L’ultima opportunità per l’Europa

immagine tratta dal sito dell'Ansa

“È la nostra moneta, ma è il vostro problema”. Così John Connaly, ministro del Tesoro degli Stati Uniti, commentava nel 1971 la decisione americana di ritirare il dollaro dal sistema di convertibilità dell’oro che stabilizzava l’economia globale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi, sempre più spesso, i capi di stato europei agiscono come se parafrasassero il detto: l’Euro è la nostra moneta, ma è il vostro problema.

La versione europea della crisi mondiale ha lasciato sul campo una serie di miti che avevano caratterizzato la politica continentale degli ultimi vent’anni. Il primo è senz’altro l’idea che la crescita, da sola, avrebbe corretto tutti i mali e le storture del mercato, perchè l’aumento della prosperità economica avrebbe garantito a tutte le fasce della popolazione il giusto livello di benessere senza bisogno di “eccessive” protezioni sociali. Questo principio è stato adottato in particolare dai governi di Tony Blair in Inghilterra e successivamente Zapatero in Spagna.

A turno, i due paesi sono stati indicati come modelli da seguire per entrare da vincenti nel prossimo secolo (ricordate la Cool Britannia? E la Spagna ci è stata dipinta come terra promessa fino all’altroieri), e come esempi per una sinistra che doveva scrollarsi di dosso la decrepita fissazione dell’intervento pubblico in economia. Dall’altra parte, l’Irlanda – la Tigre Celtica – era il fiore all’occhiello di coloro che sostenevano, da destra, che forti sgravi fiscali alle imprese avrebbero permesso di raggiungere invidiabili livelli di crescita e la piena occupazione.

Negli ultimi tre anni i fatti hanno smontato le parole, e la euroforia degli anni passati, costruita certo su una grande spinta ideale e sulla cessione di sovranità degli stati che rinunciavano per la prima volta nella storia al controllo della propria moneta – uno dei simboli nazionali per eccellenza – è stata sostituita da una crescente consapevolezza che i difetti di base economici e politici della moneta unica non erano dei dettagli trascurabili, ma dei nodi da affrontare con estrema urgenza perchè capaci di compromettere tutti i risultati raggiunti finora.

Da un lato l’Unione Europea si è illusa di avere un ferreo controllo sulle operazioni speculative della finanza e dell’economia, o almeno un controllo più rigido di quello americano. Al contrario, la crisi non ha risparmiato il settore immobiliare europeo, che è stato letteralmente travolto dall’esplosione della bolla, paralizzando paesi come Irlanda, Spagna e Gran Bretagna, dopo essere stato a lungo artificialmente pompato dall’iniezione massiccia di capitali bancari. Tante banche europee, in special modo tedesche, inglesi e spagnole, si sono allegramente lanciate in operazioni finanziarie opache e rischiose, incoraggiate dalla complicità delle agenzie di rating, che hanno giudicato positivamente i conti di centinaia di società indebitate e addirittura di stati, come la Grecia, che truccavano i bilanci perchè l’afflusso di denaro continuasse. Un comportamento tanto irresponsable da parte di tutti gli attori coinvolti ha portato Islanda e Grecia sull’orlo del crack, e i governi dei paesi economicamente deboli del continente ad affrontare l’obbligo di risistemare in pochissimo tempo i bilanci pubblici, prosciugati dal crollo dell’economia reale che ha seguito quello dell’economia finanziaria. La situazione italiana, pur grave, non è estrema grazie alle manovre lacrime e sangue degli anni 1992-93 e 1996-97, che hanno interrotto l’accumulo selvaggio di debito pubblico avviato negli anni del Pentapartito.

 

Dall’altro lato, il problema congenito all’integrazione europea, quello del nanismo politico (ce ne disinteressiamo da una quindicina d’anni), oggi presenta il conto alla moneta senza stato, sia perchè i diversi paesi si trovano ad affrontare la crisi con le loro singole forze – e questo spiega perchè siano i più deboli a soffrire la situazione peggiore – sia perchè a 10 anni dall’adozione dell’Euro e a 20 anni dal Trattato di Maastricht l’Unione Europea non ha ancora una politica economica e fiscale comune che possa essere utilizzata per curare gli squilibri esistenti e crescenti a livello continentale. La scelta politica dunque, per forza di cose, è sostituita dai diktat della Banca Centrale che di fatto controlla i governi di mezza dozzina di membri dell’UE. Questa assenza della politica ha una doppia conseguenza: costringe alcuni stati a tagli pesantissimi sul bilancio pubblico, dato che i singoli paesi sono quasi impossibilitati a intervenire su un sistema economico ormai internazionalizzato (imprese e capitali colpiti da un eventuale aumento della tassazione fuggirebbero immediatamente nel paese vicino che abbia condizioni più favorevoli); inoltre provoca uno scontento sociale che, poichè i cittadini non possono in alcun modo influire sulle decisioni prese a Francoforte e a Bruxelles, sta incanalando già da alcuni anni il sentimento di ingiustizia subita verso il populismo e il nazionalismo, in un clima di avversione latente che alimenta ovunque l’idea che la chiusura in sè stessi sia l’unica soluzione per curare mali che arrivano da lontano.

