Dalla cultura degli eventi alla cultura dei progetti

Il Castello Colonna di Genazzano, sede del CIAC

Lavoro in un museo poco distante da Roma, in un antico palazzo della famiglia Colonna oggi sede di un museo d’arte contemporanea, il CIAC (Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea) a Genazzano. In un piccolo paese di poco più di cinquemila anime non è scontata la presenza, accettata, di un museo che fa ricerca sui temi della contemporaneità.  Quello che per noi è stata un’esigenza vitale, di legarci al territorio, oggi è diventata un nostro tratto distintivo. Nel panorama dei musei con la stessa identità il legame con il territorio è una caratteristica che ci identifica. E’ qualificante trasformare una condizione di apparente separazione da un centro programmatico come Roma in una condizione di vantaggio. Per territorialità intendo la possibilità di dar valore al contesto, senza il rischio di cadere nel provincialismo. Anzi assumere il termine provinciale nella sua accezione più positiva. Si possono pensare progetti di Cultura Alta anche partendo dalla periferia. Non è detto che il moto debba sempre essere quello di un centro nevralgico che informa le diverse istanze al suo contorno. La periferia può, al contrario, proporre grandi spunti di ricerca ed essere un valido contesto per stimolare la creatività di artisti, anche affermati.

Ma per riuscire a realizzare tutto questo è forse necessario cercare persone che come noi pensano alla Cultura come un valore da difendere e non un mezzo di sostegno elettorale. La Cultura è un investimento decisivo perché il senso comune di un paese si attesti su livelli di riconoscibilità internazionale.

Assistiamo invece a forme sempre più plateali  di messa all’angolo di qualsiasi forma di promozione culturale.

Quello però che mi preme è superare il facile approccio che ci vede sempre tutti uniti nel denunciare le inesistenti politiche culturali di questo governo e di questa città. Voglio provare ad inoltrarmi nel territorio complicato per capire i nostri errori. Su Alemanno e Berlusconi siamo tutti pienamente consapevoli e capaci di ogni sorta di analisi sulla loro professionalità nel proporre il niente da quasi venti anni. E’ con la parte del Paese al quale mi sento vicino che voglio capire perché le cose sono andate in un certo modo. La parola Evento è un orrendo neologismo creato da noi, non dalla destra. Siamo stati noi che per anni abbiamo associato la Cultura a una sequela indistinta di progetti momentanei, capaci solo di essere utilizzati come bacini per scambi elettorali. Quando invece la Sinistra per anni ha promosso e progettato cultura. L’Estate Romana di Nicolini fu esattamente questo, un’intuizione formidabile che attraverso progetti a breve termine restituiva la città a chi la viveva, ai giovani, a tutti. Ma dietro quella cultura, erroneamente definita dell’Effimero, c’era un progetto, una direzione probabilmente franata con il muro di Berlino…. Dall’inizio degli anni Novanta la progettualità è divenuta un optional, ed è rimasto unicamente l’evento.

Credo sia necessario ripartire senza facili trionfalismi ma anche senza sensi di colpa proprio dal momento in cui si è smesso di “progettare”. Questi decenni non sono passati invano, nel bene e nel male verrebbe di dire. Ritengo che ripensare la cultura e il rapporto con la politica sia il punto di partenza sul quale ciascuno di noi, partendo dai proprio ambiti, debba ripensare lo scambio reciproco e liberare la prima dalle logiche di asservimento dalla seconda. La capacità di creare Cultura alternativa è data dalla capacità di lasciarla libera dal potere politico. Senza per questo pensare a utopistici mondi separati. Continuo a credere che destra e sinistra abbiano modelli di promozione culturale profondamente diversi e penso sia sano schierarsi da una parte o dall’altra. Penso però che la sinistra (l’unico ambito di interesse per tutti noi) deve prendere atto che la cultura non è un elemento buono da utilizzare come bacino di voti in prossimità di elezioni. Un esempio per tutti: Roma è l’unica città dove il direttore del museo (tra i più importanti d’Italia) è nominato direttamente dal potere politico. Senza uno straccio, nemmeno apparente, di concorso pubblico, su titoli o progetti. Come è pensabile la programmazione culturale di un museo se la vita stessa della struttura, nella figura del direttore, è vincolata agli smottamenti della giunta di riferimento? Anche su questo dovremmo riflettere, essendo questa una politica inaugurata da noi e non dalla destra……

