Come sta Obama? Male grazie, e lei?

Questo blog ha un legame diretto con il blog America2008 (poi divenuto America2012.it, dove scrivono alcuni di noi): un blog che ha raccontato dal principio l’emersione di un nuovo progetto politico che ha ispirato l’Europa e l’Italia – oltre il trentennio conservatore di Reagan e Bush, ma anche oltre la terza via di Clinton: il progetto obamiano. E infatti abbiamo cercato di fare lo stesso con l’Italia, raccontando il paese nuovo che si forma dentro e oltre la crisi.

La nostra idea era che Obama stesse cercando di piantare la prima bandiera del dopo “era della frana” (per citare Hobsbawm): la strada gli si era aperta grazie alla crisi scoppiata nel 2008. Nella crisi Obama era emerso come una promessa di futuro, capace di superare il trentennio appena trascorso, quello che andava da Reagan a Bush jr.

Obama ha innescato senz’altro processi innovativi – che hanno influenzato il fare politica di questi ultimi anni – ma ora è in un pantano: un po’ ce l’hanno spinto, un po’ ci si è buttato da solo (peccato). Negli Usa, infatti si manifesta nel modo più estremo una sommatoria di crisi, che il nuovo presidente ha potuto gestire al massimo alla meno peggio, con qualche guizzo di classe e genialità e tanto tirare a campare: a) la crisi della credibilità dell’occidente e delle istituzioni internazionali che esso ha creato; b) la crisi della globalizzazione, del suo modello di crescita e delle élite globali che lo hanno gestito; c) la crisi di crediblità delle istituzioni rappresentative e democratiche, schiacciate tra scontri ideologici sterili e interessi reali, pesanti come pietre (e capaci di schiacciare un presidente).

In questo link – un articolo di America2012 apparso su Italianieuropei – cerchiamo di mostrare le difficoltà dell’America. Difficoltà che rappresentano un monito per tutto l’occidente: gli Usa vanno guardati sempre con grande attenzione, perché da molto tempo l’Atlantico si è ristretto, e si vive tutti sulla stessa barca. Vi anticipiamo il paragrafo finale:

Complice l’inazione alla quale è costretto un governo diviso che vive in regime di massima polarizzazione ideologica, Obama aveva già rallentato la sua corsa poco prima delle elezioni di medio termine del 2010: per molto tempo ha scelto la via del “presidente pedagogo”, che spiega all’America le ragioni dell’una e dell’altra parte al fine di ricercare soluzioni politiche inedite; che introduce nel dibattito temi nuovi, attraverso precise scelte strategiche e azioni simboliche; che cerca di ricostruire il tessuto connettivo della società e della cultura del proprio paese. La crisi è tale da non fornire il tempo di ottenere risultati adeguati, né su questo fronte né su altri, in particolar modo quello della creazione di posti di lavoro (è comprensibile che nel 2009 si sia scommesso su di un recupero accettabile dell’economia nel giro di un paio d’anni, sufficiente a vivere in un clima più sereno la campagna elettorale: così non è stato, e ci sarà il tempo per capire dove, come e chi ha sbagliato dentro questa Amministrazione). C’è da fare attenzione: bisogna temere la miscela esplosiva di ceti popolari che si alienano dalla partecipazione alla vita civile e produttiva, di classi medie che si impoveriscono e di una politica incapace di produrre riforme e cambiamento.

1 Commento

Archiviato in economia, mondo

Una risposta a “Come sta Obama? Male grazie, e lei?

  1. Barkokeba

    Cari amici, le difficoltà in cui si trova Obama sono sotto gli occhi di tutti e ne parlate bene nell’articolo. Rimane una questione sulla quale mi sembra spesso che si sorvoli: Obama è stato, fin qui, un grande stratega. Ha dovuto gestire tre grandi promesse elettorali e/o questioni subito dopo la sua elezione: la crisi e la riforma di Wall Street; il disimpegno dall’Iraq e il medio oriente; la riforma sanitaria. Il problema è che se lui avesse voluto affrontare tutte le questioni insieme in base ai suoi principi avrebbe perso dappertutto. La riforma sanitaria, per intenderci, era appesa alle decisioni di Lieberman, sostenitore di posizioni molto vicine alla destra israeliana. Insomma, pur con tutti i compromessi, è riuscito ad aumentare la spesa pubblica per lo stimulo, a disimpegnarsi dall’Iraq e prendere posizioni non del tutto prone alla destra israeliana, a far passare la riforma sanitaria e una specie di riforma di Wall Street. Se le potenti Lobby che hanno sostenuto Bush e la destra si fossero unite contro di lui più di quanto non abbiano fatto, tutto ciò sarebbe stato impossibile. La riforma sanitaria è passata, mentre a Clinton la bocciarono. Forse, Obama è riuscito a fare il massimo che sii può fare in America oggi, un paese che ha grandi risorse progressiste, ma che – forse mi sbaglio – non ha (più) grandi organizzazioni di sinistra in grado di mobilitare il consenso anche al di là delle mobilitazioni elettorali. Limite che, invece, la destra americana, dopo 50 anni di investimenti in Think Tank e altre cose simili, non ha.

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