Il Partito della Rendita

Che fine farà l’Italia? Se lo chiedono in tante e tanti, spesso senza sapere che ci sono alternative al disastro. Eppure, nulla è inevitabile, un’altra finanziaria e un’altra politica economica si possono fare, l’abbiamo detto più volte. E abbiamo descritto quali sono le scelte che potrebbero essere prese e come. Ogni politica economica ha un “partito”, una coalizione sociale, un aggregato di interessi e di poteri di riferimento che la sostiene, che condivide quelle scelte per varie ragioni, prima tra tutte perché così gli conviene e poi perché si ritiene nel giusto. Questo aggregato in Italia oggi esiste e possiamo chiamarlo il “Partito della Rendita”. In questo modo è possibile spiegare molte scelte del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dei governi di centrodestra degli ultimi 15 anni. Anche quelle apparentemente più incomprensibili e impopolari nella stessa coalizione di governo.

L’identikit più efficace del Partito della Rendita è contenuto nell’articolo di Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica dello scorso 19 settembre, concetti spiegati anche meglio nell’intervista rilasciata a Diego Galli e ascoltabile qui.

1. Il primo dato che balza agli occhi è che le famiglie italiane alla fine del 2010 hanno chiuso l’anno con una ricchezza privata lorda di quasi 10.000 miliardi di euro. Si tratta di una cifra enorme che al netto dell’indebitamento si aggira sugli 8700 miliardi di euro, sei volte e mezzo il nostro Pil, ossia la ricchezza prodotta dal paese, e quattro volte e mezzo il nostro debito pubblico. Da questo punto di vista facciamo molto meglio dei nostri vicini europei: non è vero che non ci sono i soldi, perché l’Italia ha una ricchezza accumulata enorme. E allora perché stiamo peggio, cresciamo di meno e il governo ci impone quelli che vengono descritti come “sacrifici necessari”? E, soprattutto, questi sacrifici a chi vengono imposti?

2. Come giustamente osserva Panara, il fatto che l’Italia sia (ma sarebbe meglio dire era) un paese di risparmiatori è stato citato più volte dal governo come un fattore che avrebbe protetto di fronte alla crisi sia noi cittadini sia il nostro sistema bancario.

Invece siamo virtualmente ricchi e molto concretamente poveri. Basta guardare da dove viene fuori questa nostra presunta ricchezza: l’elevato risparmio in realtà va a braccetto con l’elevata evasione fiscale. Investita principalmente in immobili, che potranno al massimo servire come fu per la ‘nobiltà decaduta’, citata nell’articolo, a pagare i debiti e procurare un nuovo, modestissimo tetto. Queste le cifre: il 57,8% della ricchezza delle famiglie deriva da immobili, il 37,3% da attività finanziarie e soltanto il 4,9% da beni di valore e attività reali, per inciso le uniche cose che abbiano a che fare con il lavoro e la produzione. L’enorme ricchezza accumulata delle famiglie italiane è quindi ferma, immobilizzata e poco fruttuosa.

3. Ma soprattutto, dire “ricchezza delle famiglie” non rende l’idea. Questi soldi non si ripartiscono equamente tra tutte le famiglie italiane perché in pochi hanno molto: quasi la metà di questo patrimonio è in mano ad un decimo della popolazione.

Si dirà: ma almeno i ricchi stanno bene. Bisogna intendersi su quali ricchi. Il Partito della Rendita sta bene. Quello che non usa i soldi per far ‘girare l’economia’ come voleva un vecchio spot televisivo. Come abbiamo visto il Partito della Rendita non investe i suoi soldi in attività produttive, anche quando le possiede.

L’articolo di Panara cita il rapporto Efige 2011 in base al quale la percentuale dell’attivo in bilancio delle imprese italiane finanziata con capitale proprio dell’imprenditore è solo del 12% a fronte del 30% in Francia e del 34% in Germania. Panara conclude che i nostri imprenditori sono ricchi e le loro aziende povere. Difficile dargli torto e trovare omologhi esempi in Europa a parità di investimenti.

