Archivi del mese: luglio 2011

TQ trailer (semiserio)

Non so voi, ma io detesto gli spoiler: quelli che tu sei ancora a pagina 7 e loro ti dicono chi è l’assassino; quelli che ti spiegano una poesia prima di leggerla; quelli che cantano sopra una canzone, anticipando sempre due o tre parole per farvi vedere che la sanno tutta.

Insomma: non voglio rovinarvi la sorpresa. E non voglio nemmeno imbracare le pagine che seguono con giustificazioni non petite. Siccome ci abbiamo lavorato tre mesi (dal vivo, in streaming, in rete, via skype), ci abbiamo perso il sonno (se dieci ore consecutive di riunione vi sembran poche…); siccome quello che avevamo da dire lo abbiamo messo nero su bianco (e altro ancora, si spera, diremo), non appoggerò il mento sulle vostre spalle per seguirvi passo passo nella lettura, interrompendovi ogni tanto per chiarire la vera intenzione di quella o quell’altra frase. Continua a leggere

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Come sta Obama? Male grazie, e lei?

Questo blog ha un legame diretto con il blog America2008 (poi divenuto America2012.it, dove scrivono alcuni di noi): un blog che ha raccontato dal principio l’emersione di un nuovo progetto politico che ha ispirato l’Europa e l’Italia – oltre il trentennio conservatore di Reagan e Bush, ma anche oltre la terza via di Clinton: il progetto obamiano. E infatti abbiamo cercato di fare lo stesso con l’Italia, raccontando il paese nuovo che si forma dentro e oltre la crisi.

La nostra idea era che Obama stesse cercando di piantare la prima bandiera del dopo “era della frana” (per citare Hobsbawm): la strada gli si era aperta grazie alla crisi scoppiata nel 2008. Nella crisi Obama era emerso come una promessa di futuro, capace di superare il trentennio appena trascorso, quello che andava da Reagan a Bush jr.

Obama ha innescato senz’altro processi innovativi – che hanno influenzato il fare politica di questi ultimi anni – ma ora è in un pantano: un po’ ce l’hanno spinto, un po’ ci si è buttato da solo (peccato). Negli Usa, infatti si manifesta nel modo più estremo una sommatoria di crisi, che il nuovo presidente ha potuto gestire al massimo alla meno peggio, con qualche guizzo di classe e genialità e tanto tirare a campare: a) la crisi della credibilità dell’occidente e delle istituzioni internazionali che esso ha creato; b) la crisi della globalizzazione, del suo modello di crescita e delle élite globali che lo hanno gestito; c) la crisi di crediblità delle istituzioni rappresentative e democratiche, schiacciate tra scontri ideologici sterili e interessi reali, pesanti come pietre (e capaci di schiacciare un presidente).

In questo link – un articolo di America2012 apparso su Italianieuropei – cerchiamo di mostrare le difficoltà dell’America. Difficoltà che rappresentano un monito per tutto l’occidente: gli Usa vanno guardati sempre con grande attenzione, perché da molto tempo l’Atlantico si è ristretto, e si vive tutti sulla stessa barca. Vi anticipiamo il paragrafo finale:

Complice l’inazione alla quale è costretto un governo diviso che vive in regime di massima polarizzazione ideologica, Obama aveva già rallentato la sua corsa poco prima delle elezioni di medio termine del 2010: per molto tempo ha scelto la via del “presidente pedagogo”, che spiega all’America le ragioni dell’una e dell’altra parte al fine di ricercare soluzioni politiche inedite; che introduce nel dibattito temi nuovi, attraverso precise scelte strategiche e azioni simboliche; che cerca di ricostruire il tessuto connettivo della società e della cultura del proprio paese. La crisi è tale da non fornire il tempo di ottenere risultati adeguati, né su questo fronte né su altri, in particolar modo quello della creazione di posti di lavoro (è comprensibile che nel 2009 si sia scommesso su di un recupero accettabile dell’economia nel giro di un paio d’anni, sufficiente a vivere in un clima più sereno la campagna elettorale: così non è stato, e ci sarà il tempo per capire dove, come e chi ha sbagliato dentro questa Amministrazione). C’è da fare attenzione: bisogna temere la miscela esplosiva di ceti popolari che si alienano dalla partecipazione alla vita civile e produttiva, di classi medie che si impoveriscono e di una politica incapace di produrre riforme e cambiamento.

