Ciò che è buono per i romani è buono per Roma, turismo incluso

Foto tratta da corriereromano.it

La politica romana, molto attiva nel gioco delle poltrone – si veda l’ultimo pasticciato rimpasto della giunta comunale -, sembra non avere grandi idee circa le prospettive da dare alla città. Certo, sono anche stati organizzati eventi che si volevano importanti, come gli “Stati generali della città”. Spente le luci della ribalta mediatica, di quelle iniziative sembra essere rimasto poco. L’attenzione ha finito per concentrarsi sui gravi fatti di cronaca che hanno segnalato l’emergenza criminalità organizzata, oppure su alcuni progetti di sviluppo dell’EUR piuttosto abborracciati. Insomma, il degrado complessivo della città è evidente più che mai.

In questi giorni la pubblicazione da parte della Provincia di Roma, del rapporto statistico annuale dà bene l’idea di che cosa significhi questo stato di afasia. Risulta confermato, infatti, un trend noto: i comuni dell’hinterland crescono più velocemente della città di Roma, tanto che molti di essi, negli ultimi 10 anni, hanno visto aumentare sensibilimente i loro residenti (in qualche caso anche fino al 75%). Insomma, Roma espelle i suoi abitanti, specie se giovani, salvo poi imporre alle stesse persone un intenso pendolarismo verso la città reso penoso dalla congestione del traffico e dal collasso del trasporto su ferro.

Eppure Roma le persone, oltre a respingerle, le attira anche, visto che accoglie due capitali di rilievo internazionale ed è uno dei grandi centri religiosi del mondo; che ospita alcune grandi agenzie delle Nazioni Unite, che è la sede di grandi e prestigiose università, incluse quelle pontificie; che è il più grande distretto della ricerca italiana e che ha una base industriale non indifferente. Non è poi così normale che Roma debba espellere coloro che rendono possibili tutte queste cose, cioè i suoi abitanti. E non è un’esagerazione, visto che ha senso pensare che per ogni famiglia che lascia il comune ce ne sarà qualcuna che si trova di fronte allo stesso dilemma e che lo risolve scegliendo di vivere in zone periferiche, o stringendo la cinghia per rimanere in zone centrali sempre più costose.

Poiché il processo appena descritto non è iniziato ieri, né tantomeno con la “presa di Roma” da parte di Alemanno, bisogna ragionare sulle possibili origini di questo particolare male della nostra città. Riflettere sul turismo, cioè sull’industria che fa della capacità di ”attrazione” il suo principale motore, può essere utile a capire dove si annidano i meccanismi che producono questo paradosso, che va ben oltre il turismo stesso. In alcuni interventi precedenti su Italia 2013 si è parlato di alcuni problemi della città connessi al turismo (il traffico dei pullman e l’occupazione selvaggia di suolo pubblico). Il vizio che accomuna queste due vicende era stato indicato nel fatto che il centro storico della città viene visto principalmente come risorsa destinata allo sfruttamento economico selvaggio ed immediato, cioè come una specie di Luna Park i cui giostrai vedono male il fatto di essere intralciati da abitanti, cittadini autoctoni, lavoratori. C’è, quindi, un tratto comune in questi problemi, ben sintetizzato nell’idea, che spesso si sente ripetere, che la città campa di turismo, che sarebbe il petrolio di Roma. Questo assunto, andrebbe smentito perché è fuorviante. La gente viene a Roma non solo per consumare, come i turisti, ma anche per produrre: questo fanno scienziati, uomini di cultura, imprenditori, diplomatici, politici. Per non parlare dei residenti, che a Roma fanno le stesse cose dei forestieri che producono, solo che sono stanziali. Ebbene: quante inefficienze sono costrette a subire queste persone quando devono spostarsi, oppure fare i semplici acquisti quotidiani? Senza contare che chi vive in una città deve pensare anche alla propria famiglia, a come educare e far crescere i propri figli: siamo all’altezza delle città nostre concorrenti per quanto riguarda accessibilità e qualità dei servizi educativi? E che dire dell’inquinamento?

Vivere e lavorare a Roma non è un’impresa facile, tantomeno a buon mercato. Sarebbe ora di mettere una parola fine a tutto ciò. Le ricette per farlo, ovviamente, sono numerose e complesse, e non si può entrare nei dettagli. Alcuni hanno sostenuto che lo sviluppo delle città dipende dalla capacità di attirare talento e tecnologia e di praticare la “tolleranza” (chi legge l’inglese può guardare questa voce di Wikipedia: Richard Florida). Si può essere o meno d’accordo su alcuni aspetti o dettagli di questo approccio. Noi interpretiamo quest’idea nei termini di un principio che potrebbe utilmente guidare le politiche per questa città: ciò che è buono per i romani è buono per Roma, turismo incluso. E non viceversa.

Non è una banalizzazione. Questo principio, infatti, costituisce un utile discrimine per giudicare i progetti e le politiche per Roma. Implica, infatti, che per ogni iniziativa ci si chieda: a che serve, e a chi serve?

