L’onda lunga di Genova

I referendum del 12 e 13 giugno hanno raggiunto il quorum dopo 15 anni che questo non accadeva. Ha contato certamente la fase politica, la percezione della fine di un ciclo elettorale fin qui caratterizzato dalla vittoria della coalizione berlusconiana. Il momento, nonostante le preoccupazioni per il mancato accorpamento del voto, non poteva essere migliore per mobilitare il senso di rivalsa dell’elettorato di opposizione galvanizzato dalle amministrative. L’impatto emotivo dell’incidente di Fukushima e del pericolo della “privatizzazione dell’acqua” sono stati ovviamente determinati. C’è chi si è spinto fino ad annunciare un ruolo finalmente incisivo di internet e della mobilitazione a rete.

I fenomeni di massa hanno sempre spiegazioni molteplici, ma tra queste vorremmo cercare di rintracciare il filo che collega il voto di giugno con l’origine della campagna per l’acqua pubblica più di 10 anni fa, attraverso i paradigmi culturali e le pratiche organizzative del movimento che ha promosso i referendum.

L’onda lunga di Genova

Come si diceva qui, la vittoria referendaria del 12 e 13 giugno può essere letta come il risultato di un processo di sedimentazione e mobilitazione molto lungo, durato almeno 10 anni. Il tema dell’acqua entra nell’agenda politica dei movimenti per un’altra globalizzazione al Social Forum di Firenze, nel 2002. Molti dei protagonisti della recente campagna referendaria vengono dai movimenti promotori della manifestazioni contro il G8 di Genova e dei social forum degli anni successivi. Tommaso Fattori, ad esempio, del Social forum toscano, e Marco Bersani, di Attac, solo per citare i nomi più noti. Ed è proprio Marco Bersani ad aiutarci a ricostruire in un’intervista questa storia, seguendo il filo e gli snodi di una delle campagne più durature che siano state portate avanti nel nostro paese.

«Il movimento di Genova ha avuto una prima fase di contestazione globale delle grandi istituzioni internazionali, un movimento di opinione che si esprimeva soprattutto con grandi adunate oceaniche. Questa prima fase si è conclusa con la guerra in Iraq, in particolare con la grande manifestazione nazionale e internazionale del 15 febbraio 2003. Dopo quella sconfitta è iniziata la seconda fase, quando il movimento ha in parte abbandonato un ragionamento più globale di contestazione, ma ha cominciato a diffondersi nei territori in modo reticolare, andando a costruire sugli stessi argomenti, ideali e analisi che aveva prodotto a Genova, una fase di battaglie sui territori, aprendo la stagione di un nuovo linguaggio, quello dei beni comuni e della partecipazione».

Nella rossa Toscana, contro le giunte di sinistra

Il primo appuntamento è quello del Forum mondiale alternativo dell’acqua. Si tiene in Toscana. Non a caso, perché le giunte della regione rossa sono le prime ad applicare la legge Galli del 1994, utilizzando la possibilità prevista dalla legge di affidare a privati o a società miste la gestione del servizio idrico locale.

Non è un caso che la mobilitazione sull’acqua sia partita da una regione “rossa” – spiega Bersani – «perché il movimento per l’acqua è molto di più di un movimento semplicemente di sinistra, è un movimento di cittadinanza attiva che nel tempo è riuscito a costruire una grande coalizione sociale dal basso, ma soprattutto è riuscito a parlare direttamente con le persone. Il risultato referendario lo dimostra. Se prendiamo i voti potenziali della coalizione di centrosinistra sono intorno al 30% degli aventi diritto, ha votato il 57%».

Nel 2004 il coordinamento dei social forum toscani individua uno strumento per condurre in modo propositivo la campagna sull’acqua, quello della legge regionale di iniziativa popolare. Le firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare sono 3.000, ma il comitato promotore si pone l’obiettivo ambizioso di raccoglierne 30.000. Tra febbraio e agosto 2005 ne vengono raccolte 43.000. Nel luglio dello stesso anno viene lanciato un appello per realizzare un movimento nazionale. Dopo 5 assemblee itineranti e un numero crescente di adesioni, nel marzo 2006 più di 600 partecipanti riuniti a Roma si costituiscono in Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Organizzare una campagna nazionale del basso

Lo strumento scelto dal neocostituito Forum per aprire una “vertenza nazionale” sull’acqua è di nuovo una legge di iniziativa popolare. La legge viene scritta coinvolgendo esperti e attivisti, un metodo di produzione legislativa che andrebbe approfondito in quanto consente una approfondita discussione e la ricezione di vari input sulla base di un processo partecipato.