Penso infine che dovremmo anche riflettere su come noi stessi abbiamo speso finanziamenti a fiumi (quando c’erano), finendo per fatturare cifre assurde per iniziative che duravano meno di un mese. I soldi per la cultura servono e non sono mai abbastanza, penso però che una riflessione su come abbiamo promosso e speso soldi negli ultimi anni sia dovuta. Perché credo che quello che conta siano i progetti, su quelli si vince, il resto è niente. I soldi aiutano, ma non sono il solo a pensare che nell’ambito della Cultura se ne siano buttati a palate. Tra zero e cento dovremmo trovare una linea di demarcazione che ci distingua, anche in questo. Restituire progettualità e autonomia alla Cultura attraverso un suo affrancamento dai tempi della politica, perché il suo valore è riconoscibile in un investimento a medio e lungo termine che non può realizzarsi nello spazio ristretto delle turnazioni elettorali. Solo in questo modo, per paradosso, potremmo riconoscere una Politica Culturale realmente legata ad una progettualità connessa alle prospettive di una sinistra nuova. Perché è sul futuro che si gioca la nostra capacità di interpretare il mondo anche attraverso gli strumenti che la cultura ci offre.

Arte, Cinema, Letteratura e tutto il mondo che intorno a questo gira, ognuno nell’ambito di competenza, devono mettersi intorno a un tavolo e tornare a capirsi. La parola detta è qualcosa che se confrontata può essere piena di risorse. Alla politica nefasta degli eventi vorrei contrapporre un’idea di Cultura Monitorata, di progetti condivisi e compresi, accompagnati nel loro svolgersi, e che al tempo stesso lascino margini ai vari soggetti di esprimere e far udire la propria voce.  La politica, non solo quella culturale, per me è tutto questo.

(Claudio Libero Pisano)

5 commenti

Archiviato in cultura e ricerca, Roma

5 risposte a “Dalla cultura degli eventi alla cultura dei progetti

  1. GIOACCHINO DE CHIRICO

    L’intervento di Claudio Libro Pisano è stato uno dei punti di maggior interesse dell’incontro che si è tenuto all’Alpheus il 25 maggio. Proprio per questo credo che meriti una riflessione approfondita e circostanziata sui punti che solleva.
    una volta sgomberato il campo sul tema del ruolo della politica nel controllo sulla gestione degli spazi culturali e museali – per dire che sono molto d’accordo – credo che vadano fatte alcune puntualizzazioni.
    la cultura dell’evento non credo sia un tratto “inventato” dalla sinistra né come modalità culturale né come neologismo. Si parla di “eventi” in molti ambiti e molte parti del mondo. Il campionato di calcio vive sugli “eventi” delle partite importanti ( e il resto è contorno). La comunicazione commerciale vive sugli “eventi ” di lancio di brand e prodotti. La politica idem. la stessa vita dei nostri figli tende a organizzarsi intorno ad “eventi” (la festa dei 18 anni, la maturità ecc) e il resto sembra affogare nella banalità.
    in poche e altre parole credo che la sinistra abbia scoperto gli eventi solo perché era sulla cresta dell’onda, era nei salotti e nelle stanze del potere e quindi ha potuto intercettare più facilmente una modalità comunicativa che si stava affermando. Non mi riferisco, in questo, a Renato Nicolini. insomma credo che si rischi una battaglia contro i mulini a vento a prendersela con gli eventi. Esiste invece una nuova e antichissima prospettiva che CLP traccia nel suo intervento: il rapporto con il territorio e , quindi, con la domanda. Questa mi sembra la chiave di volta della questione culturale oggi. Ritrovare i pubblici e renderli protagonisti o almeno, renderli attivamente partecipi di un progetto.
    questo credo possa e debba essere la base di un nuovo progetto di politiche culturali di cui la sinistra si può fare carico. Assecondare, aiutare, attivare tutti i progetti che già ora si muovono e si sono mossi in quella direzione. Non si tratta di “nuove tendenze” ma di nuovi approcci e di nuovi stili di vita e di produzione che dalla musica al teatro, passando per l’arte contemporanea, l’editoria e la comunicazione mettono in discussione gli ambiti tradizionali della produzione e della fruizione facendo in modo che il senso della produzione culturale migri in luoghi anche imprevedibili.
    con gli eventi i pubblici sono stati coinvolti ma solo in qualità di spettatori – in piazza invece che di fronte a uno schermo – ora è il momento di fare in modo che diventano soggetti attivi , individualmente e collettivamente. Grazie Claudio LP

