Dopo i referendum, l’economia e la politica del noi

I referendum sono stati una vittoria importante e ora tocca a noi capire come tradurli in politica. I sì ai 4 quesiti sono equivalenti al 54% degli italiani adulti, una maggioranza assoluta che, nella seconda repubblica, non si è raggiunto quasi mai: sicuramente non nelle elezioni politiche che, tranne un’eccezione nel 2006, hanno sempre visto il prevalere di coalizioni che avevano la maggioranza relativa. I temi e la natura della campagna referendaria combinati con l’aggravarsi della crisi economica hanno lasciato la destra senza parole e, anche qui per la prima volta nella seconda repubblica, l’hanno costretta in molti casi ad andare a traino dei temi del centrosinistra: non era più il tempo in cui i politici della sinistra dovevano inchinarsi al mantra della “sicurezza”, il 12 giugno sono stati i leghisti a dover rincorrere l’acqua pubblica e il no al nucleare. Ma non va tutto bene, anzi. Ha ragione Guido Viale sul Manifesto: la crisi tenderà ad aggravarsi e oramai la domanda è se la Grecia si dichiarerà insolvente prima di aver spremuto i suoi lavoratori e aver svenduto i suoi beni comuni oppure dopo tutto questo. Anche qui da noi, di fronte ai capannoni vuoti e alle aziende che si trasferiscono all’estero pur facendo profitti le campagne xenofobe della Lega così come quelle per il trasferimento dei ministeri al nord suonano di volta in volta patetiche o profondamente inadeguate, e molto spesso entrambe le cose contemporaneamente.

Come uscire dalla crisi, con quale economia e con quali forme della politica, sarà la vera questione dei prossimi anni per la sinistra italiana. Le ricette del passato – sia il mantra della crescita senza aggettivi che la “decrescita” proposta da altri – secondo Viale non funzionano. Vale la pena leggere 2 testi che ci aiutano a intravedere se non la via d’uscita, perlomeno come bisogna impostare il discorso.

La prima lettura è il libro di Roberta Carlini, “l’economia del noi” (Laterza, 122 pagine, 12 €) di cui parlammo già qui, dopo i risultati delle amministrative. Come nota Galapagos sul Manifesto, si tratta di un’inchiesta di quelle di una volta: che permettono al lettore di capire di più e che sono il frutto di molta ricerca. La Carlini indaga le forme di solidarietà economica e di economia partecipata sotto diversi aspetti: i Gruppi di acquisto solidale ma anche la gestione comune di soldi e risparmi,  case, imprese e luoghi di lavoro, reti e produzioni informatiche. E’ un pezzo della nostra economia di cui non si parla mai e che però diventa sempre più grande e significativo: soprattutto perché costruisce nuove reti e nuova organizzazione, di fatto, politica. Quanta parte della campagna referendaria è stata fatta nelle botteghe del commercio equo oppure grazie a decine di piccole “imprese del noi” che si occupano di comunicazione e internet? E’ presto forse per dire che questa economia sostituirà quella vecchia come è azzardato credere che possa sopperire, da sola, ai guasti della crisi. E’ importante però conoscerla, soprattutto nel momento in cui si ragiona di nuove forme dell’organizzazione politica: perché il “mutuo soccorso” e l’economia cooperativa – di cui “l’economia del noi” è un po’ l’evoluzione – sono parte della storia della sinistra italiana ma anche perché i nuovi partiti, semmai nasceranno, dovranno dare una prospettiva politica e degli strumenti di partecipazione anche a questo mondo. Si può esaurire la funzione di un partito nell’elezione, per quanto democratica, di organismi dirigenti oppure la sua struttura territoriale e i suoi strumenti di partecipazione sono anche nei Gas o nelle reti solidali? E può l’ “economia del noi” sostituire il vecchio welfare? Molto probabilmente no: la politica dovrà ancora porsi l’obiettivo di dare una casa e un lavoro a tutti, senza distruggere l’ambiente e la vita delle persone. Accanto all’economia del noi servono le politiche economiche vere, a cui non si può rinunciare.

