I significati della violenza del 15 ottobre e l’onda lunga del ’77

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“Senza senso”, “folle”, “criminale” e “teppistica”, così è stata definita a caldo l’esplosione di violenza durante il corteo degli indignati, degenerato in scontri tra parte dei manifestanti e le forze dell’ordine, sabato 15 ottobre a Roma.

Mai come in questa occasione, negli ultimi anni, l’impiego della violenza ha risposto, in realtà, ad un disegno razionale e ha portato a risultati politici concreti. “Non piantiamo tende, ma grane”, recitava uno slogan dell’ala dura del movimento. Il primo obiettivo dei violenti, infatti, era impedire l’occupazione pacifica e duratura di piazza San Giovanni, così come accadeva in centinaia di altre città, in Europa e nel resto del mondo. A Roma, invece, si è guardato ad Atene, al modello di conflittualità permanente lì sperimentato.

Ma chi si nasconde dietro il “Blocco nero”?

Si tratta ormai di un’espressione desueta, incapace di restituire la complessità di questo frastagliato universo in movimento. Non si tratta di poliziotti infiltrati, né di “fascisti” travestiti, come con ossessività è stato ripetuto in questi giorni. A partire dall’età: protagonisti degli scontri sono stati i giovanissimi, dai 15 ai 20 anni, in gran parte provenienti dalle periferie romane e dai sobborghi metropolitani delle grandi città del nord e del sud della Penisola. Entrati in politica qualche tempo dopo Genova 2001, hanno introiettato il mito della guerriglia urbana, della “riot”, il culto delle vittime e delle violenze subite in quei terribili giorni (“Carlo vive”, recitava un graffito sul furgone dei carabinieri incendiato).

Una nuova generazione di sessantottini è alle porte? Niente affatto, se ci sono analogie, è al movimento del ’77 che bisogna guardare. Come allora, è in corso uno scontro generazionale. Questi giovanissimi militanti rivendicano la propria autonomia e la propria identità e vogliono imporre la loro politica, a partire dalle realtà storiche dell’antagonismo degli ultimi vent’anni: dai centri sociali ai Cobas, con i quali si sono scontrati più volte durante lo svolgimento della manifestazione. Nemici irriducibili di Vendola, guardano con ostilità alla Federazione di sinistra e alla compagine dei partitini e dei movimenti, nati dalla diaspora di Rifondazione comunista.

Il loro apprendistato politico è stato multiforme: i centri sociali, l’esperienza delle mobilitazioni contro le guerre in Iraq e in Afghanistan trasmesse dai loro fratelli maggiori, il movimento dell’Onda del 2008, ma anche gli stadi e soprattutto la strada. Per nulla ignoranti, padroni delle più moderne tecnologie informatiche, guardano all’anarchismo, al “neo operaismo” e alla sinistra comunista. Sono in contatto con una generazione di attivisti più adulti, con cui c’è scambio politico, ma non sono eterodiretti, non ci sono “cattivi maestri”.

Connessi al resto dei movimenti rivoluzionari, dal Maghreb alla Grecia, sono portatori di un lucido disegno. Consapevoli della crisi governativa, dell’impasse politica e dei possibili colpi di coda del berlusconismo, i giovani guerriglieri hanno una ben chiara strategia d’azione. Per prima cosa, emarginare l’ala pacifista e democratica dei movimenti di protesta, come abbiamo visto il 15 ottobre a Roma, al costo di mettersi contro la maggior parte dei manifestanti. Puntano sulla lunga durata, sugli effetti “pedagogici” della spettacolarizzazione del conflitto. La violenza, sono convinti, seduce, trascina e in parte funziona.

L’obiettivo primario, dunque, è stato quello di dare una voce rabbiosa ad un enorme disagio, non solo giovanile, covato a lungo sotto le ceneri. Poco ascoltati, senza rappresentanti in parlamento: eppure, da anni, questi giovani hanno prodotto centinaia di documenti, dibattono in decine di blog, si mobilitano nella rete, ponendo questioni politiche di scottante attualità.

