Per una nuova maggioranza progressista (appunti di politica economica)

La fontanella, uno dei simboli della campagna referendaria.I sì all'acqua pubblica rappresentano la maggioranza assoluta degli adulti italiani.

Cosa potrebbe fare un nuovo governo di centrosinistra per uscire dalla crisi? E quali politiche di welfare potrebbe proporre la sinistra italiana? Per rispondere, forse bisogna partire da un’analisi molto sintetica delle forze in campo e dall’ elaborazione dei nodi attorno a cui creare una nuova coalizione sociale. Non basta infatti proporre delle ricette economiche, bisogna costruire consenso e coalizioni, nella politica come nella società. Oggi è possibile più che in passato.

Il senso comune vuole, infatti, che la sinistra sia la parte politica velleitaria, radicale, minoritaria mentre  la destra sarebbe il “Paese reale”, la sua “pancia” realista e maggioritaria. La crisi attuale dimostra il contrario: le politiche della destra (e di parte del centrosinistra) sono ideologiche e smentite dalla realtà mentre le nostre possono essere basate su un’analisi radicale di quello che è successo negli ultimi decenni e su una strategia realistica per venirne fuori. Basta fare a tale proposito due esempi: il fallimento dei piani di aggiustamento strutturale dal Messico degli anni ’90 alla Grecia di oggi e la reiterazione della proposta sui prestiti agli studenti universitari nonostante il sistema abbia già prodotto una bolla negli Stati Uniti.

Soprattutto, è oramai senza fondamento pensare che non ci sia una maggioranza possibile nella società a sostegno di politiche diverse. Due elementi di analisi presi in prestito dallo studio delle competizioni elettorali degli ultimi anni:

1. C’è un blocco di interessi da combattere e scardinare: è composto dal partito della rendita e da quello della finanza (non sempre sovrapposti) alleati con settori della classe politica subalterni prima di tutto culturalmente. In Italia questo si è saldato nell’ultimo trentennio con altri pezzi di classe media: i lavoratori autonomi, la “terza Italia”, i gruppi sociali che avevano un patto con la DC basato sullo scambio tra fedeltà politica e infedeltà alle leggi e al sistema fiscale. Dobbiamo saperlo quando parliamo di patrimoniale o di tassazione sulle rendite finanziarie o, ancora, di lotta all’evasione: non si tratta di misure di finanza pubblica ma di riforme politiche complicate quanto lo smantellamento dell’aristocrazia e del latifondo più di un secolo fa. E però la destra italiana non è stata solo questo: è stata anche la rappresentanza politica di una parte consistente dei ceti popolari. Sono i lavoratori a basso reddito, i precari e i disoccupati che, spostandosi verso il centrodestra, ne hanno determinato la vittoria sia nel 2001 che nel 2008. E’ dei “ceti sommergenti” che dobbiamo occuparci, non dei “ceti emergenti” di craxiana memoria.

2. Il blocco sociale della destra, però, non è l’unico in campo. Il Paese è cambiato, nonostante tutto, anche in positivo negli ultimi 30 anni: le donne sono più istruite degli uomini, i giovani sono più internazionali e più aperti dei lori genitori, una nuova economia solidale e sostenibile è cresciuta. E’ il pezzo di Paese che ha vinto i referendum di giugno: i sì sono stati il 54% della popolazione adulta. Sono le stesse e gli stessi che hanno fatto vincere i candidati di centrosinistra alle elezioni locali ogni volta che c’era una proposta credibile. Ce lo dicono anche le inchieste più serie: la maggioranza degli italiani è per tassare i ricchi e rafforzare il welfare, a favore della legalizzazione delle coppie di fatto e dell’estensione dei diritti agli immigrati. Questa maggioranza non va data per scontata: va aggregata e mobilitata, bisogna fargli una proposta concreta e “all’attacco”, bisogna chiederne l’intelligenza e la partecipazione.

Su quali idee forza si può aggregare la nuova maggioranza progressista? Ne discutiamo 5, ma ovviamente è solo una selezione arbitraria.

