Buona politica e religione civile

I primi atti del neosindaco milanese Giuliano Pisapia dicono molto della dimensione simbolica che si accompagna alla buona politica. Non stiamo parlando delle scelte in corso circa la formazione della giunta. No, ci riferiamo a due gesti: la visita a Nori Brambilla Pesce, partigiana medaglia d’argento, vedova del leggendario gappista Giovanni Pesce, e la celebrazione della ricorrenza del 2 giugno, “aprendo le porte” di Palazzo Marino per ricevere e salutare i concittadini. Entrambi sono esempi efficaci di come una personalità istituzionale, e un politico di sinistra, possa degnamente essere anche “ministro del culto” di una “religione civile” democratica, fondata su una corretta amministrazione del passato. In un paese dove, come ci ricorda Giovanni De Luna nel recente La Repubblica del dolore (Feltrinelli), il rapporto fra politica e “memoria pubblica” è uno degli specchi in cui si riflette l’immagine della crisi istituzionale e sociale dell’ultimo trentennio.

Una relazione, quella fra democrazia e passato, che non è facile da nessuna parte (si pensi solo alle controversie in Francia e Spagna), ma conosce nell’Italia un caso-limite, dal momento che «i contraenti del “patto memoriale” fondativo della nostra Repubblica», ossia i partiti che scrissero la Costituzione e occuparono la scena pubblica dalla Resistenza in avanti, sono tutti scomparsi, sostituiti da altri che «con il passato hanno un rapporto contraddittorio, volatile, spesso inesistente». Se la destra ci ha abituato ad un vasto campionario di rancori, revisionismi e “tradizioni inventate” leghiste, a sinistra abbiamo perso il conto di prodezze come le esibizioni di comprensione per le ragioni dei “ragazzi di Salò” o le immaginarie tumulazioni in “Pantheon” posticci di “padri nobili”, utilizzati alla stregua di figurine Panini, ad usum di equilibri congressuali durati sempre il tempo di uno starnuto. Identità politiche
deboli corrispondono a rapporti con il passato, a memorie, altrettanto deboli.

Sull’intreccio fra identità e memoria insiste opportunamente il volume di De Luna, mostrando come il vuoto lasciato dai partiti sia stato occupato da agenti ben più potenti. «Oggi tutte le grandi narrazioni del passato sono affidate alla pervasiva capacità dei media in generale e della televisione in particolare di proporre un discorso commisurato al senso comune, alla presenza straripante di quei sentimenti familistici e individualistici che hanno scalzato dallo spazio pubblico tutte le antiche appartenenze collettive». Con il filo del passato, insomma, si tesse la tela del presente. Il “cambio di paradigma” non viene fatto risalire agli ultimi anni, e nemmeno alla stagione della fine della cosiddetta “prima Repubblica”, bensì a prima ancora: sono già gli anni Ottanta nei quali si produce l’ascesa del berlusconismo come modello culturale e matura la crisi dei partiti “storici”, a mostrare segnali inequivocabili di crisi nel rapporto fra politica e passato. Non a caso.

E’ solo un’apparente contraddizione, dunque, che negli anni più recenti siano proliferate leggi della memoria, che hanno istituito diverse giornate destinate al ricordo di diverse “tipologie” di “vittime”, da quelle della Shoah a quelle delle foibe, dai caduti per mano del terrorismo a quelli in missioni internazionali “di pace”. A giudizio di De Luna, il rapporto con il passato si risolve, ora, in termini di emozioni “private”, suscitate dal doloroso destino di persone innocenti: emozioni “amministrate” secondo le nuove regole del gioco, ossia quelle del mercato e della comunicazione mediatica. Lo storico torinese ha ragione nel segnalare come tutto ciò mal si presti ad offrire ciò che è giusto chiedere ad una memoria pubblica: alimentare i valori che legittimano il nostro sistema democratico, «ancorandoli ad un passato che viene proposto come comune e condiviso». Non certo un passato “ufficiale”, nel senso di sacralizzato in una verità sottratta all’esercizio della critica e del lavoro storiografico, bensì un passato sempre aperto a venire nuovamente interpretato, ma dotato di una “carica normativa” che serva ad alimentare l’esercizio pieno della nostra cittadinanza.

Dietro la nuova “centralità delle vittime” delle “politiche del passato” attualmente in voga si nascondono, dunque, rischi da non sottovalutare, sui quali ha insistito anche un altro eccellente storico, Enzo Traverso. Non si tratta certo di negare la riparazione e il riconoscimento dovuti a vittime e familiari, né tantomeno la necessità che le loro storie si conoscano. No, ciò che giustamente si sostiene ne La Repubblica del dolore, del quale raccomandiamo la lettura, è che il rapporto tra la politica e il passato chiama in causa una dimensione normativa che non può esaurirsi nel dolore delle vittime, tanto più se quest’ultimo è strumentalizzato dagli impresari della politica-spettacolo. Le virtù civili incarnate da un’eroina della Resistenza e i principi di trasparenza e di uguaglianza contenuti nella scelta di un sindaco di aprire le porte del Comune e ricevervi i cittadini in occasione della ricorrenza della nascita della Repubblica: questo è il materiale, delicato e prezioso, che la politica è in grado di maneggiare con cura e in modo appropriato, quando ne capisce fino in fondo l’importanza e non è in imbarazzo di fronte alla storia. Speriamo che Pisapia rappresenti un annuncio di svolta, per il paese intero e per la sinistra, anche in questo.

(Jacopo Rosatelli)

Lascia un commento

Archiviato in letture, sinistra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...