E ora?

Foto di Enrico Sitta tratta da http://www.sociologico.it

In molte e in molti, dopo gli scontri di sabato pomeriggio, hanno pensato che questa fosse la fine del movimento italiano degli indignati. O addirittura la fine di tutti i movimenti di protesta schiacciati, come alla fine degli anni ’70, tra repressione e violenza. Si rischia però di vedere le cose di oggi con le lenti di ieri, senza rendersi conto che siamo ad uno snodo ancora più decisivo rispetto a 30 anni fa, nel quale mollare sarebbe fatale. Vediamo da dove si può ripartire analizzando due elementi in particolare che ci aiuteranno a trarre alcune conclusioni e a fare una proposta: il primo elemento ha a che fare con il movimento stesso, il secondo con l’atteggiamento del governo.

1. Nel movimento degli indignati italiani, già da mesi, sono coesistite due visioni diverse. Da una parte c’era chi era interessato alla natura di massa della manifestazione che quindi doveva essere assolutamente pacifica, dall’altra chi premeva per il confronto, anche simbolico, coi palazzi del potere. Questa seconda tendenza, che per semplicità chiameremo insurrezionale, è l’insieme dentro al quale si sono mossi i black bloc: tra di loro non c’è il rifiuto della violenza perché non la si distingue da altre forme di lotta e perché l’obiettivo finale non è modificare le leggi o il governo ma provocare una più generica ribellione. Si prendano ad esempio le parole di Gigi Roggero, ricercatore precario all’università di Bologna: “non ha senso distinguere chi si accamperà come fanno in Spagna e chi preferirà fare i riot come a Londra. Entrambi questi fenomeni sono l’espressione di una soggettività globale che dovrà trovare nel nostro paese una pratica altrettanto incisiva” (da “E gli indipendenti si preparano a prendere la capitale”, di Roberto Ciccarelli, Il Manifesto del 13 ottobre). Ecco, la scorsa settimana a Roma ci sono state le tende davanti alla Banca d’Italia e ci sono stati anche i riot, cioè gli scontri con la polizia e i saccheggi. Le scritte sui muri di via Labicana dicono chiaramente che i promotori di questi ultimi non gradivano le prime. Cioè che la parte “insurrezionale” del movimento ha voluto prima di tutto distruggere il lavoro della parte pacifica, come ha sostenuto con dovizia di prove Giovanni Bianconi ieri sul Corriere della Sera. Una strategia che, purtroppo, ha avuto successo. Anche grazie al notevole contributo del governo e delle forze dell’ordine di cui parleremo tra un attimo. Prima però urge notare che in troppi altri luoghi del movimento e dell’intellettualità italiana si è coltivata un’estetica della ribellione che non distingue tra movimento nonviolento e insurrezione violenta. Un’idea romantica della “rabbia” che giustificherebbe tutto e che, in fondo, serve a far capire al resto del mondo quanto seria sia la questione. Si veda a questo proposito l’editoriale di Valentino Parlato di ieri sul Manifesto. Gli avvenimenti di piazza, invece, hanno scavato un fossato molto profondo tra le due parti del movimento, tanto che ora sono due soggetti distinti e, pensiamo noi, avversari: non è un caso se la violenza dei black bloc si sia abbattuta prima sui manifestanti pacifici (già dal Colosseo) e solo poi contro i bancomat (via Labicana) e la polizia (via Emanuele Filiberto e Piazza San Giovanni). Lo pensavamo già da prima, ma forse ora più gente sarà d’accordo con noi: la nonviolenza è un contenuto di un movimento, non una pratica che si può di volta in volta abbandonare. Sarà un caso se i black bloc non vanno alle manifestazioni delle donne o ai Gay pride?