Troppo tardi. La componente ultrà, la partecipazione di casseurs, perfino la presenza in piazza di qualche gruppetto della destra radicale, sono episodi del tutto marginali. Il 15 ottobre abbiamo assistito a qualcosa di diverso.

Lo scopo ultimo della guerriglia non è stato il teppismo fine a se stesso, né questi giovani hanno tentato l’assalto al cielo, scimmiottando gli anni Settanta. Si è cercato di innalzare, al contrario, il livello dello scontro per rallentare e inceppare l’adozione di politiche neo-liberiste da parte di questo governo o dal prossimo che verrà. Magari, innescando una spirale repressiva da parte dello Stato, con l’adozione di leggi speciali in previsione dell’ondata di conflittualità sociale di quest’anno, obbligando, così, il resto del movimento ad una scelta di campo. In questo prospettiva, può essere letta la scarsa capacità di tenuta dell’ordine pubblico da parte del Ministero dell’Interno, che in questi giorni non ha tardato a mostrare la propria volontà di ingabbiare la capacità di mobilitazione dell’opposizione sociale nel Paese.

Ed è proprio qui la questione cruciale, il cui esito è oggi imprevedibile: capire, cioè, se la transizione dal berlusconismo ad una nuova stagione repubblicana avverrà in maniera pacifica o attraverso i traumi e i lutti che hanno contraddistinto la nostra storia più recente.

(Guido Panvini, storico, è autore di “Ordine nero, guerriglia rossa“)

14 commenti

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14 risposte a “I significati della violenza del 15 ottobre e l’onda lunga del ’77

  1. Barkokeba

    Molto interessante. Si afferma “Puntano sulla lunga durata, sugli effetti ‘pedagogici’ della spettacolarizzazione del conflitto. La violenza, sono convinti, seduce, trascina e in parte funziona”. In questo senso c’è un’affinità, che non va sottovalutata, con la violenza ultras. Questa gente sa che la violenza è un significato in sé (orribile, naturalmente). In un modo o nell’altro si considera un atto generatore della realtà, del nuovo. In questo c’è molto fascismo. Ma è difficile pensare che chi pensa e pratica questo approccio alla violenza, non lo condivida. Per questo non vanno sminuiti i contatti con gli ultras. Saranno, se lo sono, realtà differenti quella dei Black Bloc e quella delle tifoserie violente, ma alla fine, sono aspetti diversi della stessa realtà.

    • Guido Panvini

      Innanzitutto, grazie per le interessanti osservazioni.
      Il problema è che anche le tifoserie ultras hanno posto, in questi ultimi anni, alcuni problemi di ordine politico. A partire almeno dagli anni Sessanta, inoltre, molte curve sono politicizzate, a sinistra come a destra. Mi vengono in mente alcuni servizi giornalistici (seri e accurati), pubblicati su “Diario” dopo gli scontri di Genova 2001, sulla partecipazione degli ultras della Sampdoria e del Genova, tra l’altro gli unici tra i manifestanti a sapersi difendere – e a proteggere gli altri partecipanti al corteo – dalle violenze delle forze dell’ordine . Sulla natura “fascista” della violenza come atto “generatore”, sono parzialmente d’accordo: nel senso, che anche a sinistra, come rilevò a suo tempo Hannah Arendt (era il 1969), la violenza è considerata in alcune correnti come momento propulsore della politica e non come fattore di accelerazione delle contraddizioni economiche e sociali come intendeva il marxismo classico.

  2. gianfrancesco costantini

    Solo qualche commento:
    1) quali sono le fonti per definire un profilo così definito? Ci sono ricerche? o si tratta di intuizioni (condivisibili)
    2) Che vuol dire “per nulla ignoranti”? Ignoranti di a cosa?
    3) I legami internazionali sono interessanti, ma di tratta di legami o solo di ispirazione: tra la Grecia e il “maghreb” (in questo caso non si tratta soltanto di Maghreb, ma anche di altre aree dall’Egitto, alla Siria, allo Yemen) ci sono differenze enormi… come enormi sono anche le differenze tra i movimenti del Sud del Mediterraneo e del Medio oriente.
    4) Ridurre la questione alla transizione tra il Berlusconismo e qualcos’altro vuol dire “partorire un topolino”…