1. Far vincere l’economia della terra contro l’economia di carta, il lavoro sulla finanza speculativa. Non si ferma la crisi se non si riformano “i mercati” e quindi: tassa dello 0,05% sulle transazioni finanziarie, creazione di un’agenzia di rating europea pubblica ed indipendente, eliminazione dei Credit Default Swaps (Cosa sono? Provammo a spiegarlo al punto 1 di questo post), limitazione del ricorso legale ai paradisi fiscali, solo per fare alcuni esempi. Alcune di queste cose si possono fare anche a livello nazionale, per altre è irrealistico pensare che un’ UE con dentro la Gran Bretagna possa mai essere coinvolta. Possono essere però la base per una cooperazione rafforzata tra alcuni Paesi europei che sia il nocciolo di una nuova Europa politica.

2. Combattere la rendita e la disuguaglianza. Si dice spesso, e a ragione, che poco meno della metà della ricchezza italiana è in mano al 10% delle famiglie. Si dimentica di dire, però, che questa ricchezza è una delle più vaste del pianeta e che ha impieghi perlopiù improduttivi. Perché l’Italia non è solo un Paese ingiusto, è anche un’economia dove vivere di rendita, eredità o speculazione conviene molto più che lavorare o inventarsi un prodotto nuovo. E’ in questo quadro che dobbiamo vedere non solo una patrimoniale permanente ma anche norme che tassino i guadagni prima che vengano trasferiti nei paradisi fiscali e una più generale riforma fiscale che sposti il carico dal lavoro alle rendite. Per ridurre le disuguaglianze, però, la politica fiscale non basta. Serve una riforma del welfare che sposti il lavoro di cura dalle donne verso i servizi pubblici e che garantisca contro la precarietà, che non deriva solo dai contratti di lavoro ma è una condizione esistenziale più generale. Bisogna ridurre le disuguaglianze culturali attraverso non solo gli investimenti nella formazione e nella ricerca ma con la diffusione dell’offerta culturale di qualità anche nei grandi luoghi di aggregazione contemporanea. Se una volta si combattevano i costi dell’ignoranza portando la scuola nella campagna desolata oggi lo si fa con un laboratorio teatrale in un centro commerciale. Ultimo ma non meno importante, bisogna cambiare le regole sul mercato del lavoro, e qui va detto da subito che bisogna cancellare gli attuali contratti precari e prevedere solo alcune forme di intermittenza legate a specifici lavori e comunque con prestazioni più alte e assicurazioni contro i periodi di inattività. Elemento non secondario: bisogna discutere l’opportunità di introdurre il reddito di cittadinanza (un minimo vitale garantito a tutte/i) o, almeno, di universalizzare il sussidio di disoccupazione.

3. Una nuova idea di Europa e di rapporto tra politica ed economia. Pensare ad una politica economica senza affrontare il tema del rapporto tra poteri economici e poteri politici non si può fare. Al di là del giudizio che si può dare di quello che è stata l’Europa fino ad oggi (e qui rimandiamo al dibattito che si sta svolgendo sul sito Sbilanciamoci), non si riesce a pensare ad un modo diverso dall’Europa per ridare in mano alle persone il diritto di scelta sulle proprie esistenze. E non basta dire che serve una politica fiscale o che serve più politica. Bisogna discutere di alcuni temi:  gli Eurobond non solo per condividere il debito ma anche per fare investimenti (discutendo anche di quali investimenti, si veda qui il punto 3), una tassa europea che serva per la redistribuzione sociale e geografica, un riequilibrio tra controllo democratico e indipendenza della Banca Centrale, alcuni diritti sociali e livelli minimi di cittadinanza da garantire in tutto il continente (o nei Paesi della cooperazione rafforzata di cui sopra). Vanno poi proposti dei nuovi parametri che affianchino e poi sostituiscano quelli di Maastricht a partire dal coefficiente di Gini, da una diversa misurazione del benessere che non sia il PIL (ne parlammo qui), dall’uguaglianza di genere e dall’analfabetismo funzionale. Per questo bisogna promuovere da subito un grande incontro della sinistra europea (socialisti, verdi, comunisti etc.) su questi temi per elaborare 4-5 proposte comuni per le elezioni europee del 2014 che devono diventare, quelle sì, costituenti.

