Elezioni da turchi

Leyla Zana, deputata curda più volte arrestata. Domenica è stata eletta in parlamento.

In modo abbastanza insolito, i risultati del voto per il parlamento turco del 12 giugno hanno disegnato uno scenario in cui tutti i principali partiti escono rafforzati: il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) attualmente al governo è passato dal 46,6% del 2007 al 49,9, sfiorando la maggioranza assoluta del voto popolare; il laico Partito repubblicano del popolo (CHP) è salito dal 20,8 al 25,9; e l’ultranazionalista Partito nazionale del popolo (MHP) è rimasto sostanzialmente stabile al 13% nonostante uno scandalo sessuale che ha coinvolto alcuni suoi dirigenti subito prima del voto.

La legge elettorale turca è un sistema estremamente bizantino, in cui ad una soglia di sbarramento (insolitamente alta) del 10% si sommano le soglie implicite presenti nei collegi in cui sono assegnati meno deputati: per questo, anche partiti che hanno ottenuto il 20% dei voti possono rimanere senza deputati eletti in una circoscrizione. I suoi effetti sono quindi imprevedibili a livello aggregato. Il partito di governo, pur avendo incrementato i propri voti rispetto al 2007, ha così visto diminuire il numero dei propri parlamentari, mancando di quattro unità il numero di deputati necessario (330) per modificare la costituzione da solo con successivo referendum popolare; al contrario, il Partito della pace e della democrazia (rappresentante dell’etnia curda), pur non avendo i numeri per superare la soglia di sbarramento, ha messo in atto un’abile strategia basata su candidati indipendenti, conquistando 36 seggi.

Il raggiungimento o meno da parte dell’AKP della soglia dei 330 seggi (ed eventualmente di quella dei 366, che avrebbe permesso di evitare anche il referendum) era stato il tema più discusso di questa campagna elettorale. Anche a livello internazionale, da voci autorevoli come il Wall Street Journal e l’Economist, si erano levate voci preoccupate per un possibile strapotere del partito di governo, di cui si rilevavano le crescenti tendenze autoritarie (con una stretta negli ultimi anni sulla libertà di stampa) e la deriva filo-islamica ed anti-israeliana in politica estera. Preoccupazioni non nuove, in quanto l’AKP è un partito islamico moderato che proviene da un ceppo islamista: i suoi principali esponenti erano tutti membri di quel Partito della prosperità che negli anni ’90 aveva destato una certa apprensione in occidente prima che il suo governo fosse sovvertito dai militari. E’ quindi dal 2001, anno della fondazione dell’AKP, che ad ogni elezione si ripetono accuse più o meno simili. Di fatto, tuttavia, il suo decennio di governo ha prodotto in Turchia soprattutto un’economia molto dinamica, che oggi cresce a ritmi vicini a quelli di India e Cina, e riforme che hanno avvicinato il paese all’Europa aumentando gli spazi di democrazia e riducendo l’influenza in politica dei militari.

Il suo avversario, il Partito repubblicano del popolo, è invece erede della tradizione kemalista, che fa del laicismo il suo principale cavallo di battaglia. Inevitabile, quindi, che negli ultimi anni la polarizzazione del dibattito politico turco sia cresciuta. Le cose non sono poi migliorate dal fatto che gli altri due partiti presenti in parlamento siano una formazione ultranazionalista, il MHP, vicina al movimento dei Lupi grigi, e un partito curdo che i suoi avversari accusano di collusioni con il PKK. Il fatto che la contrapposizione politica in Turchia sia oggi molto accesa è del resto palpabile a chiunque abbia attraversato in prossimità delle elezioni le sue città, tappezzate di giganteschi manifesti elettorali nei viali periferici, e di ghirlande di bandiere dei vari partiti (ma più spesso dell’AKP) nelle vie.

Lo scenario politico turco è quindi destinato ad una inevitabile conflittualità? Non necessariamente, se alcune premesse emerse in questa campagna elettorale saranno confermate. Il primo punto positivo è la disponibilità dichiarata, da parte dei leader dei principali partiti, a lavorare insieme per riscrivere in modo condiviso le regole del gioco. Un’ampia confluenza sulle riforme sarebbe estremamente opportuna in un paese in cui l’esercito (che ha scritto, dopo il golpe del 1980, la Costituzione ancora oggi in vigore) è sempre stato ostile a qualsiasi innovazione istituzionale.