    • Guido Panvini

      Caro Gianfrancesco,
      grazie per le osservazioni. Provo a rispondere punto per punto:
      1) Sono uno storico e mi occupo, a margine delle mie attività, anche dei movimenti collettivi degli anni ’90, sebbene non abbia scritto ancora niente sull’argomento. Da tempo, quindi, seguo l’attività dei vari gruppi che attraversano questa realtà e mi documento sulle loro posizioni politiche e sociali. Sono stato poi testimone degli scontri del 15.10 e da storico degli anni Settanta ho sentito il bisogno di ri-leggere quella giornata in una chiave interpretativa diversa.
      2) Per “nulla ignoranti”, nel senso che questa generazione conosce le lingue, viaggia in un’Europa molto più unificata di quella che ho conosciuto io da ragazzo (adesso ho 32 anni), si documenta e via dicendo.
      3) “Connessi”, nel senso di una comunità, soprattutto nel web, che fa circolare materiali, si documenta sugli altri movimenti, guarda a ciò che succede all’estero. Forse qualche spezzone ha legami anche operativi: cosa non sorprendente se si pensa al carattere internazionalista della maggior parte dei gruppi e dei movimenti di sinistra.
      4) Non volevo ridurre la questione alla sola transizione politica attuale, ma certo essa influenza notevolmente anche questi avvenimenti.

  3. Valerio

    Scusami se mi permetto di farti le pulci.

    “Connessi al resto dei movimenti rivoluzionari, dal Maghreb alla Grecia”

    Sulla Grecia siamo sicuri.

    Ma il “Magrheb” (con cui credo intendessi Tunisia -che è Magherb- Egitto e al limite Libia) no, assolutamente no.
    Il modello rivoluzionario egiziano-tunisino di gennaio-marzo si basava sulla Nonviolenza, esplicitando nel caso dei giovani liberal-democratici egiziani, e di moltissimi bloggher, anche un richiamo diretto a Gene Sharp! Oppure alle rivoluzioni colorate, ad Optror! (che hanno studiato in loco) e ai verdi iraniani.

    Va anche un po’ esplicitato questo aspetto, perché il modello della rivoluzione dei gelsomini tunisina e quello di piazza Thair, che ricalca in parte le rivoluzioni colorate (ma è, sopratutto in Egitto, più di sinistra per composizione sociale, piattaforme e protagonisti) è un modello vincente, mentre quello Greco è un modello perdente, e quello Libico (cioè una “classica” guerra civile) è la dimostrazione di come la guerra civile sia il peggior modello di rivoluzione, oltre a quello che permette di più esiti eterodiretti (in questo caso dal Qatar e dai Sauditi).

    In Egitto, semplificando al massimo, gli organizzatori primi delle piazze erano i movimenti giovanili socialisti e liberal-democratici, e (ma non solo!) la parte nata e cresciuta sui social network dei movimenti, appoggiati dai sindacati “non di regime” (cioè gli unici veri sindacati). Dopo alcune violenze poliziesche (casus belli), si sono ritrovatti ad occupare una piazza su una piattaforma di democratizzazione, rifuto delle leggi speciali, modifica in senso liberale dello stato di diritto, maggiori diritti sociali e di tutela sindacale, ridiscussione dei contratti di lavoro, politiche economiche per i giovani, caro vita ecc. Oltre ovviamente a una nuova legge elettorale ed una nuova costituzione.

    Dal 29 gennaio la richiesta di dimissioni di Mubarak diventava quella centrale, inoltre proprio la possibilità che il figlio succedesse al padre come presidente aveva dato una grande spinta al movimento, che quindi virava anche alla condanna della famiglia e della corruzione del regime.

    Va anche notato che prima del 25 gennaio, sia il 17 che il 20, alcune persone si sono date fuoco, una forma di protesta estrema, ma che rientra tra quelle non-violente classiche (sebbene criticate da Sharp ed altri teorici della Nonviolenza), in diretta ispirazione ai fatti tunisini.
    Questo tipo di incidenti, episodici nei primi giorni della rivoluzione, sono aumentati dopo la fuga di centinaia di detenuti da alcune prigioni del Cairo, fuga che potrebbe non essere stata affatto casuale.

