La Roma di Petroselli

Il libro di Ella Baffoni e Vezio De Lucia, “La Romadi Petroselli. Il Sindaco più amato e il sogno spezzato di una città per tutti” (Castelvecchi), merita di essere letto per diversi motivi. In primo luogo, vi si trova un racconto efficace della stagione politica di cui Petroselli fu protagonista – gli anni ’70 – durante la quale la causa del riscatto sociale e culturale di una intera città si affermò, conquistando persone di diversi orientamenti ideologici e culturali. Il libro, poi, dedica molto spazio alle vicende urbanistiche della città, all’impegno di Petroselli in questo campo e agli impedimenti che incontrò, e aiuta a capire bene perché a Roma, dopo momenti di grande slancio riformatore, si torna facilmente indietro, a quei mali antichi che ne determinano il degrado – primo tra tutti l’estrema potenza della rendita fondiaria.

Nel libro, la rievocazione degli anni di Petroselli e delle attese di cambiamento che li caratterizzarono fanno da contesto al racconto di una vicenda che, a guardar bene, è rilevante anche per la politica di oggi. Se Petroselli fosse stato il sindaco di Roma per cinque o dieci anni – come avviene ai nostri giorni – un segno, buono o cattivo, lo avrebbe lasciato per forza di cose. Ma egli fu Sindaco per soli due anni, eppure si può a buon diritto parlare, come fanno gli autori, della “Roma di Petroselli”. In un’epoca come la nostra, in cui chi amministra la cosa pubblica gode di strumenti istituzionali sicuramente più potenti di quelli di una volta (elezioni dirette, premi di maggioranza, etc.) la questione è senza dubbio interessante. Infatti, la politica personalizzata, piena di leader solitari, incomparabilmente più conosciuti e onnipresenti, e forse più potenti di Petroselli e dei politici di allora, stenta a produrre personalità capaci di lasciare un segno riformatore chiaro, di lanciare idee e progetti che facciano discutere anche dopo decenni. Il libro suggerisce l’idea che Petroselli abbia anticipato i tempi del sindaco eletto direttamente e tuttavia non sembra attribuire il successo del personaggio solo al suo carisma. Anzi, si ricorda che la storia e la figura di Petroselli destavano perplessità, tanto che anche alcuni compagni di partito pensavano che non reggesse il confronto con il suo predecessore, Giulio Carlo Argan, una grande personalità dell’Accademia (si veda, a questo proposito, la testimonianza di Piero Della Seta). Le lettura del libro suggerisce che la politica di Petroselli non fu da “One man show”, di quelli che piacciono adesso, basti pensare che fu proprio lui, dopo aver condotto il PCI alla vittora del1976 aRoma, a proporre lo stesso Argan alla carica di sindaco (a cui subentrò tre anni dopo). Una cosa lontana dalla sensibilità contemporanea, elezioni dirette a parte.

Il merito del libro, è proprio questo. E’ una ricostruzione non agiografica di una vicenda politica rilevante per l’oggi. Petroselli emerge come un leader politico che è stato capace di mobilitare le forze che aveva a disposizione per imprimere alla città una grande trasformazione, di cui c’era un sentito bisogno. Il suo sforzo per promuovere questo grande cambiamento è avvenuto prima utilizzando gli strumenti della politica e del partito, poi quelli dell’amministrazione.La Romalasciata dalle “giunte rosse” che hanno governato dal 76 all’85 non aveva più i borghetti e i baraccati, aveva sperimentato l’innovazione politica e amministrativa, poteva contare su una più vasta e migliore offerta di servizi sociali. Roma, con Petroselli, aveva imparato a pensare a sé stessa in termini alti, attraverso grandi idee e grandi progetti. Il libro, a questo proposito, dà giustamente spazio alla vicenda del “Progetto Fori”, cioè l’idea di mettere al centro della vita della città il parco archeologico del Foro Romano attraverso lo spostamento dal centro di molte delle attività direzionali e lo smantellamento di Via dei Fori Imperiali. Questo progetto, per Petroselli, aveva una grandissima portata ideale e programmatica, e così ne spiegava il senso: “quello che vogliamo che accada è che non solo il tempo di percorrenza, ma il tempo mentale e il tempo culturale si accorci tra via dei Fori Imperiali e la periferia, tra la periferia e Via dei Fori Imperiali”. L’idea che la cultura possa essere un motore della vita della città e del suo sviluppo – rappresentata anche dal grande successo dell’Estate Romana – è stato un tratto distintivo della  “Roma di Petroselli” e un modello imitato in tutto il mondo. Non fu solo una sua idea. Certo è che Petroselli la promosse e difese con forza prima come politico e poi come amministratore.