La seconda lettura è più breve ma molto significativa, anche per il luogo dove è pubblicata: il saggio di Diego Galli su “Notizie Radicali” in cui si cerca di ragionare su come andare oltre non solo la privatizzazione ma anche la gestione clientelare e affaristica di molte aziende “pubbliche” solo di nome. Galli ricostruisce la struttura di potere dietro alle privatizzazioni dei servizi idrici di questi anni: un business per pochi grandi soggetti, primi fra tutti Acea e la francese Suez, in collaborazione con alcuni grandi gruppi bancari. Soprattutto, si parla della possibile alternativa: la gestione mutualistica dei beni comuni, a partire dagli esempi già oggi esistenti in Italia. Il decreto Ronchi, contro cui era diretto uno dei quesiti, impediva proprio alle associazioni di cittadini di concorrere alle “gare” per l’affidamento del servizio idrico. E le virgolette sono d’obbligo perché, come spiega Galli, la competizione in realtà è molto diversa da quella che si studia sui manuali dell’università.

Insomma, come si diceva una volta: tutto si tiene. La risposta alla crisi economica ha a che fare con la natura stessa non solo dell’economia ma anche del potere politico. E su questo bisognerà riflettere con una certa velocità: non solo perché potrebbero esserci presto elezioni politiche ma perché ci sarà, ancora più presto e con maggiore certezza, una nuova ondata di “rigore” economico che rischia di lasciare sul tappeto una parte importante della società italiana. La democrazia di questo Paese sarà salva non solo se chiuderà la pagina del berlusconismo ma anche se eviterà il commissariamento da parte dei grandi organismi finanziari di cui sono state oggetto Grecia, Portogallo, Irlanda e, forse in misura diversa, la Spagna.

(Mattia Toaldo)

10 commenti

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10 risposte a “Dopo i referendum, l’economia e la politica del noi

  1. Barkokeba

    Quest’economia del noi quanto pesa, o quanto potrebbe arrivare a pesare, nell’economia italiana? Non chiedo esercizi di previsione para scientifici, ma ragionamenti plausibili. Attenzione. A cavallo degli anni ’80 e ’90 ci parlò molto dell’impresa sociale non profit. Alla fine, questo tipo di attività economica e sociale ha finito per essere svilita dalle varie riforme del welfare – con intenti più o meno sinceri -. Quindi siamo d’accordo che lo stato debba continuare ad essere garante del welfare e ad essere responsabile di un’offerta garantita a tutti di assistenza a livelli accettabili. Tuttavia, bisogna ragionare, finalmente, sul modo con cui fare tutto ciò senza sprechi e con la massima efficienza ed efficacia. Efficienza ed efficacia dei servizi pubblici sono – fino a prova contraria – un obiettivo di sinistra (“da ognuno secondo le sue possibilità…”)

  2. Lorenzo Fanoli

    Grazie Mattia,
    il tuo articolo è davvero interessante e non solo offre ottimi spunti ma anche una documentazione davvero utile.
    In particolare ho letto il documento di Galli sull’Acqua e su quello che sta succedendo e che potrebbe succedere in seguito al referendum.
    Mi sembra un modello da studiare con molta attenzione quello della gestione cooperativa dell’acqua.
    Bisogna però anche riuscire a trovare la formula migliore per riuscire a sostenere il volume degli investimenti necessari per la manutenzione e lo sviluppo delle reti.
    In questo senso l’ente pubblico (lo stato, le regioni, un consorzio tra piu’ comuni) potrebbero essere il soggetto giusto.

    Ma c’e’ un altro mantra che ci sentiamo raccontare e cioè che lo Stato (gli enti pubblici, i comuni etc.) non ha più soldi.
    Li ha trattenuti Tremonti per mantenere ” i conti in ordine”. Altro Mantra che nasconde la vera subalterneità degli stati all’economia finanziaria. E sarebbe ora che i nostri del centro sinsitra la smettessero di dire “…eh sì riconosciamo a Tremonti che ha mantenuto i conti in ordine” e sarebbe ora che cominciassero a dire che li ha messi “da parte” per i suoi veri padroni BCE-Fondo Monetario Internazionale e tutti i grandi soggetti finanziari (fondi di private eqyuity e compagnia cantante) e che comunque questo non ha impedito che chi doveva avere soldi pubblici ha continuato riceverne parecchi per fare sempre meno e sempre peggio.