Il fatto che venga scelto uno strumento di iniziativa popolare è significativo sia perché testimonia la popolarità del tema, su cui il Forum sa dall’inizio di poter raccogliere consensi trasversali, sia di un approccio non solo contestativo ma anche propositivo del movimento. «Capacità di mettere insieme resistenza e proposta», secondo l’efficace descrizione che ne dà Bersani in un saggio pubblicato su internet nel 2007.

«Quello che bisognava costruire dentro questa paese – ci spiega Bersani nell’intervista – era una grande esperienza di autoeducazione popolare, di sensibilizzazione sociale. Non ci sarebbe stato questo risultato referendario se non avessimo fin dall’inizio avuto come obiettivo il parlare direttamente con le persone».

Un obiettivo pienamente riuscito. Come emerge dall’indagine Demos di Ilvo Diamanti secondo qui «se il 57% degli elettori italiani ha votato al referendum, il 16% ha fatto campagna elettorale» attraverso forme innovative slegate dai partiti.

 Un tema capace di ricomporre la crisi della politica

1.400.000 firme raccolte sui 3 referendum per l’acqua pubblica sono il risultato di questo processo. Tuttavia, il raggiungimento del quorum è tutt’altra faccenda. Bisogna fare i conti con l’astensionismo strutturale delle consultazioni referendarie, che secondo alcune stime supera il 30% dell’elettorato. Bisogna fare i conti con le domeniche assolate di giugno, con l’informazione che si occupa d’altro, con gli appelli all’astensione, con la difficoltà di capire questioni complesse come quelle connesse alla gestione di un servizio pubblico industriale come quello idrico.

Temi su cui in passato si sono create mobilitazioni importanti, come la fecondazione assistita (referendum del 2005) o l’articolo 18 (referendum del 2003), sono arrivati lontanissimi dal raggiunto del quorum (pur trattandosi di temi molto diversi tra loro, entrambe le consultazioni si attestarono intorno al 25% di partecipazione al voto).

«Il tema scelto – spiega senza esitazioni Bersani – aveva dei vantaggi rispetto ad altri del passato. In una situazione di fortissima frammentazione sociale come quella che abbiamo vissuto in questi anni, un tema come quello della fecondazione assistita che tocca direttamente una minima parte della popolazione rischia di non impattare perché arriva in un’epoca in cui la società non ha come parole d’ordine la solidarietà e il legame sociale, ma un fortissimo individualismo dettato dall’idea di “uno su mille ce la fa” e “io speriamo che me la cavo”. L’acqua ha invece questo vantaggio, che tocca direttamente tutte le persone, tocca direttamente tutti i territori, è un tema quindi già strutturalmente generalizzabile, su cui ogni cittadino può intervenire perché lo riguarda direttamente».

 Mentre ascolto questa risposta mi pare che Bersani abbia centrato un punto importante, che non riguarda però solo il numero di persone coinvolte, ma il paradigma culturale che sta dietro il tema dell’acqua pubblica. Mentre temi come quelli del lavoro o della laicità si inseriscono all’interno di contrapposizioni durature e consolidate, “fratture sociali” come le chiamano i politologi, il tema dell’acqua chiama in causa valori unificanti, il senso stesso del bene comune, che tutti avvertiamo come messo in pericolo sia dal degrado istituzionale che dal prevalere delle logiche del profitto.

(Diego Galli)

1 Commento

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Una risposta a “L’onda lunga di Genova

  1. Barkokeba

    Caro Diego, sostieni “il tema dell’acqua chiama in causa valori unificanti, il senso stesso del bene comune, che tutti avvertiamo come messo in pericolo sia dal degrado istituzionale che dal prevalere delle logiche del profitto.” Sarebbe bello che fosse così, ma è un’ipotesi che non trova una conferma convincente. Per esempio, ci si accorge che molti leghisti o elettori abituali del centro destra hanno votato ai referendum. Tutta gente che ha cambiato punto di vista sul bene pubblico? In parte si. In generale, però, ritengo che il risultato del referendum, pur essendo stato brillantemente prodotto dai promotori della consultazione, non possa essere interpretato come un cambiamento dell’orientamento “ideologico” degli italiani. Forse, più semplicemente, è che gli italiani rispondono positivamente a proposte politiche che hanno un senso intelligibile. Il problema, tuttavia, rimane, perché tutto va interpretato. Per esempio, il bel risultato economico dell’acquedotto pugliese è ora stato messo sotto accusa perché avrebbe dato luogo a una profitto…

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