Sicuramente, la complessa vicenda delle giunte rosse romane di cui è stato protagonista Petroselli è stata caratterizzata anche da alcuni significativi fallimenti, molti dei quali sul piano urbanistico. Il libro, per esempio, spiega bene la vicenda di quartieri degradati come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38. Va detto che molti dei fallimenti si sono prodotti dopo la morte di Petroselli anche per la cattiva gestione di progetti che avrebbero potuto avere esiti differenti e migliori. Baffoni e De Lucia, tuttavia, mettono in evidenza un grande merito sul quale sarebbe utile che riflettessero politici e amministratori locali odierni, inclusi quelli di sinistra. Petroselli, ancora prima di diventare sindaco, nel 1978, promosse un accordo coi costruttori romani che puntava al “distacco dell’imprenditoria edilizia dalla proprietà dei suoli e dalle sirene della speculazione fondiaria, per orientarla verso il legittimo profitto d’impresa assicurato dal mercato pubblico degli alloggi”.

La vicenda narrata è quella di un politico che riesce a governare una grande città e le sue sfide proponendo un progetto non pensato a tavolino, ma ideato e realizzato coinvolgendo al massimo le forze e gli attori in campo, utilizzando tutte quelle novità, idee, aspirazioni e movimenti che dalla città di allora emergevano. Un progetto che ancora oggi ci interroga: il rapporto di Roma con l’antico, la città di tutti, l’accesso ai servizi, la pedonalizzazione. Cose tanto spesso dimenticate. Lo si vede dal confronto proposto nel libro tra Petroselli e Alemanno, ma lo si vede anche nelle criticità che vengono messe in evidenza dagli autori sulla Roma dell’ultimo centrosinistra. Che tanto ha fatto, ma che molto ha lasciato fare proprio su ciò che in una città è strutturale, l’ambiente costruito.

Il libro ricorda il grande consenso popolare di Petroselli, anche attraverso alcune testimonianze raccolte alla fine del testo principale. Inutile dire che il rapporto forte che il Sindaco aveva con i cittadini di Roma non è riconducibile al plebiscitarismo sondaggista di oggi. Se è vero che Petroselli inaugurò la linea diretta coi cittadini da una TV locale, questo non viene raccontato come il tratto distintivo, e in effetti non lo fu. Alcune delle testimonianze riportate parlano di un sindaco e di un politico che sapeva confrontarsi con i tanti soggetti politici e sociali presenti nella città, in primo luogo con gli abitanti delle periferie, con i quali venivano discussi – non senza contrasti – le operazioni di risanamento.

Quella stagione politica e quel leader sollevarono molte aspettative che finirono, in parte, per essere disattese. I motivi sono numerosi. Sicuramente, su molte questioni ci fu un deficit di volontà politica: il libro, per esempio, ricorda che le conferenze urbanistiche promosse dal Comune mortificarono le attese di riforma e questo è da addebitare sia alle forze politiche alleate, che allo stesso partito di Petroselli, il PCI. Ci furono, poi, anche le carenze dell’amministrazione, basti pensare al caos dell’assegnazione degli alloggi a Tor Bella Monaca. Ma un ulteriore motivo viene ricordato nel libro. Dopo la perdita del Campidoglio da parte delle sinistre fu avviata una vasta riflessione autocritica (allora si usava). In molti capirono che fu proprio la promozione della qualità urbana che determinò il sorgere di nuove esigenze, che però non si seppero apprezzare né tantomeno cogliere, se non in parte.

Petroselli morì in una fase di slancio dell’azione riformatrice, e sarebbe ingiusto, forse, rivolgere una critica al suo operato di questo genere, visto che non si può sapere come avrebbe gestito gli stessi successi della sua amministrazione. Certamente, i riformatori e i riformisti venuti dopo di lui possono imparare molto dall’apertura al nuovo, ai nuovi soggetti e alle nuove esigenze della città che Petroselli, come documenta il libro, ha saputo esercitare. Se non è una lezione per l’oggi, sicuramente un suggerimento da valutare.

(Andrea Declich, articolo pubblicato su Gazebos.it)

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