    Il movimento non ha mai militarizzato la piazza, ed anzi ha sofferto la violenza sia della polizia che dei sostenitori del regime, cui ha risposto con una blanda autodifesa, ha subito moltissimi morti e non nè ha fatti molti. Sin dal 25 aprile vi sono stati dei morti, tra i manifestanti, uccisi a pistolettate, mentre alcune delle vittime dei poliziotti sono state fatte dal “fuoco amico”, o in situazioni di incontrollabilità della folla, o in incidenti prolungati in cui la folla cercava di difendersi.

    Tutti gli incendi di edifici pubblici nelle prime due settimane di rivoluzione sono da attribuirsi ai manifestanti? Con ogni probabilità no, ed in questo senso sono in corso inchieste in Egitto. Va anche aggiunto che gli organizzatori delle manifestazioni e tutti i loro mezzi di comunicazione (quando non censurati o oscurati dal regime) propagandavano la non violenza, come avevano fatto negli anni di preparazione.

    Solo in un secondo tempo al movimento si sono aggiunti i fratelli mussulmani, che non gradivano né l’accelerazione rivoluzionaria, né la piattaforma, ma che, come maggiore forza d’opposizione del paese, non potevano che appoggiare uno sblocco del sistema politico (sto anche in questo caso semplificando al massimo).

    A febbraio il movimento aveva ripreso il controllo delle piazze, e le strategie di lotta Nonviolenta diventavano nettamente maggioritarie, man mano che il potere di Mubarak si sgretolava, il governo si dimetteva, e l’esercito toglieva il suo appoggio al regime.
    I morti e i feriti in questa fase avvengono per lo più quando i sostenitori del regime assaltano le piazze e i manifestanti, talvolta, si difendono con una sassaiola. Ora non è proprio quello che farebbe Sharp, ma se 1000 persone con coltelli e bastoni di caricano un moto di autodifesa può anche scappare.

    Le forme di protesta simbolica, come tirare le scarpe alle effigi di Mubarak, erano molto più praticate delle forme di violenza reale contro persone o cose.

    Anche i fratelli mussulmani, malgrado l’enome differenza ideologica con il resto dei rivoluzionari e la loro tardiva e timida partecipazione, in piazza si sono comportati in maniera non violenta, non ci sono stati attacchi ai commissariati, armi da fuoco, bombe incendiarie ecc.
    I “prigionieri” che venivano presi dai manifestanti quando le piazze di Alessandria e del Cairo venivano assaltate, erano sempre liberati, e non c’era un servizio d’ordine massiccio.

    La resistenza passiva era una delle tattiche più diffuse, anche se ogni tanto c’era anche una sassaiola, bisogna considerare che il contesto prevedeva l’uso massiccio a pistole e fucili da parte del governo, i cecchini, le cariche (anche a cavallo), gli omicidi e le torture dei fermati. Quindi ogni tanto qualche reazione violenta, dopo oltre 350 morti in piazza (e dozzine nei commissariati) e migliaia di arresti, si è anche vista, ma sono reazioni violente, non attacchi mirati ad obbiettivi, incendi deliberati, assalti ai palazzi del potere ecc.

    Non mi risulta che alcun poliziotto sia stato ucciso a casa sua, o che vi siano stati attentati.

    L’assalto al museo egizio è stato fatto dai sostenitori del regime, e questo è noto, anche a livello procesuale.

    Viceversa i rivoluzionari non hanno mai avuto paura a lanciare cortei pacifici e non violenti contro i palazzi del potere, cosa che hanno fatto senza bruciare la città.

    Poi, a rivoluzione praticamente conclusa (o meglio a fase uno conclusa, la faese due vedremo come sarà) sono arrivati i Salafiti, i cui rapporti con i servizi segreti sono ben noti (basta vedere wikileaks) i cui rapporti con i ministri del governo Mubarak anche (sono in corso dei processi per le coperture che ottenevano negli attacchi ai Copti e ad altri “bersagli”) e che sono (come i fratelli mussulmani del resto) in rapporti stretti con le monarchie del Golfo (ed anche qui non mi invento nulla, anzi in questo caso basta ascoltare le loro interviste).

