La battaglia dell’acqua dopo il referendum

Foto tratta da Globalproject.info

Il 2 e 3 luglio il Forum ha chiamato a raccolta tutti i suoi aderenti per un’assemblea nazionale in cui definirà la sua strategia postreferendaria. Dopo aver portato un intero paese a pronunciarsi sull’acqua c’è da star certi che saprà calibrare bene le prossime mosse.

Il Comitato per la Vigilanza sull’Uso delle Risorse Idriche a pagina 60 della sua relazione al Parlamento rispetto alle gestioni controllate dagli enti locali scrive: «L’esperienza applicativa di molti anni ha dimostrato che in diversi casi gli Enti locali cedono alla tentazione di ricavare consensi politici, oltre che utili economici, dalla gestione del servizio».

Marco Bersani, di Attac, non esita un momento, come chi è abituato a rispondere a questa obiezione: «Sul clientelismo, la spa aggrava il problema perché essendo un ente di diritto privato può fare assunzioni per chiamata diretta, quindi paradossalmente la parentopoli può essere accelerata. Questo non significa che di per sé il pubblico funziona, noi diciamo infatti che va riformato un altro modello di pubblico attraverso la partecipazione diretta dei cittadini alla gestione dell’intero ciclo dell’acqua».

 Si ma che significa concretamente? Si rischia di restare agli slogan.

«Significa che su ogni territorio vanno sperimentati modelli in cui i quartieri, i cittadini, i lavoratori del servizio vengono coinvolti. Ci sono sperimentazioni fatte per esempio a Parigi nel cui comitato di gestione dell’azienda pubblica che gestisce l’acqua c’è il consiglio di sorveglianza dei lavoratori, eletti direttamente dai lavoratori, che da parere su ogni passaggio, e sono rappresentati gli utenti che vengono eletti a rotazione e che hanno un mandato diretto da parte della assemblee di quartiere. Ovviamente tutto è perfettibile e non esiste la formula che salva da ogni conseguenza negativa, ma noi diciamo che questo è un grande terreno di sperimentazione stante che i modelli precedenti hanno dimostrato di non funzionare».

 Ma molti sostengono che la forma societaria sia indispensabile per avere una gestione manageriale del servizio, per assicurare l’efficienza economica e l’elevato tasso di specializzazione e tecnicità necessario per la gestione del servizio.

«La gestione del servizio idrico è una gestione industriale questo nessuno lo nega». Ma per Bersani questo non significa che debba essere gestito tramite una Spa. «Perché la società per azioni è un ente di diritto privato che da codice civile ha un unico scopo: quello di produrre dividendi per gli azionisti. Questo comporta una tensione economicistica del servizio che da quel momento viene considerato unicamente con l’obiettivo della produzione di dividendi. Questo significa ad esempio che diventa impossibile qualsiasi politica di risparmio della risorsa idrica perché è esattamente dal massimo di vendita dell’acqua che io ricavo i miei utili. Comporta il fatto che io non farò una riorganizzazione del servizio finalizzata alla funzionalità, ma al risparmio del costo del lavoro. Vuol dire che tenderò ad aumentare le tariffe. Quello che noi diciamo è che il servizio idrico è un servizio a gestione industriale, ma che può esser fatto con un ente di diritto pubblico, per esempio l’azienda speciale e l’azienda speciale consortile, che ha tutte le caratteristiche dell’industrialità della gestione, ma che risponde direttamente agli enti locali».

 Da dove verranno gli investimenti ora che i privati hanno perso l’incentivo alla remunerazione del capitale investito? Il pubblico non si capisce dove possa prendere le risorse necessarie. Non si possono alzare le tasse perché politicamente nessuno assumerebbe un provvedimento così impopolare, mentre i vincoli di bilancio e il patto di stabilità impediscono di ricorrere all’indebitamento. Il rischio non sarà che gli enti locali preferiranno non fare investimenti e ci terremo così il 30% di sprechi di acqua che fuoriesce dagli acquedotti colabrodo?

«Gli investimenti comunque già ora che comunque c’era una gestione mista pubblico-privata non venivano fatti». Secondo Bersani il servizio idrico può essere finanziato in forma pubblica attraverso tre modalità complementari tra loro. Anzitutto la tariffa. «Noi non abbiamo mai detto che l’acqua debba essere gratuita anche se diciamo che ci deve essere un quantitativo minimo vitale garantito per tutti perché se anche qualcuno non può pagare possa utilizzare quello che è un bene necessario alla sopravvivenza. Ovviamente noi pensiamo anche a una tariffa scaglionata che colpisca gli sprechi, perché l’acqua va conservata». Poi i fondi possono venire dalla fiscalità generale, e questo non significa nuove tasse, ma tagliare altri capitoli di spesa. Spese militari e opere inutili come il ponte sullo stretto.

Infine, la finanza pubblica. Il prestito irredimibile, una sorta di buoni di stato a interesse perpetuo senza restituzione del capitale. Uno strumento finanziario proposto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua che non aumenta il debito pubblico.

 Ora la sfida più importante

«Siamo disponibili a discutere perché non pensiamo che la nostra sia l’unica risposta o quella esaustiva». Ma di certo, dice giustamente Bersani, il prossimo passo dovrebbe essere la discussione della proposta di legge di iniziativa popolare già depositata in Parlamento grazie a più di 400 mila firme dagli stessi promotori dei referendum usciti vittoriosi dal voto di giugno.

In quel disegno di legge sono racchiuse tutte le proposte maturate negli anni del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, un modello alternativo di gestione dei servizi pubblici locali rispetto a quello delle privatizzazioni.

La sfida ora è quello di un rapporto fecondo con le istituzioni. Si tratta di una sfida importante sia per i movimenti e i comitati che hanno reso possibile i referendum, sia per le istituzioni che hanno visto bocciato un modello incessantemente riproposto dalla metà degli anni ’90 ad oggi, sia da governi di centrodestra che di centrosinistra.

Se le parole chiave di questa campagna sono state quelle della partecipazione e dei beni comuni, il vuoto legislativo creato dai referendum rappresenta un’occasione unica per sperimentare sul campo la praticabilità di questi principi. A beneficio del bene comune più importante di tutti: la  democrazia.

(Diego Galli)

1 Commento

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Una risposta a “La battaglia dell’acqua dopo il referendum

  1. Lorenzo Fanoli

    Questo è un articolo molto interessante.
    Anche in tema di governance della gestione del servizio gli spunti che offre sono utili. Purtroppo, l’esperienza italiana di partecipazione (più o meno diretta) alla gestione delle ex municipalizzate da parte dei sindacati ha mostrato piu ombre che luci. Quindi quando si parla di gestione da parte dei lavoratori bisogna stare piuttosto attenti a questo passato. Inoltre la gestione e il controllo popolare a volte scontano le difficoltà di comprensione di aspetti tecnici e tecnologici per cui bisognerebbe essere dei veri “addetti ai lavori”. E’ interessante l’esperienza di Parigi e dei comitati municipali e sarebbe bello saperene un po’ di piu’ proprio in relazione alla capacità di maneggiare tematiche e sclete di catattere tecnico.

    Nell’articolo di Galli rimane anche aperto il nodo della tariffa e di come dovrebbe essere composta. E’ di oggi la polemica tra il Manifesto e Vendola sul tema del 7% sulla tariffa. Posto il principio che la gestione Idrica non dovrebbe generare profitto… come ci si dovrebbe comportare invece in casi di indebitamento per sostenerer investimenti (oppure per l’AQP come sostiene Vendola per causa di un indebitamento determinato da scelte politiche di amministrazioni precedenti)?

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