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Ciò che è buono per i romani è buono per Roma, turismo incluso

Foto tratta da corriereromano.it

La politica romana, molto attiva nel gioco delle poltrone – si veda l’ultimo pasticciato rimpasto della giunta comunale -, sembra non avere grandi idee circa le prospettive da dare alla città. Certo, sono anche stati organizzati eventi che si volevano importanti, come gli “Stati generali della città”. Spente le luci della ribalta mediatica, di quelle iniziative sembra essere rimasto poco. L’attenzione ha finito per concentrarsi sui gravi fatti di cronaca che hanno segnalato l’emergenza criminalità organizzata, oppure su alcuni progetti di sviluppo dell’EUR piuttosto abborracciati. Insomma, il degrado complessivo della città è evidente più che mai.

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Organizzare i disorganizzati

Barack Obama, il più famoso allievo di Alinsky

Organizzare i disorganizzati. Era questo il titolo della giornata dell’Organizing che si e’ tenuta lo scorso 14 Luglio nell’ambito di Ora Tocca a Noi, la festa nazionale dei giovani della Cgil e della rivista Molecoleonline.it. Un titolo di per se’ evocativo dei temi e delle esperienze al centro della giornata: l’obiettivo della costruzione del potere (quello dei deboli) ed il modo di costruirlo in una societa’ plurale e frammentata. Il pensiero – e di questo ha parlato Mattia Diletti, ricercatore in scienza politica alla Sapienza – non puo’ che andare alla riflessione ed ancor di piu’ all’azione di Saul Alinsky che, nello storico distretto del meatpacking della Chicago degli anni trenta – il Back of the Yards – era stato protagonista di uno dei piu’ straordinari esempi di sindacalizzazione e di costruzione comunitaria della storia d’America. Al centro della sua ricetta stava l’idea che il potere degli esclusi lo si edificasse sulla base della loro stessa percezione dei propri interessi (prima ancora che su schemi culturali di importazione), sul coinvolgimento del territorio (quella community sempre presente nel discorso politico americano), sulla tessitura di coalizioni sociali larghe ed infine sulla laboriosa costruzione di leadership naturali ed “indigene”, che fossero espressioni diretta dei gruppi mobilitati.    Continua a leggere

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Genova, dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dal G8 di Genova. Non si tratta qui di fare del reducismo – oltre che patetico sarebbe anche prematuro – ma di provare a riflettere su alcuni processi che sono iniziati lì, o anche emersi per la prima volta lì, e che stanno venendo a maturazione solo ora. Il trentennio conservatore italiano iniziato con la creazione di TeleMilano58 nel 1978 è stato tante cose cattive, ma dentro di sé ha nutrito anche degli anticorpi, un “futuro migliore che cresce nel presente” come scrivemmo qui. L’eredità di Genova è anche questo e vale la pena iniziare una riflessione seguendo alcuni filoni.

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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Legge elettorale, o delle transizioni italiane

Immancabile classico della politica italiana dell’ultimo triste ventennio, ecco riemergere con forza uno dei dibattiti più “appassionanti” per il centrosinistra: quello sulla legge elettorale. I bipolaristi fautori del ritorno all’uninominale maggioritario (si veda Veltroni su Repubblica del 9 luglio) insistono sulla necessità di compiere quella che comunemente definiscono come transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Transizione, cioè, da un sistema politico “dominato dai partiti”, quale sarebbe stato quello che abbiamo vissuto fino al ’92, ad uno nel quale siano i cittadini a “possedere lo scettro”, avendo il potere di determinare le maggioranze di governo, la cui composizione verrebbe sottratta al capriccio dei partiti stessi. Ma siamo sicuri che questa rappresentazione non sia fallace? No, non lo siamo affatto.
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