2. Detto ciò, le responsabilità delle forze dell’ordine e del governo sono enormi. Non si vuole qui riproporre la vecchia tesi degli infiltrati. Chi scrive ha visto in azione il primo nucleo di black bloc con i propri occhi – situati paradossalmente proprio a pochi metri di distanza da quelli di Valentino Parlato – e si trattava quasi esclusivamente di adolescenti, massimo ventenni. Difficile pensare che si trattasse di infiltrati, più facile pensare che qualcuno di loro avesse maturato negli stadi le conoscenze necessarie ad incendiare macchine e devastare cose e persone con tanta celerità. Ci sono però diversi elementi che fanno pensare che, una volta osservato il crearsi del problema, sia le forze dell’ordine che il governo vi abbiano visto o una minaccia trascurabile oppure qualcosa che non andava contrastato.
Diversi elementi contribuiscono alla tesi della “negligenza consapevole”, per brevità ne citiamo solo alcuni. Un gruppo di incappucciati (già vestiti così) ha addirittura preso la metro ad Anagnina, ha distrutto le telecamere di controllo e poi ha potuto tranquillamente salire sui vagoni. Alla stazione d’arrivo non c’era nessuno a fermarli e a sottrarli al corteo. Altri sono arrivati a Roma con mezzi propri, superando chissà come i posti di blocco che i carabinieri effettuavano finanche agli ingressi della tangenziale. Le prime “azioni” avvengono in via Cavour, cioè a più di un quarto d’ora a piedi (camminando veloce) da dove cominciano gli scontri più violenti e cioè in via Labicana. Prima però, il gruppetto di 100-200 adolescenti viene quasi alle mani con lo spezzone dei Cobas che decide di stabilire una distanza fisica con loro. D’altronde, erano stati già respinti verbalmente dal resto del corteo e non avevano esitato ad alzare le mani su chi li contrastava. All’incrocio tra il Colosseo e via Labicana sono quindi isolati, pochi e ben riconoscibili come si vede in questa foto pubblicata da Alessandro Gilioli dell’Espresso. La polizia non interviene anche perché è altrove, schierata in massa a difendere i palazzi del potere tanto cari agli esteti della ribellione. Il gruppetto procede indisturbato fino all’incrocio tra via Labicana e via Merulana, devastando nel frattempo una caserma abbandonata e incendiando varie macchine. Qui comincia la devastazione di una banca e qui la polizia schierata su via Merulana decide addirittura di ritirarsi invece che di isolare il gruppo dal resto dei manifestanti pacifici. Un primo spezzone nonviolento del corteo, infatti, ha già riempito piazza San Giovanni dove tutto è tranquillo. Non sanno però che i blindati della polizia arriveranno solo per spingere i black bloc dentro la piazza e poi usare gli idranti contro la folla pacifica, come ha scritto qui Emanuele Toscano. A questo punto i nonviolenti fuggono anche dentro la basilica, in piazza rimangono i blindati della polizia che fronteggiano un gruppo più folto e più anziano dei 100-200 adolescenti che erano partiti da via Cavour (chi ha ingrossato quel gruppo?). Il risultato, in pochi minuti, è che l’ala insurrezionale del movimento, con l’attiva partecipazione della polizia, disperde la manifestazione pacifica. La sera, da Washington, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, cioè il controllore civile dei Carabinieri, dichiara che c’è un legame stretto tra i black bloc e chi fa opposizione in parlamento. E così il cerchio si chiude.

3. Che conclusioni trarre, dunque, da quanto accaduto sabato? La lezione sbagliata sarebbe quella di concludere che il movimento è morto e, addirittura come fa qualcuno in rete, teorizzare la fine delle manifestazioni di piazza. Il fatto nuovo di sabato non sono gli scontri ma la reazione della parte pacifica del corteo: i cori di “fuori fuori”, le donne che si oppongono anche fisicamente, i 3 black bloc che vengono bloccati dalla folla disarmata e consegnati alla polizia – a proposito, se ce l’hanno fatta dei cittadini comuni senza neanche un manganello perché chi aveva ben altre dotazioni non ha fatto la sua parte? Il movimento pacifico è una cosa diversa da quella sparuta minoranza di teppisti. Gli è stato scippato un diritto costituzionale: quello di manifestare pacificamente. La forze dell’ordine, invece che difendere e garantire l’esercizio di questo diritto, sono state schierate a difesa dei palazzi delle istituzioni.

Si può e si deve pensare di tornare in piazza e di farlo presto perché la situazione è grave e perché non è vero che non si può fare niente per cambiarla. Bisogna farlo però con alcuni prerequisiti: la nonviolenza è una pregiudiziale forte, chi vuole agire come i black bloc di sabato, o anche solo giustificarli, è un nemico da cui bisogna difendersi con una migliore organizzazione del corteo, un servizio d’ordine efficiente e nonviolento, un’azione di polizia che deve fare veramente prevenzione e protezione, cioè l’esatto opposto di quello che ha fatto sabato. Ecco perché bisogna chiedere le dimissioni dei ministri La Russa e Maroni che hanno fallito, mettendo a repentaglio la sicurezza di centinaia di migliaia di cittadini sia tra i manifestanti sia tra gli abitanti del quartiere San Giovanni. O si pensa forse che un cittadino che dissente merita meno protezione degli altri?

(Mattia Toaldo)

4 commenti

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4 risposte a “E ora?

  1. Valerio

    Oppure occorre rilanciare in radicalità per poter imporre una disciplina non violenta.

    Questo governo si regge sulla compravendita dei voti parlamentari, è illegittimo da qualunque punto di vista lo si voglia vedere, sta portando il paese alla rovina e non ha più l’appoggio dei cittadini.