Inoltre, durante la campagna elettorale sono apparse novità interessanti nei programmi e nei proclami del principali partiti, che sembrano avere in comune un parziale abbandono dei rispettivi massimalismi. L’AKP ha dato segnali di un orientamento più saggio e meno sbilanciato in politica estera, mettendo in discussione l’organizzazione di una seconda Freedom Flotilla che danneggerebbe ulteriormente le relazioni con Israele, e ricercando nuovamente per la Turchia un ruolo di mediatore super partes nelle contese delle regioni circostanti, che aveva caratterizzato i primi anni del governo Erdogan.

Anche il CHP, che negli ultimi anni si era trincerato su una piattaforma laicista-nazionalista in gran parte sterile di proposte positive, ha mostrato sviluppi interessanti dopo l’avvento al potere nel partito di Kemal Kiliçdaroglu. Il nuovo leader ha recuperato quegli aspetti socialdemocratici della piattaforma del partito che erano stati messi da parte negli ultimi anni e ha fatto aperture sostanziali anche verso i curdi, nei cui confronti il partito aveva avuto posizioni di chiusura.

In più, vi sono segnali di un avvicinamento tra il principale partito di opposizione e il MHP, che a sua volta ha leggermente moderato il suo estremismo, candidando esponenti di centro-destra transfughi dell’AKP. Si può quindi sperare che il sistema politico turco possa incrementare ulteriormente la sua stabilità, giungendo nei prossimi anni ad un sostanziale bipolarismo, ma anche ad una minore conflittualità.

Infine, sviluppi interessanti si sono mostrati sulla questione curda, su cui entrambi i principali partiti sembrano sforzarsi di mettere da parte l’enfasi eccessiva sull’identità etnica che aveva caratterizzato lo stato turco per tutto il Novecento, per formulare invece due proposte alternative: una, quella dell’AKP, basata sulla comune identità islamica; l’altra, quella del CHP, che vorrebbe risolvere il problema attraverso un superamento del cronico sottosviluppo socio-economico del sud-est della Turchia. Tutto questo ovviamente non prescindendo da un discorso di diritti fondamentali su cui il governo dovrà confermare le premesse positive poste nello scorso decennio, e l’opposizione dimostrare il superamento degli schemi del passato.

Si può quindi concludere che la Turchia si trova oggi di fronte ad una grande occasione, che sembrava perduta nella scorsa legislatura a causa della polarizzazione e del raffreddamento dell’entusiasmo filo-europeo. In ambito interno, essa si concretizza nella possibilità di una riscrittura condivisa delle regole del gioco costituzionali che realizzi un sistema politico più stabile, con una base di valori finalmente condivisi tra laici e filo-islamici. In ambito internazionale, è rappresentata dalla possibilità per la Turchia di inserirsi con un’influenza positiva nei processi di democratizzazione in corso in Medio Oriente e Africa del nord, possibilmente in collaborazione con gli Stati Uniti di Obama. Se poi, come sembrano indicare gli attuali orientamenti, nei prossimi anni dovessero cambiare le maggioranze di governo di Francia e Germania, oggi poco amichevoli verso Ankara, si potrebbe anche riaprire il cammino turco verso l’integrazione nell’Unione europea, che negli ultimi anni è apparso stagnante.

(Luca Ozzano)

2 commenti

Archiviato in elezioni, Europa

2 risposte a “Elezioni da turchi

  1. Pingback: Notizie globali n.8/2011 | Cittadini Globali

  2. Valerio

    Devo anche aggiungere che, contrariamente a come viene dipinto in buona parte della stampa occidentale, l’AKP è il partito più “meritevole” di governare la Turchia in quest’epoca.
    Il problema della Turchia, la sua anomalia, non è l’avere una sorta di democrazia cristiana islamica, un partito conservatore ma non privo di tratti progressisti e sostanzialmente centrista e democratico.
    I problema è il non avere una vera sinistra (ho i miei dubbi che un partito, nazionalista e kemalista come il CHP possa essere considerato appartenente alla “sinistra” europea) e l’avere una forte destra nazionalistica, alleata con i militari dalle permanenti tendenze golpistiche.

    Spero proprio che l’AKP riesca a cambiare la costituzione, perché potrà solo rendere più democratica quella, terribile, degli anni ’80, così com’è evidente che l’AKP ha migliorato i rapporti con le minoranze religiose ed etniche, cercato di unire modeste pratiche ridistributive nella fase di boom economico, difeso l’autonomia del governo dai militari e dagli invadenti alleati.

    Anche la politica estera della Turchia, con le sue aperture a vecchi nemici (Iran, Siria) e le critiche a vecchi alleati (Israele), in un ottica medio-orientale è stata sostanzialmente condivisibile, volta alla distensione.

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