Democrazia che viene, democrazia che va (a proposito delle elezioni tunisine)

Una donna tunisina vota in un seggio allestito ad Hong Kong. Foto tratta dal blog Tutto in 30 secondi

Quasi completamente oscurata dall’uccisione di Gheddafi, l’altra notizia che ci viene dal nord Africa in questi giorni sono le elezioni tunisine, che apriranno la strada delle consultazioni democratiche nel mondo arabo: tra un mese comincia il lungo processo elettorale in Egitto che si concluderà a marzo e chissà se il 2012 non ci riservi qualche altra sorpresa positiva nella regione.

I tunisini, ma soprattutto le tunisine, votano liberamente per la prima volta dopo tantissimi anni. Hanno cominciato ad esprimere le loro preferenze quelli che risiedono all’estero, circa il 10% della popolazione. In Italia votano già da ieri e continueranno a farlo anche oggi e domani in 75 seggi sparsi per la penisola.  Vediamo perché queste elezioni sono così importanti.

1. Per prima cosa, queste elezioni sono un momento rilevante per le donne nel Mediterraneo: chissà quante saranno elette nell’Assemblea tunisina, che avrà il compito non solo di fare le leggi ma di scrivere la costituzione. Alcune sono candidate anche nel partito che i sondaggi accreditano con la maggioranza relativa: Ennahda, una formazione islamica che però dichiara di ispirarsi all’AKP turco che a sua volta dichiarò di seguire più l’esempio delle democrazie cristiane europee che dei fondamentalisti islamici.  Altre sentono di avere molto da temere da una vittoria di questo partito che, pur dichiarandosi democratico, proclama di volere delle leggi sui diritti civili più consonanti con le tradizioni (anche religiose) tunisine.  Intanto in Oman, nelle elezioni per un parlamento dotato solo di poteri consultivi, è stata eletta una sola donna tra le 77 che si erano candidate, ma viene considerato già un buon inizio.

2. Le transizioni in Egitto e in Tunisia potrebbero influenzare quello che succederà nel resto della regione,  anche se ci sono delle specificità locali che non vanno trascurate: la Siria, per esempio, pur avendo avuto anch’essa una dittatura laica, ha una situazione politica, militare e demografica molto diversa sia dall’Egitto (qui un buon indirizzo per tenersi informati) che dalla Tunisia. Roberto Aliboni dell’Istituto Affari Internazionali nota che, un po’ come accade per l’89 in Europa, le élites liberali, giovani e cosmopolite che hanno organizzato le rivoluzioni potrebbero ora essere soppiantate da alleanze conservatrici tra gli islamici più o meno moderati e le élites militari legate ai precedenti regimi. In questa luce vanno visti i presunti scontri etnici tra copti e mussulmani: i militari non avrebbero fermato gli estremisti salafiti che attaccavano i cristiani per paura di inimicarsi quella parte della Fratellanza Mussulmana che non ha ancora rotto con i fondamentalisti. Soprattutto in Egitto, ma anche in Tunisia, l’Europa e l’occidente un ruolo potrebbero giocarlo soprattutto nel fare pressione sui militari e favorire una loro “riconversione”: da strumenti della repressione interna e gestori di pezzi di economia a eserciti moderni che rispettano la costituzione. Non sarà facile, ma chissà se almeno qualcuno se ne sta occupando. Di certo, i nuovi regimi saranno meno scontatamente filo-occidentali e certi doppi standard non potremmo più farli valere: non si potrà più con una mano proclamare la necessità di proseguire nel percorso democratico e con l’altra addestrare e finanziare chi quella democrazia la reprime.

3. Infine, ma non meno importante, queste elezioni e le rivoluzioni che le hanno precedute hanno qualcosa da dire anche ai giovani dell’altra sponda del Mediterraneo.  Perché i giovani egiziani e tunisini hanno giocato un ruolo determinante nel rovesciamento delle vecchie dittature, come scrivemmo qui, portando per mano in piazza i loro genitori. Purtroppo, come racconta Enrico Sitta in questo reportage da Tunisi, il Fronte che aveva guidato le proteste e che era formato prevalentemente da studenti, attivisti e disoccupati si è sfaldato in mille rivoli e rischia di soccombere di fronte alla maggiore compattezza organizzativa di Ennahda, che ha usato strumenti di campagna elettorale, quelli sì, degni dei nostri democristiani. Se prima avevamo molto da imparare dall’uso che i nostri coetanei della sponda sud avevano fatto dei social network e dalla scelta di fare della nonviolenza un contenuto piuttosto che solo una tattica, ora forse dovremmo stare attenti a non subire passivamente la stessa marginalizzazione che è accaduta lì (e che già in parte accade da noi). Infatti, la legge elettorale tunisina prevedeva che almeno il 25% dei candidati fosse sotto i trenta anni. Regola rispettata, peccato che la maggioranza di questi candidati sia in fondo alle liste, con pochissime probabilità di essere eletti.

Infine, due considerazioni amare. La prima ha a che fare con le tragedie dell’immigrazione, che non sono una avvenimento atmosferico ma il risultato di una precisa scelta politica dei governi della sponda nord. Molti e molte, sia in Tunisia che in Egitto, non potranno votare perché i loro corpi sono in fondo al mare, caduti lì mentre cercavano di “invadere” l’Europa. E poi, come ha notato Enrico Sitta, mentre noi possiamo fare del “turismo politico” e andare a vedere le loro assemblee, loro non possono fare altrettanto. Degli europei dell’Est, dopo l’89, fu celebrata la libertà di movimento, si fecero vedere le loro immagini mentre scorrazzavano tra i negozi pieni di merci occidentali. Per tunisini ed egiziani questo privilegio non c’è, la fine della dittatura non ha comportato la libertà di movimento. Solo una delle forme più perverse del nostro razzismo.

La seconda considerazione, che giustifica il titolo di questo articolo, ha a che fare di nuovo con le due sponde del Mediterraneo: mentre su un lato, quello meridionale, ci si chiede se la democrazia riuscirà ad affermarsi, su quello settentrionale è lecito porsi la domanda sullo stato di salute delle istituzioni elette dai cittadini. Non solo per le nuove misure liberticide proposte dal ministro Maroni a seguito degli scontri di sabato, ma anche perché i poteri di quelle istituzioni democratiche vengono sempre più compressi da istituzioni economiche e non solo che sembrano non dover rispondere a nessuno se non a se stesse. Ma questa è un’altra storia, oggi i protagonisti e le protagoniste stanno sulla sponda sud del Mediterraneo.

(Mattia Toaldo)

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