    Se il movimento decide una metodologia di lotta non violenta chiara e cristallina, fatta appunto anche e sopratutto di tende attorno ai palazzi del potere e di servizi d’ordine interni inteligenti, chiedendo le dimissioni di tutto il governo, le elezioni immediate, magari con una legge elettorale d’emergenza (potremmo tornare alla legge Mattarella o meglio ancora a quella precedente, la 6 febbraio 1948, n. 29, e le altre proporzionali a sbarramento basso), allora il movimento “vive” e si rafforza.
    Perchè allora il movimento ha uno scopo e delle parole d’ordine chiare, un luogo, una tempistica, una strategia, degli obbiettivi di “potere” reale.

    Magari aggiungerei anche una dozzina di richieste più politiche e legate ai grandi problemi del paese, dallo jus sanguinis alla precarietà e al ripristino dell’articolo 18, fino alla ridiscussione del debito. Una dozzina di decreti-leggi da scriversi in piazza, con procedura extra-legale, durante l’interregno fino alle elezioni anticipate.

    Insomma sto consapevolmente e esplicitamente teorizzando la rivoluzione per tornare alla costituzione. è una provocazione solo fino ad un certo punto.

    Se fai la rivoluzione sei legittimato a governare la piazza con una certa disciplina e durezza e ad “obbligare” tutti alle pratiche non violente.

    Una cosa che ha danneggiato gli indignados italiani è stata la loro inndeterminatezza: movimento che vuole mandare a casa il ceto politico, oppure movimento rivoluzionario, oppure ancora movimento di dissenso rispetto alle poltiche economico-sociali di un legittimo governo o cos’altro?
    Populismo o sinistra tradizionale? Nuova sinistra o sinistra nostalgica del ’77? Portatori d’acqua o protagonisti?

    In ogni caso se una manifestazione fallisce, come quella di ieri, non è tanto colpa delle forze dell’ordine, al massimo di chi non ha saputo gestirla, e se c’è così tanta gente che tifa rivolta&barbarie forse bisogna rinverdire il socialismo.
    I tempi sono duri e abbiamo bisogno di vera non violenza, ovvero di uno dei metodi di lotta tra i più duri, radicali, faticosi, folli, antinituitivi, potenti mai pensati. Di sicuro non abbiamo bisogno di una non violenza che è semplicemente l’assenza dell’orribile, nauseante e perdente violenza di questi giorni.

    Mattia sono il solito disturbatore vero?

  2. Valerio

    Aggiungo solo che la Nonviolenza non è a-violenza.
    Se vengo a casa tua per un invito a cena è scontato che non mi comporto in maniera violenta, se faccio una democratica manifestazione di dissenso idem.

    La Nonviolenza o non violenza che dir si voglia è invece una strategia-tattica militare per la conquista del potere o per il suo condizionamento forte, attuata attraverso pratiche che rifiutano il confronto violento ma richiedono la violazione di norme, leggi, pratiche e consuetudini sociali.

    Ovvero un corteo non è, in Italia dove grazie a Dio è legale manifestare, una pratica di lotta non violenta.
    L’anno scorso gli studenti che hanno bloccato i treni e le stazioni stavano utilizzando metodologie di lotta non violente, mentre quelli che hanno fatto gli scontri del 14 stavano usando metodologie di lotta violente.

    Il semplice comparativismo tra le rivoluzioni colorate e quella tunisina, oppure anche quella egiziana, e la situazione greca ci dimostra che le pratice rivoluzionarie Nonviolente, basate sulla rottura della legalità senza il ricorso alle armi, sono efficenti, mentre quelle ribellistiche alla “blak bloc” (o quant’altro, questa definizione mi sembra stretta per quello che è accaduto a Roma), sono inefficaci, e/o nel peggiore dei casi degenerano (vedi Libia).

    Se vogliamo lottare dobbiamo scegliere la Nonviolenza, ma questa non è semplicemente l’a-violenza e la civile riposizione dei cortei di massa, che servono ancora, ma ottengono risultati ormai scarsi.

  3. GIOACCHINO DE CHIRICO

    mi piacerebbe sapere cosa c’è di vero nell’articolo di Bianconi sul corriere della sera di oggi a proposito di una (fallita) negoziazione con SEL ……

  4. Andrea

    >i 3 black bloc che vengono bloccati dalla folla disarmata e consegnati alla polizia

    Chi sono? Sono usciti i nomi e cognomi di tutti gli arrestati, intervistate le loro famiglie, raccontate le loro storie di vita, ma nessuno mi risulta essere stato fermato in questo modo.

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