4. La ricchezza accumulata italiana è distribuita male ed impegnata in maniera improduttiva. Sembra un atto di autolesionismo da parte del Paese ma è una precisa scelta politica, più precisamente di politica fiscale. Nel 2010 secondo la Banca d’Italia le imposte dirette sono state pari al 14,6% del Pil, quelle indirette al 14% e quelle sul patrimonio appena lo 0,2%.

La ricchezza patrimoniale è perfetta: è esente dagli oneri del lavoro, cresce quasi da sola e paga molte meno tasse di quella che è frutto della fatica quotidiana. Certo uno sforzo bisogna farlo: bisogna nascere ricchi.

5. Alla luce di questa analisi prende una certa consistenza l’ipotesi di introdurre una tassa patrimoniale come “tassa sulla pigrizia” come propone Marco Bevilacqua in questo articolo. Di fatto oggi a parità di soldi non corrisponde parità di condizioni: se tu hai un reddito di importo x frutto di un’attività produttiva pagherai più tasse di uno che possiede gli stessi soldi in rendita finanziaria. Si arriva al paradosso per cui un medico che lavora 12 ore al giorno può arrivare a pagare in imposte dirette anche più di un terzo del suo reddito, mentre chi ha la stessa cifra impegnata in titoli pagherà sempre e comunque al massimo il 20%. Una sorta di ingiustizia anche tra ricchi.

6. Una delle ricette imposte a tutti i paesi con problemi di debito è stata quella delle privatizzazioni, viste come vera molla dello sviluppo. Ci sta pensando anche il nostro governo, senza che si sia fatta nessuna analisi seria sull’impatto che hanno avuto le dismissioni degli anni ’90 sull’economia della rendita. Provammo a descrivere qui gli effetti della vendita di Autostrade su uno dei gruppi industriali italiani più dinamici ed internazionali. E quello è un caso tutto sommato virtuoso: molto spesso privatizzare aziende pubbliche ha regalato soldi e potere a pochi furbi a danno di molti, come spiega bene questo articolo de Linkiesta di Jacopo Tondelli dal titolo piuttosto illuminante: “Privatizzare? No grazie. Giù le mani dall’argenteria”.

Chi dice che i “soldi non ci sono” e che quindi devono fare sacrifici sempre gli stessi (e le stesse, scrivemmo qui come questa finanziaria sia contro le donne) forse non conosce bene l’economia italiana. Chi si scaglia contro i fannulloni dovrebbe chiedersi se fa più danno all’economia un impiegato da mille euro al mese o un multimilionario che possiede una fortuna e non fa assolutamente nulla, salvo tenere centinaia di appartamenti sfitti o avere magari un’azienda piena di debiti e con i dipendenti in cassa integrazione. A conti fatti disincentivare la pigrizia finanziaria potrebbe risultare molto più utile che imporre sacrifici sempre agli stessi.

(Mattia Toaldo)

8 commenti

Archiviato in Donne, economia, letture

8 risposte a “Il Partito della Rendita

  1. Barkokeba

    Un noto commentatore, una volta, disse una cosa di questo genere: siamo un paese immobile perchè soffocato dagli immobili… Citazione zoppicante a parte, il partito della rendita denota una scarsa forza vitale – non so se di questo paese, ma sicuramente della sua classe dirigente – per cui l’unica cosa che conta veramente è la ricchezza “immobile”, che cambia poco di valore. Tutto il resto passa… E’ chiaro che, a queste condizioni, non promuovi certo la crescita, l’innovazione, i giovani (i quali, infami, ci staranno ancora quando tu non ci sarai più…)
    Detto questo, l’articolo di Panara dava per scontato il fatto che un’alta percentuale degli italiani ha la casa di proprietà – circa l’80%. E’ un dato, che così da solo, non dice nulla ed è fuorviante: dell’80% fanno parte anche i ragazzi che stanno a casa… In Germania, sta nella stessa condizione il 40% della popolazione. Vorrà dire qualche cosa, no?

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