Il momento in cui gli interessi dei paesi europei hanno conflitto ha quasi sempre coinciso con la vigilia di grandi tragedie per il nostro continente, che si è ripetutamente rivelato incapace di risolvere i propri problemi comuni a partire da diverse prospettive nazionali. Forse serve ricordarlo: l’Unione Europea nasce dal tentativo di salvare i paesi europei da sè stessi. E la mancanza di uno spazio politico sovranazionale compiuto è certamente una delle dimensioni della crisi dei partiti di sinistra in tutto il continente, che spesso soccombono senza argomenti alla demagogia spensieratamente utilizzata dalle forze di destra (Francia contro Italia sugli immigrati, Gran Bretagna contro Grecia sugli aiuti, Germania contro Spagna sul debito: una pantomima seicentesca che era sparita da decenni dallo scenario continentale).

Rendere più solida l’integrazione a partire da una politica fiscale e sociale comune dovrebbe essere l’obiettivo di una Sinistra più consapevole del fatto che la sparizione della solidarietà e del benessere comune dal vocabolario politico dell’UE significa la fine della sua stessa ragione di esistere, e che con la cooperazione, e non con la competizione, l’Europa ha compiuto i suoi passi da gigante fino a costituire un (vero) modello di stato sociale negli anni ’60 e un (vero) modello di integrazione nei primi anni ’90. Sarebbe anche l’occasione per modificare le linee guida di un sistema economico che ha dimostrato di contenere in sè tutti i sintomi del fallimento. Non cambiare, non intervenire: non sono scelte neutrali. Già oggi i semplici rapporti economici di forza tra i paesi europei fanno sì che il prezzo della crisi si riversi sugli abitanti più poveri dei paesi più poveri.

Senza i grandi traguardi ottenuti dall’integrazione, cioè l’Euro e i Trattati di Maastricht e Shengen, le cose andrebbero molto peggio: se si rompesse l’Unione Europea, che costituisce un’area geopolitica addirittura più pesante di quella americana, le crisi del 1929 e del 2008 non saranno state che simpatici aperitivi. Non è un caso che la stessa Cina stia facendo massicci investimenti in termini di acquisto del debito portoghese, irlandese, ungherese. Insomma, oggi più che mai, il vero problema della nostra moneta è quello di trovare una soluzione che non sia vostra o nostra, ma di tutti.

(Riccardo Pennisi)

4 commenti

Archiviato in economia, Europa

4 risposte a “L’ultima opportunità per l’Europa

  1. felice besostri

    Condivido, ma l’Italia, meglio detto la Sinistra italiana si presenta all’appuntamento in ordine sparso e fuori dalla grande famiglia del PSE. Può piacere o meno ma il grosso delle forze progressiste e di sinstra è là. Tuttavia il PSE, come il PPE e l’ALDE e la stessa Gue non sono partiti europei sovranazionali ma confederazioni di partiti nazionali. In Italia sono gruppi periferici e non partirici a sollevare il problema della trasformazione del PSE in un partito sovranazionale, che preveda anche l’affiliazione diretta oltre che attraverso i partiti nazionali: il Gruppo di Volpedo( http://www.gruppodivolpedo.it ) e il Nerwork per il socialismo europeo (www.melogranorosso.eu ). Il Nerwork ha preso l’iniziativa di far sottoscrivere ad un ampio arco di fondazioni e associazioni di sinistra, da Benvenuto a Diliberto, un documento di politica economica in vista del vertice europeo (testo sul sito) con molte covergenze con questo articolo, che commento

  2. Riccardo Pennisi

    Caro Felice, grazie per il tuo interessante contributo. Purtroppo tutta la politica italiana, tranne eccezioni che si contano sulle dita di una mano, ha dimostrato negli ultimi anni un distacco quasi totale per le questioni europee; sia per disinteresse, sia perchè la situazione in cui viviamo ci porta a occuparci solo di noi stessi.

  3. Bell’articolo ma mi sa tanto che l’ultima opportunità dell’Europa è stata già persa. L’errore è stato alla base: fare l’Unione Economica e Monetaria prima di quella politica nella convinzione funzionalista che ciò aprirebbe la porta ad ulteriore integrazione. Da un punto di vista della teoria economica non c’erano tuttavia i presupposti per creare una moneta unica in Europa. Ora, si può tentare di risolvere la crisi facendo l’Unioen fiscale (che di fatto coinciderebbe con l’Unione Politica visto che questa implicherebbe politiche di bilancio comuni e quindi scelte politiche comuni) ma francamente non sono molto ottimista. Se francesi e olandesi hanno rigettato il Trattato Costituzionale nel 2005 perché mai ora, in quadro politico più complicato e con un’UE che ha perso ulteriore slancio, dovrebbero accettare un’Unione politica?

  4. Riccardo Pennisi

    Francesco condivido purtroppo il tuo punto di vista. L’integrazione europea è a un punto tale che potrebbe essere ripartire seriamente solo dopo uno strappo in negativo (aggravamento della crisi) o in positivo (ottime prestazioni economiche per qualche anno) – e non è neanche detto che accada. Lo scenario più probabile resta quello della lenta decadenza, in cui l’integrazione può essere rilanciata grazie allo slancio ideale delle élites. Slancio di cui per ora si vede solo una labilissima traccia.
    Dopo 70 anni di unione, gli stati che componevano gli Stati Uniti scesero in guerra tra loro perchè i loro interessi divergevano, chissà che non accada anche a noi (naturalmente un conflitto può avere molte forme diverse): con l’ultima crisi, per la prima volta le differenze tra i gruppi di paesi che compongono l’UE stanno aumentando invece che diminuendo.

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