Un’altra politica economica si può fare

Domani c’è lo sciopero generale indetto dalla CGIL contro l’ultima di una serie di leggi finanziarie sbagliate approvate dal governo Berlusconi. Sul perché questa manovra economica sia sbagliata è stato scritto molto: toglie sempre agli stessi, deprime la domanda, rischia di aumentare la crisi, non ha nessuna misura per la crescita, è confusa e vendicativa contro i ceti sociali che non hanno votato per questo governo. Non serve quindi qui dilungarsi e ripetere quanto scritto altrove, proviamo invece a delineare come, su alcuni punti, si possono cominciare a fare delle proposte che siano allo stesso tempo realistiche, semplici da far capire ed in grado di far uscire il Paese dalla crisi con un’economia più giusta e più sostenibile. Queste idee, poi, vanno viste in un quadro più vasto che bisogna cominciare ad affrontare ora, in tempi di crisi, e non rimandare a tempi migliori che non si sa se, mantenendo le attuali politiche, arriveranno mai: l’uscita dalla crisi condiziona la crisi di democrazia che vive non solo il nostro Paese.

1. Le istituzioni democratiche sono in crisi per molti e diversi motivi. Uno di questi è che la politica e i governi, oramai da alcuni decenni, si trovano in posizione di subalternità rispetto ai mercati finanziari: i soldi che girano ogni giorno nelle borse e nelle piazze finanziarie sono infinitamente di più di quelli che hanno a disposizione i poteri pubblici e quindi le leve a disposizione di un primo ministro o di un parlamento sono molto più piccole rispetto a quelle in mano ad alcune grandi istituzioni finanziarie che non sempre si comportano razionalmente, neanche dal punto di vista della tutela dei propri interessi. L’economista Nouriel Roubini è arrivato addirittura a chiedersi provocatoriamente se non stiamo assistendo alla fine del capitalismo, qui il suo articolo per chi legge l’inglese. La crisi finanziaria del settore privato, spiega, è diventata una crisi del debito pubblico. Fino all’anno scorso i responsabili delle politiche pubbliche potevano sempre tirare fuori un coniglio dal cappello: ora sono a corto di conigli, e forse anche di cappelli. Non si possono più usare i fondi pubblici per salvare le banche, non si può inondare il mercato di liquidità agendo sulla politica monetaria, non si può lasciare che un Paese grande come l’Italia fallisca senza che questo provochi conseguenze. “Le società licenziano perché non c’è abbastanza domanda finale, ma tagliare posti di lavoro riduce i redditi da lavoro, aumenta le disuguaglianze e riduce la domanda finale.” Una spirale negativa alla quale ora si aggiungono anche le politiche di “rigore” attuate da quasi tutti i governi che riducono i redditi dei loro impiegati e dei pensionati mentre tagliano i posti di lavoro, precari e non solo. Il risultato è che non diminuisce solo la domanda di beni di consumo, ma crollano anche le entrate fiscali. E così la spirale è due volte più veloce perché c’è la recessione economica e mancano le risorse pubbliche per fermarla, anzi il ruolo dei governi a volte è quello di accelerare la caduta e aumentare le disuguaglianze, specie quando chiedono soldi solo al lavoro e quasi mai alle rendite.

2. Roubini propone una ricetta chiara (e piuttosto diversa da quelle in circolazione): più posti di lavoro attraverso stimoli fiscali; tassazione più progressiva; più spesa pubblica nel breve periodo e più disciplina fiscale nel medio e nel lungo; riduzione del peso del debito per le famiglie insolventi e per altri agenti economici in sofferenza; più sorveglianza e più regole per un sistema finanziario impazzito; spezzettare le banche “troppo grandi per fallire” e gli oligopoli. Un fattore comune a tutte le rivolte che ci sono oggi nel mondo, dal Cile alla Cina passando per l’Europa ed Israele: “la crescita delle disuguaglianze, della povertà, della disoccupazione e della disperazione. Anche le classi medie globali si sentono schiacciate dalla caduta dei redditi e delle opportunità”. E sullo stesso tasto, quello dell’impoverimento delle classi medie, batte un editoriale del sito online della BBC intitolato provocatoriamente “la rivoluzione del capitalismo” che sostiene che questo sistema economico ha distrutto la sua base sociale, la borghesia: “Abbiamo molto poco controllo sul corso delle nostre vite e l’incertezza in cui dobbiamo vivere viene peggiorata dalle politiche attuate per affrontare la crisi finanziaria”. Senza possibilità di controllo, anche minimo, sulle proprie vite viene a mancare il motivo principale per interessarsi e partecipare alla vita politica. Il concetto di inevitabile è nemico dell’azione pubblica e da qui bisogna ripartire per riformare le istituzioni: ristabilendone il peso ed il senso. La nostra costituzione è basata su questa intuizione: che le libertà civili e politiche esistono concretamente solo se coniugate con i diritti sociali. Un cittadino senza lavoro, senza casa e senza salute è molto meno libero.

