Primarie? In Spagna dicono “stavolta no”

La prima decisione importante dei socialisti spagnoli, dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative, è di fare a meno delle elezioni primarie per scegliere il prossimo candidato alla presidenza del Governo. Abituati come siamo, da qualche anno a questa parte, a vedere nel ricorso alle primarie un’opportunità per rivitalizzare l’asfittica politica democratica nel nostro paese, restiamo a tutta prima piuttosto sbigottiti. Si è quasi spinti a credere che il PSOE, già punto di riferimento per larghi settori della nostra opinione pubblica progressista, si possa trasformare in poco tempo in paradigma di ogni errore possibile. È davvero così?

La questione è più complicata di come prima facie possa sembrare. Quando Zapatero annunciò, all’inizio di aprile, che avrebbe rinunciato ad aspirare per la terza volta alla premiership, comunicò che gli oltre duecentomila iscritti al partito avrebbero scelto attraverso elezioni primarie (previste dallo statuto del partito) la persona incaricata di succedergli come candidato presidente alle elezioni politiche in programma l’anno prossimo. Si profilava un confronto aperto fra Alfredo Pérez Rubalcaba, vicepresidente e ministro degli interni, e Carme Chacón, ministra della difesa. Confronto che, invece, non avverrà. La più giovane ministra, infatti, ha rinunciato a presentare la propria candidatura, dopo una settimana di forti tensioni nel seno del partito, provocate dalla richiesta di non celebrare delle primarie bensì un congresso straordinario. Richiesta formulata da una parte consistente del gruppo dirigente, affine al vicepresidente. Malgrado non sia stata accolta, il minaccioso aleggiare di tale proposta è servito ugualmente allo scopo: in campo è restato il solo Rubalcaba, che gode di maggior appoggio nell’apparato, e che alcune ricostruzioni giornalistiche ritengono essere stato l’ispiratore del sabotaggio delle primarie. Da sabato scorso è ufficialmente lui l’uomo che guiderà i socialisti nell’impresa, quasi disperata, di sconfiggere il Partito popolare che, attualmente, veleggia verso una sicura vittoria.

In questa sede non ci interessa diffonderci in ricostruzioni sugli equilibri di potere nel PSOE, quanto riflettere sull’accantonamento delle primarie a beneficio di un’investitura più “classica”, attraverso gli organismi del partito. Il nuovo candidato, infatti, è stato scelto, di fatto, dalla maggioranza dei segretari regionali (i cosiddetti barones), i veri detentori del potere nella struttura socialista. Le federazioni più importanti hanno fatto sentire il proprio peso, nei giorni immediatamente successivi alla sconfitta del 22 maggio, per far prevalere un punto di vista condiviso anche da non pochi analisti di area progressista o autorevoli ex dirigenti, come lo stesso Felipe González: in tempi di difficoltà, il partito deve dare prova di unità e non può fare mostra di  occuparsi, per molte settimane, esclusivamente di se stesso. Lo spettacolo di una lotta per “un posto di potere”, con l’inevitabile esibizione di divisioni e discordie “in famiglia”, non può essere la risposta alla crisi di consenso in cui versa il PSOE oggi: questo, nella sostanza, l’argomento che ha prevalso. La “ragion di partito” dev’essere sufficiente ad uscire dall’impasse, facendo designare al gruppo dirigente, senza inutili cerimonie, chi si assumerà la responsabilità della guida.

D’alemismo de’ nostros? In parte sì. Credere che affidare alla “base” una scelta importante rappresenti un’inaccettabile diminutio delle prerogative della classe dirigente, foriera di chissà quali nefaste conseguenze, è un viziaccio che si registra anche in terra iberica. Ritenere che discutere e dividersi fra opzioni distinte debba per forza di cose significare lo scatenarsi di lotte fratricide, e non invece compiere un esercizio di democrazia, rappresenta una manifestazione di paura e solitudine delle èlite politiche, ben più che una dimostrazione di fiducia nelle proprie “superiori” facoltà razionali. Permettere che qualcosa sfugga ai disegni prestabiliti, ammettere uno “spazio d’incertezza” da oltrepassare mediante un processo partecipato: tutto ciò viene considerato, a torto, un lusso che in politica non ci si può permettere. La crisi politica in cui versa il PSOE, insomma, è vissuta schmittianamente come una circostanza in cui istituire una sorta di “stato d’eccezione”, che riaffermi chi davvero detiene “la sovranità” all’interno del partito, ossia i barones: sospensione de facto delle primarie e incoronazione dell’uomo della provvidenza (e non della donna, guarda caso…) da parte del notabilato.