    Questo soggetto ha effettivamente organizzato assalti ad obbiettivi, marce violente, minacce di omicidi di nemici politico-religiosi (sciiti e copti), e non si limita ad una balanda reazione violenta in caso di attacco diretto, ma ha un servizio d’ordine militarizzato (e contiguo a servizi e terrorismo).
    Ma attribuire la rivoluzione egiziana ai salafiti mi sembra non soloe ccessivo, ma assolutamente sbagliato.

    Quindi, concludendo, magari il 15 ci si fosse ispirati alla “vera” rivoluzione egiziana, quella di gennaio-febbraio, ai suoi bloggher, alle sue parole d’ordine, ai suoi riti, ai suoi modi d’essere in piazza.
    Perché quello è un modello vincente, e l’accampada madrilena, non a caso, l’ha copiato. Portandolo nel contesto di una liberal-democrazia occidentale in cui il governo mica manda in piazza i carri armati ed i cecchini.

    Idem dicasi per New York.

    Viceversa in Grecia, dopo quasi 4 anni di continui scontri e assalti ai palazzi del potere, bottiglie incendiarie, biglie metalliche, sassaiole, incendi, botte, mazze, e sfascio tutto generalizzato, è la sinistra ad essere al palo.
    Vittorie nix, nada, no.

    Certo c’è stata un sacco di bella coreografia.
    Che a qualcuno evidentemente è piaciuta molto.

    • Lorenzo Fanoli

      Sono d’accordo con questa ultima analisi. Rispetto a quanto è successo il 15 ottobre a Roma non riesco a trovare definzione precisa ai protagonisti degli scontri. Mi sembra difficile al momento pensare che possano essere riconducibili a realtà organizzate a livello nazionale e addirittura internazionale e che abbiano una identità poltico-sociologica definita.
      Sono assolutamente d’accordo sul fatto che ci siano differenze sostanziali tra ciò che succede in maghreb e quello che è successo in Italia.
      Di sostanziale penso che si possa dire che il movimento di opposizione sociale in Italia non è ancora capace di esprimere maturità politica e forza di egemonia. Che 1.000 o .1500 persone siano capaci e in grado di far saltare un corteo di 200 mila vuol dire che i 200 mila sono deboli non che i 1500 sono forti e organizzati.
      Piuttosto il tema che dovrebbe interessarci su Roma e il 15 ottobre è come il movimento di opposizione riesca a trovare organizzazione, voce, forza e rappresentanza.

      • Guido Panvini

        Caro Valerio,
        grazie per avermi “fatto” le pulci, nel senso che quando uno scrive su blog spera sempre di suscitare una reazione nei lettori e avviare così un dialogo. Le tue osservazioni mi hanno fatto ragionare molto e sono molto d’accordo con tutto ciò che scrivi sulle rivolte nel mondo arabo. Usavo il verbo “connessi” nel senso di appartenenza, anche via web, ad una comunità più vasta. E’ una costante di tutti i movimenti sociali riferirsi ad una koiné condivisa, ma che può essere declinata in modi diversissimi, tanto da poter portare ad esiti completamente diversi e opposti rispetto ai propositi che ci si era prefissati.
        Trovo molto interessanti le sue osservazioni sulla “guerra civile” come modello rivoluzionario destinato al fallimento.

    • Guido Panvini

      Caro Valerio,
      ho risposto alle sue questioni, per sbaglio, al post successivo.

  4. Molto interessante questa analisi, la condivido.
    C’è da dire, che la vuota ritualità della manifestazione “festa di piazza” lascia buon gioco a chi propone azioni apparentemente più incisive. Dico apparentemente perché è chiaro che queste azioni non costruiscono un bel nulla, sono controproducenti quantomeno per coloro i quali sono direttamente coinvolti. D’altro canto, nemmeno la manifestazione dei 2-3-500.000 avrebbe spostato di una virgola i termini della questione.

    Invece di scomunicare, si dovrebbe trovare il modo di imbrigliare questa rabbia in azioni maggiormente incisive, senza disperdere energie in scontri di piazza.