4. Un nuovo modello di sviluppo. Uscire dalla crisi non solo con un Paese ed un continente più giusti ma anche con una nuova economia che produca nuove cose e nuovi servizi, che abbia un diverso equilibrio tra consumo e benessere, che smetta di dissipare territorio e persone. In concreto significa fare una diversa politica dello sviluppo urbano, sostenere il risparmio energetico e non solo le energie rinnovabili, diffondere e disperdere la produzione di energia e la distribuzione di beni, vedere la cultura e la creatività come parte della politica industriale. La discussione pubblica deve entrare nel merito non solo di come si produce (che è già molto importante, da Pomigliano in là) ma anche di cosa si produce e con quali profitti: negli anni ’90 ci si è dimenticati che la politica dei redditi, nella sua formulazione originaria, riguardava anche i profitti. E così si è garantita la loro crescita anche se non ha portato all’aumento degli investimenti. Lavorare ad un diverso modello di sviluppo significa, in termini di politiche anche nazionali, ribaltare l’attuale rapporto tra formazione e lavoro per cui la prima prepara al secondo come se esso fosse una variabile indipendente. Invece è dalla formazione (e dalla politica del credito) che parte un’economia diversa. Infine, bisogna pensare ad un grande piano per il lavoro intellettuale: è incredibile che un Paese con il patrimonio dell’Italia non sappia che farsene dei suoi laureati in materie umanistiche.

5. Per un’economia della legalità. Una parte sempre più grande dell’economia italiana è in mano alle mafie. Gli strumenti per combattere l’infiltrazione del tessuto economico ci sono: si pensi al divieto di scudare anonimamente i capitali che rientrano in Italia oppure alla necessità di invertire l’onere della prova per cui cade la presunzione di innocenza per chi non sa spiegare da dove provengono i propri soldi. Ma non ci si può fermare solo lì. Dobbiamo smetterla di vedere la corruzione come una “questione morale”: è una questione di ingiustizia sociale e di inefficienza economica perché permette a chi non lavora di arricchirsi con i soldi di chi lavora e perché è alla radice del cattivo funzionamento dei servizi pubblici italiani. La questione della criminalità organizzata e quella della corruzione non vanno perciò viste come “altro” dalla politica economica, ne sono una parte strutturale. C’è un forte legame tra la lotta alla speculazione finanziaria e ai paradisi fiscali e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nell’economia così come la politica del credito non riguarda solo “il sostegno alle imprese” ma è un potenziale attacco ad una delle fonti principali di finanziamento e riciclaggio delle mafie.

Questi, come si diceva, sono solo alcuni punti, un contributo ad una discussione che sarebbe bene cominciare ora, anche al di là della vicinanza o meno di scadenze elettorali.

(Mattia Toaldo)

7 commenti

Archiviato in economia, elezioni, Europa, partiti, sinistra

7 risposte a “Per una nuova maggioranza progressista (appunti di politica economica)

  1. Lorenzo Fanoli

    Bravo Mattia sono d’accordo su tutto

  2. Valerio

    Anche metà di quello che dici sarebbero già un programma che, se realizzato, cambierebbe l’Italia. Basterebbe metà…

  3. Pingback: Transizione o Rottura? | Italia2013

  4. Pingback: La mafia è cresciuta, l’Italia no. Quanto pesa l’economia mafiosa sul sottosviluppo italiano.. | Italia2013

  5. Barkokeba

    Sono d’accordo. A proposito, quando ero studente di economia – oramai troppi anni fa, certo più di 20 – già mi dicevo: “è incredibile che un Paese con il patrimonio dell’Italia non sappia che farsene dei suoi laureati in materie umanistiche”. Nelle nostre città uno che ha una laurea in Storia dell’arte deve avere un patentino per fare la guida…

  6. Valerio

    Dimenticavo, anche la legalizzazione delle droghe leggere e una nuova politica verso droga (e prostituzione) sarebbe molto interessante per combattere le mafie, togliendo risorse economiche a loro, creando nuovi mercati per il lavoro (una legalizzazione “all’Italiana” non deve assolutamente prendere a modello l’Olanda, ma interrogarsi anche sulla coltivazione di canapa indiana sulle nostre montagne, con tutta un’interessante filiera produttiva che coinvolgerebbe aree agricole altrimenti maginali e depresse), permettendo un interessante aumento delle entrate per la fiscalità dello stato e quindi investimenti in altri settori.

    Del resto che il proibizionismo in questi campi abbia fallito è evidente, ormai pezzi considerevoli dei tropici sono in mano al narco traffico o sono narco-stati. è un problema mondiale impressionante che droga (è il caso di dirlo) l’intera economia globale.

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