Le riforme inevitabili

La disoccupazione giovanile nei diversi paesi del mondo, tratto da http://www.sbilanciamoci.info

Si sente molto parlare in questi giorni di “riforme inevitabili e dolorose” di cui il Paese ha bisogno: prima fra tutte la riforma delle pensioni e in generale il “dimagrimento” del welfare. Anche i commentatori radiofonici  più ascoltati (per esempio “l’indignato speciale” di domenica) si affrettano a dire che “il Paese ha vissuto al di sopra dei propri mezzi” e che ora bisogna cambiare stile di vita. Un’affermazione questa che, ogni volta che viene ripetuta da un commentatore-editorialista-giornalista, non fa che certificare la distanza dal Paese reale di chi la pronuncia: perché quello che succede da diversi anni è che diminuiscono anche i consumi alimentari mentre il 40% della popolazione è “vulnerabile alla povertà”, cioè non è povero al momento ma può diventarlo molto facilmente. Tuttavia, lamentarsi o, nella migliore delle ipotesi, descrivere la situazione non basta. Perché ci sono delle riforme davvero inevitabili da fare per evitare lo scenario di un Paese dove la maggioranza della popolazione diventa sempre più povera, insicura ed esclusa. Ne abbiamo già parlato varie volte (qui si possono leggere i nostri post sulla risposta possibile alla crisi) ma ci preme qui discutere alcune idee nuove.

1. Il primo nodo ha a che fare col fisco, che in Italia come in altri Paesi occidentali pesa molto sulle spalle più strette della classe media e poco su quelle più larghe dei più ricchi. E’ diventato famoso il caso del multimiliardario Warren Buffet che ha dimostrato, dati alla mano, che lui pagava molte meno tasse dei suoi dipendenti. In America o in Gran Bretagna ciò è possibile grazie ai tagli effettuati alle aliquote più alte durante il trentennio conservatore ma anche grazie alla possibilità di esportare i capitali verso i cosiddetti paradisi fiscali. Da noi, oltre a questo secondo elemento, c’è il fattore evasione: il vero strumento per tagliare le tasse ai ricchi, a posteriori. Questo è stato uno degli elementi cruciali del patto sociale tra una parte della borghesia italiana e il pentapartito prima, il berlusconismo poi: non c’è una riduzione strutturale delle tasse ma una “concessione”sistematica e selettiva fatta da chi detiene il potere attraverso i condoni. Una specie di clientelismo per i ricchi. Da dove ripartire per far pagare tutti? Certamente dalla lotta all’evasione, poco citata nelle ricette per superare la crisi del debito perché non produce gettiti certi come invece può farlo un taglio automatico delle pensioni.

2. Non è del tutto vero che il Paese ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, è più preciso dire che il Paese ha evaso al di sopra delle proprie possibilità. Pensare ad un sistema fiscale diverso è cruciale e non più rinviabile, non solo perché servono nuove entrate ma anche perché si tratta di ridisegnare il patto di cittadinanza e di convertire il sistema economico verso impieghi più produttivi della ricchezza. Oggi paga meno tasse chi eredita, vive di rendita o fa speculazione fondiaria rispetto a chi fa impresa inventandosi un prodotto o un servizio e poi provando a venderlo. Ernesto Ruffini, avvocato tributarista che di tasse si occupa tutti i giorni, ha provato a spiegare qui come si costruisce un sistema fiscale diverso:  emettendo  le fatture solo online tramite il sito dell’Agenzia delle entrate, permettendo di detrarre dalle tasse tutte le spese registrate e quindi incentivando a chiedere lo scontrino e monitorando lo standard di vita di chi dichiara certe cifre al fisco. Ma secondo Ruffini bisognerebbe proprio superare il metodo della dichiarazione a carico del contribuente: se entrate ed uscite sono registrate alla fonte dallo Stato potrebbe essere lui stesso ad inviare la dichiarazione dei redditi ai contribuenti. Starebbe poi ad ognuno di noi, eventualmente, obiettare ai calcoli fatti dall’Agenzia delle Entrate. Fantascienza? Quello che propone Ruffini è la normalità non solo in Germania (ma nessuno cita questo sistema quando parla della solidità del bilancio tedesco) ma anche in un Paese come il Brasile.

3. Non si tratta solo di rendere l’evasione più difficile ma anche di spostare il carico fiscale. Una delle proposte dei liberisti Alesina e Ichino è quella di abbassare le tasse per le donne che lavorano rispetto ai loro colleghi maschi. Roberta Carlini discute qui i pro e i contro di questa proposta e conclude che il miglior modo per salvaguardare l’universalità del welfare (paghiamo tutti, ne beneficiamo tutti) è quello di abbassare le aliquote sui lavoratori a medio e basso reddito, molti di loro donne, e istituire il reddito minimo di cittadinanza. Le disuguaglianze di genere spesso hanno a che fare col fisco, col sostegno al reddito ma anche e soprattutto con la mancanza di welfare che costringe le donne a svolgere un lavoro di cura su tantissimi fronti: i bambini, gli anziani, i non autosufficienti.

4. Come si finanzia un welfare che permetta alle donne di essere libere? Con una unica politica si possono raggiungere diversi obiettivi: tassare le rendite finanziarie permette di avere soldi per nuove politiche di welfare irrinunciabili e anche di spostare il carico fiscale dall’impresa produttiva a quella che fa i soldi con i soldi. E qui, lavoce.info fa un esempio che viene dalla Gran Bretagna del 1986, in piena era Thatcher: si tratta della tassa sul trasferimento di proprietà delle azioni, indipendentemente dal luogo di residenza di acquirente e venditore. Una specie di “bollo” dello 0,5% su ogni passaggio di mano di quote di società. Produce un gettito di 5 miliardi di euro l’anno ma forse bisognerebbe estenderla anche tutti i prodotti finanziari più moderni come i derivati. E’ l’esempio, tra l’altro, di come si possano toccare le rendite e le plusvalenze finanziarie senza dover aspettare una decisione globale o europea. Ovviamente non basta solo questo, ma ci sono tanti altri modi di tassare rendite, patrimoni e speculazioni finanziarie di cui abbiamo parlato qui e al punto 4 di questo post.

Prima di concludere, la segnalazione di un altro post di Roberta Carlini che individua le priorità di una politica che proponga un futuro a chi ha oggi 15, 20 o 30 anni. Perchè questo è il dramma di oggi: non solo le politiche dell’UE di Sarkozy e Merkel non risolvono il problema ma la loro attuazione da parte del governo Berlusconi non sembra dare nessun futuro a chi oggi vive la precarietà né pone le basi per il Paese che verrà. Basta fare due esempi: si può ancora parlare di merito e di premi all’eccellenza se metà dei cittadini (le donne) non ha le stesse opportunità di lavorare degli altri? E’ un problema che si può risolvere a costo zero? Di sicuro è difficile risolvere a costo zero un altro problema: quanta produttività perde ogni anno il nostro Paese perchè ha un sistema di trasporto locale (ferroviario e non) vecchio, in ritardo e affollato?

Ecco, queste sono le riforme davvero inevitabili: creare un fisco più giusto, liberare le donne, sconfiggere la precarietà, trasferire soldi dalla speculazione al lavoro, cambiare il modello di sviluppo. Provate a cercarle nel “decreto sviluppo” del governo, se mai ne uscirà uno.

(Mattia Toaldo)

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