    Io vedo comunque alcuni problemi aperti nella gestione statale dei beni comuni.
    1. Non sempre lo stato coincide con i cittadini beneficiari dei servizi
    2. La gestione statale non mette al riparo dalla influenza del potere politico nelle organizzazioni che devono garantire l’erogazione di servizi di pubblica utilità
    3. non sempre lo Stato rende imemdiatamente visibile e trasparente l’attribuzione di repsonsabilità di inefficienze, sprechi, e utilizzo privatistico nel processo di gestione dei beni comuni.

    Infine c’e’ anche un tema che riguarda gli aspetti tariffari.
    1. E’ giusto che in parte il costo dei servizi pubbllici sia a carico della fiscalità generale
    2. Non è giusto che oltre un certo limite l’utilizzo e il consumo di beni comuni debba essere “gratuito”, soprattutto nei casi di utilizzi diversificati (per essere chiari: non credo sia giusto che l’acqua utilizzata per inaffiare il giardino o, anche per lavarsi, costi come l’acqua che si beve) .
    E’ quindi necessario trovare formule e modelli di finanziamento e pagamento di questi servizi che considerino tutto ciò.
    Uno strumento possibile è quello di far pagare le esternalità negative per finanziare il serviizo pubblico (ad esempio ricavi di ecopass per il Trasporto Pubblico Locale…se cosi fosse io potrei persino essere favorevole ad un pedaggio per il GRA).
    Un altra via è quella di avere organismi indipendenti e tecnici che regolino le tariffe, che controllino efficacemente anche attrverso premi e sanzioni la qualità del servizio.
    La terza fondamentale via è quella del risanamento delle aziende pubbliche secondo principi di efficienza ed equità.

    Infine il tema delle nomine…. A Milano ieri è stata nominata Sonia Cantoni presidente di AMSA (l’azienda di gestione dei servizi di Igiene Ambientale) si tratta di una figura di alat competenza tecnica che arriva dall’Agenzi Regionale Protezione Ambientale della Toscana e gli altri compnenti del CDA sono statio scelti all’interno di A2A.
    Mi sembra una buona novità il fatto che non vi siano state nomine di persone che arrivano per cooptazione dai partiti. Mi sembra che sia importante chediversi membri del cda arrivino direttamente dall’interno dell’azienda. In generale e per la mia esperienza derivante dalla frequentazione per lavoro di molte Utilities le figure interne a questa aziende sono spesso migliori hanno forte competenza tecnica ma non sempre una visione di insieme delle implicazioni complessive degli impatti souiali dell’operato aziendale. Quindi io tra un dirigente di azienda a un politico preferisco il dirigente…va tuttavia anche in questo caso prevista una funzione di controllo diretto da parte dei cittadini.

  3. Lorenzo Fanoli

    …sempre io scusate i refusi. Ho scritto min fretta e mettre ero al lavoro facendo altre cose…

    • Barkokeba

      Lorenzo (e Mattia), l’unica cosa che si può dire sullo stato gestore è che, quando c’è un monopolio, a parità di tutto è meglio che sia pubblico piuttosto che privato. Dopo di che, i privati si fanno gli affari loro, ma anche i partiti che gestiscono la cosa pubblica non sono garanzia di niente. Vi ricordate il tonfo della Prima Repubblica? Non è che se la seconda ha fallito, è perchè il modello migliore era il precedente… Sull’acqua condivido quanto dice Lorenzo, su controllo pubblico delle tariffe, ecc. Ma non sono certo novità. Se ne discute da anni in tutto il mondo e interi paesi sono gestiti con il controllo pubblico delle tariffe e degli standard. I modelli sono tanti. La legge Galli in vigore in Italia è stata in parte disattesa (come al solito). Sono, queste, tutte questioni pratiche legate al riformismo. Sui principi della corretta gestione delle aziende idriche non c’è molto da inventare – grazie al cielo. E’ che il paese è poco aggiornato e chi è aggiornato è fuori dai giochi….

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