  2. Barkokeba

    La discussione è interessante e vorrei suggerire uno spunto, che è il seguente. Pur condividendo lo spirito dell’intervento di Claudio LP, suggerisco di stare attenti ai progetti. Se è giusto contrapporli alla cultura dell’evento (ma nella cultura gli eventi sono importanti, visto che spesso le arti sono “performative”, basate sull’evento per definizione), bisogna tener presente che nel “management by project” si è consumata la velleità riformatrice della sinistra di governo negli anni 90. Si finanziava un progetto – culturale, di intervento sociale – per un periodo di tempo dato e il problema del rifinanziamento si vedeva alla scadenza. Il che produceva tutta una serie infinita di danni, incluso il fatto che chi lavorava a questi progetti, tipicamente, erano i lavoratori precari (qui mi fermo). Il risultato è che alla fine, ogni progetto fa storia a se, anche quando la politica che esso deve servire può raggiungere i suoi risultati solo nell’ambito di un insieme di progetti. Insomma, la semplificazione ha prodotto non una migliore gestione – come si sperava – ma un insieme di paradossi: precariato, scoordinamento, ecc. Peraltro, i costi dell’intervento pubblico non sono diminuiti. Sono stato generico, ho parlato di problematiche che non riguardano solo le politiche culturali, ma anche quelle sociali. Ma questo è un blog. Spero si sia capito a cosa intendo riferirmi

  3. Cristina P

    Negli interventi che mi precedono vi è in pillole il complesso rapporto tra sinistra e cultura: dall’essere organica alla politica, all’effimero, al progetto, senza dimenticare il tentativo di modernizzarsi, passando dalla domanda all’offerta. Il tutto inseguendo un’economia della cultura (i giacimenti, i beni ecc) che non si è rivelata una panacea. Su ognuno di questi passaggi andrebbe fatta una riflessione approfondita, che potrebbe servire sia alla generazione degli attuali 40-50enni, che a vario titolo, ha attraversato tutte queste modificazioni, che alla generazione più giovane che ne ha pagato le scelte sulla propria pelle, e a quella giovanissima che forse può progettare qualcosa di vitale e non già sperimentato. Certamente, come afferma CLP e anche GDC , è dai territori che si deve ripartire sia per rispondere ai bisogni che per offrire nuove opportunità. Ma un elemento deve essere chiaro: la serietà, direi quasi l’intensità, del pensiero e dell’idea che deve essere alla base delle proposte, una nuova serietà e onestà intellettuale che non sia barbosa e bacchettona ma allegramente onesta!

  4. mina ray

    un progetto non nasce da soggetti privi di orizzonte, e un orizzonte si dà quando la politica significa prefigurazione di futuri possibili, possibilmente migliori di quelli “dati”. insomma l’impegno artistico, o comunque culturale, diventa progetto quando torna a essere politico, cioè prefigurativo. non credo che le attuali amministrazioni siano in grado di assumersi un carico di questo tipo, né a destra né a sinistra

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