Se tutto questo è vero, bisogna ammettere, tuttavia, che altri elementi  inducono a tenere in seria considerazione alcune preoccupazioni dei “sabotatori delle primarie”. Il PSOE è un partito vero, una specie estinta nel nostro paese da almeno vent’anni, eccezion fatta, forse, per Rifondazione sino all’ultima scissione. Un partito “vero” significa un’entità che celebra congressi, nei quali, oltre a scegliere la dirigenza, si discute e decide sul serio una linea politica impegnativa per tutta l’organizzazione, che almeno per i quattro anni successivi si cerca di tradurre in politiche concrete – dal governo o dall’opposizione. In Italia, non si sa nemmeno se il partito a cui si ha la ventura di essersi iscritti esisterà ancora, quattro anni dopo. (Non che sia per forza un male: conosciamo tutti le specificità del “caso italiano” e non è il caso di tornarci su ora). E dunque, se nel nostro paese, in presenza di partiti liquidi (o fossili), le primarie sono spesso l’unica occasione per un confronto di idee e programmi sulla base del quale scegliere una leadership che possa godere di un minimo di legittimità, i socialisti spagnoli dispongono della possibilità di discutere ordinatamente, in maniera più meditata e attraverso regole certe, documenti programmatici aperti alla possibilità di emendamenti e integrazioni. E di selezionare i dirigenti – che quasi sempre coincidono con i candidati alle cariche monocratiche di governo – sulla base di opzioni ideologico-politiche definite collettivamente, lontano da personalismi.

Trovarsi di fronte ad una scelta semplicemente fra due persone era il rischio che stava correndo il PSOE. Tra Rubalcaba e Chacón, infatti, a parte il genere (un dato politicamente “sensibile”, va ammesso), non si conoscono divergenze sostanziali: entrambi sono stati – lei sin dal primo momento, lui da un istante dopo – pedine fondamentali nello scacchiere di Zapatero, che non ha caso ha affidato loro dei ministeri di primo piano nell’ultima legislatura. Nessuno dei due, per dirla banalmente, è “più a sinistra” o “più a destra”, nelle politiche economico-sociali o in quelle sull’assetto delle autonomie, o negli affari esteri. Una è una quarantenne catalana laureata in giurisprudenza, l’altro un sessantenne dottore in chimica nato in Cantabria: per il resto, nulla di significativo li separa, essendo peraltro entrambi militanti socialisti sin dagli anni giovanili. Ambedue godono, fra i ministri in carica, di un alto indice di popolarità. Rebus sic stantibus, sono davvero delle elezioni primarie riservate ai 200mila iscritti lo strumento per definire un nuovo progetto politico di lungo periodo (ammesso che davvero lo si voglia)? Servono a cercare di tornare a comunicare con i settori sociali che hanno voltato le spalle al PSOE alle amministrative? Avrebbero detto qualcosa, primarie siffatte, alle migliaia di indignados che stanno occupando da più di due settimane la Puerta del Sol a Madrid o Plaça Catalunya a Barcellona? Può essere legittimo dubitarne.

Per un partito “vero” ma disorientato, far scegliere il candidato ai venti dirigenti che contano, con una rapida decisione “di palazzo”, dunque, può essere, in questo momento, più utile che celebrare primarie “fra persone” e non “fra progetti”. Ora il PSOE è nelle condizioni minime per tentare di risalire la china, se ne avrà volontà e capacità. Certo, se i suoi barones, o lo stesso Rubalcaba, pensassero che il grosso sia fatto, si sbaglierebbero. È ineludibile un’analisi seria – e dolorosa – delle ragioni del deragliamento di un progetto socialdemocratico “in un paese periferico d’Europa” nei tempi difficili della crisi del debito. Un impegnativo compito di riflessione e ricerca che i dirigenti del PSOE non possono pensare di fare senza i propri militanti, che si celebrino le primarie o meno. E non solo: oltre che con i duecentomila che hanno in tasca la tessera  con la rosa nel pugno, una via d’uscita dalla crisi andrà necessariamente cercata insieme a quei tantissimi potenziali (o ex) elettori socialisti, che hanno finalmente smesso di celare la propria indignazione, accampandosi nelle piazze di Spagna.

(Jacopo Rosatelli)

1 Commento

Archiviato in elezioni, Europa, partiti, sinistra

Una risposta a “Primarie? In Spagna dicono “stavolta no”

  1. Valerio

    Nessuno più di me, e lo sai, amava i partiti “veri”, dopo tutto un annetto di militanza in rifondazione me lo sono fatto, anche per questo.

    Però le primarie servirebbero eccome in una situazione come quella spagnola proprio per recuperare gli indignados, ovvero basterebbe avere un terzo candidato, anche alla fine perdente me disposto a fare campagna per il vincitore, per ricompattare un partito che ha perso i contatti con la realtà e con la sua ideologia (se sei liberista non sei socialista, punto).

    Per questo ritengo che questo sia un grave errore per il PSOE, che porterà ad una sicura vittoria dei popolari (del resto, francamente, anche da qui preventivabile). Ed una più decisa macelleria sociale (i socialisti prestati al neo-liberismo sono comunque meglio dei “veri” neoliberisti, anche nelle politiche economiche).

    Spero che almeno IU ne sappia approfittare rigenerandosi, con un bagno in piazza del sol, forse sono proprio i soggetti definiti “radicali” o “estremi” quelli a cui bisogna affidare la riformulazione dei paradigmi di sinistra in Europa, perchè “privi del peccato” blariano di cedimento all’ideologia dell’avversario e disposti a considerare il FMI o la BM per quello che sono.
    Nemici della democarazia e dei popoli.
    Semplificando Il Male.

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