Se ci ponessimo chiaramente queste domande, ci accorgeremmo che far girare i pullman praticamente indisturbati per la città contribuisce al blocco del traffico per tutti coloro che devono andare al centro per lavoro, perché ci vivono, oppure per svago. Meglio sarebbe pensare a politiche rigorose che limitino l’accesso al centro storico e altrettanto rigorose nell’offrire un miglior trasporto pubblico per tutti, compresi i turisti (questo era il piano pullman del giubileo, smantellato appena possibile, ma che varrebbe la pena di riproporre con i dovuti aggiornamenti). Oppure, ci accorgeremmo che il sostegno pressoché incondizionato ai Bed & Breakfast è un modo per togliere abitazioni ai romani (che le cercano fuori…) e di affidare efficienza e qualità dell’industria alberghiera a imprenditori part-time (alcuni mesi fa la questione è stata oggetto di proteste e di mobilitazioni).

Porsi queste domande sarebbe rilevante anche in relazione all’altro “petrolio di Roma”, il “mattone”. La domanda sull’utilità di costruire a Roma non è peregrina: è di poche settimane fa la lamentela, riportata dalla stampa romana, di un’associazione di costruttori romani circa la impossibilità di vendere le case che avevano costruito. Insomma, sembrerebbe che la domanda di nuove case a Roma sia minore dell’offerta, quantomeno ai prezzi esistenti. Le leggi dell’economia suggerirebbero di uscire dal settore edile e di vendere quanto prima ai prezzi che si riesce a spuntare. Risulta dai giornali che quegli imprenditori pensavano a tutt’altro, cioè a una permuta dei loro immobili invenduti con le caserme in dismissione in aree pregiatissime. E’ una visione bizzarra del rischio di impresa, ma evidentemente considerata degna di essere proposta.

Insomma, costruire come è avvenuto negli ultimi anni non serve. Naturalmente si può costruire, ma a diverse condizioni, cioè ottimizzando il patrimonio esistente, fermando il consumo del suolo (come intende fare il sindaco Renzi, almeno in linea di principio), creando le condizioni per una migliore accessibilità e mobilità nella città. Insomma, costruendo in modo utile per i romani. Gli orientamenti della politica capitolina sembrano essere differenti: se si visita il sito del secondo polo turistico di Roma si vede che i più importanti progetti riguardano la costruzione di infrastrutture. Ci si aspetterebbe qualche cosa finalizzato al miglioramento dell’efficienza e della qualità dell’offerta turistica romana, ma ci si limita alla grande idea di fare a Roma un Luna Park sulla Roma Imperiale. Speriamo le cose vadano come perla Formula 1 all’EUR.

Chiedersi a che servono e a chi servono le politiche di sviluppo, insomma, non è banale. Perché implicherebbe l’idea di puntare a standard che siano elevati per i romani – intesi come quella variegatissima umanità che a Roma ci vive e ci lavora. Il turista godrà di questi standard. Il che è una proposta innovativa, molto chiara: Roma deve offrire, a costi ragionevoli, cose che piacciano e servano ai romani, dalla ristorazione agli spettacoli, ai servizi alla famiglia a quelli di trasporto. Per non parlare dell’accesso ai servizi commerciali, visto che negli ultimi anni si è promossa la formazione di una costellazione di “Shopping Mall” che rendono agevole la spesa solo in automobile.

Lavorare al doppio standard come avviene oggi – per i turisti e per i romani – ha dimostrato di produrre livelli bassi per entrambi. D’altra parte, pensiamoci bene: Roma non ha bisogno di attirare il turismo: quello già c’è. Il turista, e il forestiero in generale, andrebbe coltivato, invogliato a rimanere più a lungo e poi a tornare. Lo si può fare solo rendendo la città migliore per i suoi abitanti. Roma ha un bacino di utenza così grande che può pensare a grandi investimenti di qualità per tutti.

D’altra parte, il petrolio si estrae, non si coltiva. E non è un caso che gli economisti abbiano studiato la de-industrializzazione che si verifica quando in un paese si iniziano a sfruttare i giacimenti petroliferi. I rendimenti del petrolio creano reazioni tali che tutto il resto dell’economia ne soffre. Lo sfruttamento selvaggio del turismo a Roma, o la crescita eccessiva del settore immobiliare, producono i loro effetti attraverso meccanismi diversi, quindi non bisogna fare un uso troppo stretto di questa analogia. Certo è che bisogna impostare lo sviluppo della città pensando prima ai suoi abitanti e alle loro molteplici attività economiche, creando un ambiente sempre più favorevole all’innovazione, rendendo gradevole vivere qui. Per non far deperire questa città di una sindrome che ricorda la “malattia olandese” di cui parlano gli economisti.

(Andrea Declich)

3 commenti

Archiviato in economia, Roma, urbanistica

3 risposte a “Ciò che è buono per i romani è buono per Roma, turismo incluso

  1. alessandra

    Molto convincente. È chiaro che la domanda “a chi serve?” va fatta con la dovuta malizia, e spesso i turisti non c’entrano.

  2. Pingback: Turisti e pendolari, un contrasto evitabile | Italia2013

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