    • Guido Panvini

      Sono d’accordo,
      di saper leggere in termini politici l’esplosione di rabbia che si è verificata il 15 ottobre. Questa considerazione, d’altro canto, mi ha spinto a scrivere l’articolo. Ho qualche perplessità, invece, sulla mancanza di possibilità di incidere dei movimenti sociali e democratici. Il problema, secondo me, è l’assenza di un interlocutore, anche in chiave conflittuale, a livello “politico” più alto (Parlamento italiano, parlamento europeo, etc.)

  5. Barkokeba

    Caro Buzz, che una manifestazione di 2-3-500 mila persone non sposti le questioni va dimostrata. Certo, la manifestazione da sola serve, ma questo non lo pensa nessuno.
    Intanto scomunichiamo ‘sti deficienti. Fuor di metafora, mettiamoli in galera. Ho amato quei manifestanti che hanno consegnato i black bloc alla polizia.

    Che quella rabbia sia la stessa degli indignati è anche da dimostrare. Ci vedo molta similitudine con quanto avviene nelle curve violente degli stadi. Poi, non è che due ingiustizie si annullano. Quindi, se i violenti sono vittime, non è che facendone a loro volta pareggiano il conto. Chi pensa queste cose è pericoloso per se e per gli altri.

    • Guido Panvini

      Non sono d’accordo,
      gli appelli alla denuncia e la consegna dei violenti alla polizia mi hanno inquietato, in special modo in un contesto politico nazionale in cui la legalità è quotidianamente inquinata dai potenti. Si rischia la delazione, che è cosa diversa dalla denuncia.
      Più fruttuoso, sarebbe affrontare la questione in termini politici, in qualsiasi sede, dalla produzione di documenti alla piazza vera e propria…

  6. Barkokeba

    Scusa, proprio non capisco – ma perché non lo spieghi – perché in questo caso sarebbe delazione. Delatore era quello che denunciava gli antifascisti per interessi personali, per la taglia. Ma qui? Che vuoi dire, che chi denuncia un black bloc violento è un “infame”?
    Ti rendi conto che è una mentalità mafiosa?
    E se i potenti di questo paese violano la legalità, questo non significa che la violenza in un corteo sia meno legale. Bisogna mandare in galera anche i potenti che lo meritano. Che è difficile, ma non si fa certo sfasciando una città o le macchine di qualche poveraccio che non c’entrava niente.
    Visto che molti potenti evadono le tasse, allora è giusto che le evada anche io?
    C’è un punto che va chiarito: la violenza organizzata, praticata a prescindere e non come legittima difesa, pianificata, è illegale. In secondo luogo, va contro i movimenti.
    Questo modo di ragionare è militarista. Generalmente, chi pratica la violenza è interessato più alla violenza che al movimento.
    Un black bloc è un nemico del movimento. Il fatto che condivida la provenienza sociale degli altri non giustifica niente. Altrimenti, il 95% dei rapinatori sarebbero da giustificare (vengono tutti da famiglie povere. E poi sarebbero da combattere una volta diventati ricchi con le rapine, tipo banda della magliana?).
    Se ci fosse stato un servizio d’ordine efficace – tipo quelli della CGIL di una volta – da chi avrebbe dovuto difendere i manifestanti? Dalla polizia o dai black bloc?
    Esercitiamo il raziocinio, per favore

    • Guido Panvini

      Mi spiace,
      non volevo urtare la sensibilità di nessuno, ma episodi di “delazione” – qualsiasi significato vogliamo attribuire a questa parola – ci sono stati: dalle foto dei volti dei manifestanti pubblicate sul “Giornale” e su “Libero” agli inviti a denunciare le persone riconosciute sulla televisione.
      Personalmente, sono d’accordo sul significato della legalità che traspare dal suo commento, ma ritengo, soprattutto da parte dei gruppi e delle persone che militano in un movimento, che la questione della violenza e dell’uso militare che ne viene fatto, come giustamente da lei notato, anche contro il movimento, vada affrontato in termini politici e non semplicemente di ordine pubblico. Funzione che a mio avviso compete alle forze di polizia e alla magistratura.

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