L’anticristo Berlusconiano e i suoi Katechontes

Il katechon è una figura teologica antica che la fede cristiana e il pensiero teologico-politico
occidentale hanno riferito a diversi attori storici. Nell’oscura formulazione di San Paolo, è una
potenza nemica che impedisce la manifestazione dell’Anticristo nei tempi ultimi e contrasta così
anche l’avvento del regno di Dio. Di lì a un centinaio d’anni, per alcuni intellettuali cristiani, meno ansiosi di assistere alla fine della storia e più allettati dal secolo, il katechon assumerà le fattezze politico-istituzionali dell’impero romano; per Carl Schmitt, come noto, esso è impersonato dal Sacro Romano Impero dei re germanici. Non so se Marx ed Engels abbiano mai utilizzato la figura del katechon, ma, nel loro caso, si sarebbe attagliato benissimo a socialisti piccoloborghesi come Eugen Dühring.

Il giudizio sul katechon dipende, in ultima istanza, dalla valutazione che si dà del presente storico e di conseguenza della sua trasfigurazione radicale nel tempo a venire: in sostanza, se sei un apocalittico, il mondo in cui vivi ti fa orrore e attendi con ansia la sua consumazione finale, allora il katechon è il tuo avversario dichiarato, complice e strumento del nemico assoluto; se sei invece un cultore degli assetti politici e istituzionali presenti, se le potenze che reggono il mondo tutto sommato ti piacciono, e soprattutto temi come la morte il caos che seguirà alla loro dissoluzione, allora il katechon è il tuo migliore alleato. In ogni caso, il katechon è una forza che trattiene, una potenza frenante, che ostacola l’avvento di qualcos’altro di più grande e potente di lui. È una figura reattiva, che, per chi aspira al cambiamento, diventa necessariamente reazionaria e regressiva.

Ebbene, per una sinistra italiana reduce dal galvanizzante, perché netto e generalizzato, successo di questo turno di elezioni amministrative; per una sinistra che ha in Silvio Berlusconi un avversario sfinito ormai alle corde, prossimo a trasfigurarsi in nemico finale esibendo coda e corna nello scontro ultimo dell’armageddon referendario; per una sinistra che vive una fase storica che vedrebbe volentieri consumata e travolta da una nuova era politica e economica, sociale e culturale, etica e ambientale, gli antagonisti interni, i sediziosi tafazzisti, gli ermeneuti rovescisti, gli eternamente smentiti strateghi e statistici da campagna elettorale si sono trasformati in autentici katechontes. Persone che hanno tutto da perdere con la fine dell’epoca attuale e con l’avvento della successiva. Persone che temono la nuova era, esattamente come la paventa l’Anticristo serpentiforme – il biscione dell’apocalittica postmoderna – che, da 17 anni, ora lo sappiamo, essi tengono in sella e tutelano da una fine che contribuiscono a trattenere.

Su Repubblica del primo giugno (p. 13) ne troviamo quattro, quattro come i cavalieri di un’Apocalisse protestataria, negativa, che si oppone a quella positiva e progressista in arrivo, o forse già in corso: sono tutti esponenti del PD. Questi signori, confermano gli addetti ai lavori accreditando sospetti che il povero, ma scaltrito, elettore aveva già avuto il tempo di covare, stanno già trattenendo il loro scalpitante segretario dal legarsi mani e piedi alla causa referendaria: «consigliano prudenza» – leggiamo sconfortati – «secondo lo schema del non intestarsi un probabile fallimento». Non candeggiare fino in fondo il giaguaro, Pierluigi, e se perdiamo?

Ma, a nostro avviso, sacri testi alla mano, in questo avvertimento c’è molto di più di una tatticistica viltà. Bisogna anzi leggervi qualcosa di assai più profondo e inquietante di un’espressione di pavido machiavellismo politico. Una delle più celebri caratteristiche delle figure associabili al maligno è quella di confondere la controparte, magari parlando lingue sconosciute – vedi il dalemiano «Modello Macerata» allorché si vince a mani basse a Milano, Napoli, Cagliari -, esprimendo concetti sfuggenti e apparentemente contraddittori – la «vocazione maggioritaria» quando si aggrega meno di un terzo dell’elettorato, o il «governo di decantazione», quando il filtro parlamentare ha il diametro di un bottone – o sbigottendolo con ragionamenti capziosi e sibillini – si veda chi, ad esempio,  dichiara che è «un bene che la prossima settimana ci siano i lavori parlamentari, così la campagna referendaria del Pd sarà un po’ più blanda». Ma è il sistema logico complessivo, che struttura e connette le loro argomentazioni, di oggi come di ieri, che tradisce la fisionomia katechontica dei leader democratici: non affondare ma il colpo del knock out quando l’avversario visibilmente barcolla e il pubblico, sugli spalti, non invoca altro che lo si stenda. E qualora mai il puglie  suonato atterrasse da sé, perché i suoi smettono di rifornirlo, allora è il momento di realizzare quell’accrocchio parlamentare che gli dia il tempo di riprendersi, di risistemarsi il cerone e di ritardare così, ulteriormente, il Giudizio. Trattenere il logico e razionale corso degli eventi.

No, cari columnist di Repubblica, questa non è paura del “probabile fallimento”. Questo è autentico panico da vittoria, “timore e tremore” per un successo epocale che nessuno intesterebbe loro perché loro stessi non vogliono che avvenga nei modi e nei tempi in cui si manifesterebbe. Loro che sono parte integrante di un segmento storico-politico preciso dell’economia di salvezza in cui anche l’Anticristo di Arcore si iscrive, fa la sua sporca parte e detta un copione discorsivo e tematico di cui i nostri katechontes sono navigati interpreti. Il “che fare” ce lo suggerisce l’Apostolo, che il misterioso katechon per primo figurò: «Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene» (IITess. 2, 7).

(Emiliano Urciuoli)

4 commenti

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4 risposte a “L’anticristo Berlusconiano e i suoi Katechontes

  1. GIOACCHINO DE CHIRICO

    sono affascinato dall’analisi – che condivido – e, ancor più, dal colto riferimento!!
    e più vicino a noi si parla di “amore e morte”, dello ” spirito” e della ” legge” di io e di super io e ci accorgiamo che queste sono le dinamiche che governano la storia degli uomini dal punto di vista individuale e collettivo.

  2. barkokeba

    C’è un detto che recita: “meglio l’inferno che conosci che il paradiso che non conosci”. Si attaglia all’analisi. D’altra parte, nel 96 quando si sarebbe potuto non si è fatta la legge sul conflitto di interessi. Non sapendo (?!) che in politica i compromessi si fanno perché spinti dalla necessità, altrimenti l’avversario lo batti senza lasciargli partita… Così come Berlusca ha fatto sistematicamente quando ha vinto lui. Ma era una visione delle cose: non si fece neanche una manifestazione di piazza per festeggiare la prima vittora elettorale della sinistra, per non esacerare gli animi.

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