3. L’attuale legge finanziaria, così come quelle che l’hanno preceduta dall’inizio della crisi, non è inevitabile. A meno che non si ritenga che la fine dell’Europa e dei nostri valori costituzionali siano essi stessi inevitabili. I soldi si possono reperire e si possono poi spendere in tutt’altra maniera. Ne abbiamo parlato qui: meno grandi opere, meno finanziamenti alle scuole private, revisioni delle convenzioni con le strutture sanitarie private, graduale introduzione del software libero nella pubblica amministrazione, aumento delle aliquote per chi guadagna di più, equiparare la tassazione sulle rendite a quella sul lavoro, una tassa patrimoniale per i più ricchi. E poi c’è la lotta all’evasione che si fa, soprattutto, rendendo tracciabili tutti i pagamenti e tassando i capitali prima che vengano esportati nei “paradisi fiscali”. Si dice spesso che lo Stato ha bisogno di soldi e quindi deve chiederli ai suoi cittadini, ma ci sono sempre meno soldi in giro. E’ vero che per la stragrande maggioranza della popolazione i redditi sono crollati, soprattutto negli ultimi 10 anni: secondo l’associazione Altroconsumo, mentre i prezzi sono aumentati del 21%, i redditi sono aumentati solo del 14%. I dati scomposti per categorie di lavoratori sono ancora più impressionanti e ne parlammo qui. Oggi in Italia sempre più persone sono povere nonostante lavorino sempre di più. C’è da stupirsi se, in un Paese dove conviene molto di più vivere di rendita ed ereditare che investire e faticare, ad un certo punto la crescita economica si è fermata e non riparte più? Dall’altro lato però si dimentica di dire che l’Italia è uno dei Paesi più ricchi del mondo se si tiene conto del patrimonio: case, conti in banca, titoli finanziari, barche e altre forme di ricchezza accumulata. E questo “benessere patrimoniale” è concentrato nelle mani di pochissimi: un decimo della popolazione ne detiene la metà. E’ su questo che bisogna agire se si vuole invertire la rotta, ricostruire non solo l’economia ma gli strumenti di azione della politica. Per conseguire questi obiettivi bisogna continuamente allargare i confini del politicamente corretto.

4. Alcuni mesi fa parlare di tassa patrimoniale era politicamente scorretto. Oggi il sito della Cgil fa un lungo elenco di dichiarazioni di politici e imprenditori che si dichiarano favorevoli e spiega nel concreto le sue proposte: una tassa, simile a quella già presente in Francia, che chieda una quota tra lo 0,55 e l’1,8% sulle attività reali, patrimoniali e finanziarie, che eccedono gli 800.000 euro. Riguarderebbe solo il 5% degli italiani e potrebbe arrivare ad avere un gettito, dal 2013, di 15 miliardi annui. Con un’altra imposta dell’1% sui grandi immobili si potrebbero raccogliere 12 miliardi. Gli effetti sulla domanda finale di queste tasse sarebbero molto ridotti visto che andrebbero ad intaccare i portafogli dei ricchissimi. Al contrario, chiedere il ticket alle famiglie più povere o aumentare le rette degli asili nido ha effetti molto più dirompenti visto che, come si impara nei primi esami di economia all’università, la propensione al consumo è tanto più alta quanto più basso è il reddito. Allo stesso tempo, e se ne parlava già qui, bisogna tassare le transazioni finanziarie e riformare le agenzie di rating per ridurre la speculazione finanziaria. Questo, e ovviamente altro ancora, è necessario per poter attuare quelle politiche di cui parla Roubini e riconsegnare la vita delle persone in mano agli organismi che da quelle persone sono eletti.

Molto ancora si dovrebbe dire sull’Europa e il ruolo che ha giocato sia nella creazione di questa crisi che nella sua (cattiva) gestione. Rimandiamo, per ora, al dibattito generato da un articolo di quest’estate di Rossana Rossanda e che conta già numerosi interventi sul sito di Sbilanciamoci. Nell’agenda per l’autunno, però, questo tema è certamente  ai primi posti: perché non basta interrogarsi sulle prossime elezioni italiane ma anche sulle europee dell’anno dopo, ponendosi il problema, come fa qui Claudio De Fiores, di rivedere i trattati per modificare istituzioni, mandati e obiettivi dell’Unione Europea. Per esempio cominciando a pensare a nuovi “parametri” che superino quelli liberisti di Maastricht ed includano, per esempio, la lotta alle disuguaglianze, la partecipazione elettorale, il livello di istruzione, l’uguaglianza di genere e la mobilità sociale.

(Mattia Toaldo)

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