento delle tariffe in collegato-disposto con il federalismo fiscale di matrice governativa (L.42 del 2009 e successive decretazioni), privatizzazione dei servizi di mobilità e Ama…forse le mani le mettono in tasca, visto che con le privatizzazioni aumenterà il costo dei servizi per il cittadino. Grazie per l’attenzione.

  3. Valerio

    E non dimentichiamoci che è più faccile per un “ricco” evadere il fisco. Ovvero i lavoratori dipendenti le tasse le pagano tutte, indipendentemente dalla loro volontà, i piccoli lavoratori autonomi in genere le pagano tutte o quasi (e molte partite iva non guadagnanao abbastanza per pagare le tasse…), e la loro evasione non è organizzata da grandi studi di commercialisti specializzati.
    Invece la borghesia delle professioni e della piccola-media impresa ha mezzi e tempo per cercare di non pagare il fisco, grazie ad esperimenti di finanza creativa che l’ex commercialista Tremonti conosce molto bene, oppure, avendo sul libro paga uno specialista, ammortizzano questa spesa sfruttando i bug nel sistema.

    Quanti piccoli industriali hanno la barca a vela e non la pagano?
    Non solo, ogni anno la guardia di finanza trova centianai di evasori totali, e non si tratta certo di poveri cristi, artigiani senza arte nè parte o piccoli commercianti, ma di stimati professionisti, piccoli imprenditori, commercianti all’ingrosso, truffatori di lusso ecc.

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