Risanamento del debito e cementificazione: tutti i salmi finiscono in gloria?

Luca Cordero di Montezemolo, foto tratta da http://www.adnkronos.com

“Vendere. Vendere e casomai costruiamo qualche infrastruttura”. Era il 14 agosto di quest’anno e Montezemolo, in un’intervista al Corriere della Sera, usava queste parole per sostenere l’idea di una grande dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. La crisi della finanza pubblica italiana stava, in quei giorni, deflagrando e il governo Berlusconi si stava “impegnando” in quelle manovre e contro manovre la cui inconcludenza ha determinato gli sviluppi politici di questi giorni. Nel trambusto di queste settimane, in cui si è discusso di tutto, quest’idea della dismissione ha continuato a circolare “indisturbata”. Essa, tuttavia, nonostante la semplicità che la rende attraente, lungi dall’essere un’idea innocente è controversa e nient’affatto neutrale. Merita, pertanto, qualche commento.

Va detto, in primo luogo, che non sembra una grande idea, di quelle con le quali risolvi tutti i problemi. E’ quello che sostengono due autorevoli economisti su La Voce, Tito Boeri e Giuseppe Pisauro i quali, parlando degli immobili pubblici, affermano che è illusorio pensare che la loro vendita comporti un significativo abbattimento del debito, tantomeno in tempi brevi. Frenano, quindi, sull’ottimismo diffuso, in particolare sconsigliando di tentare la strada dell’ingegneria finanziaria, che non sembrerebbe produrre risultati adeguati alle attese. In generale, poi, ricordano che la messa in vendita di immobili pubblici è una operazione complessa e che richiede tempo. Più che dismettere, sarebbe meglio, secondo gli economisti deLa Voce, gestire il patrimonio pubblico in maniera più efficiente.

Ma c’è un secondo ordine di motivi che porta a pensare che quella di vendere al più presto il patrimonio dello Stato non sia una idea così brillante e risolutiva. Insomma, dietro di essa, secondo noi, si nasconde proprio uno di quei vizi che da tempo tengono ferma l’economia di questo paese, e proprio in un momento in cui dobbiamo risolvere il problema del debito anche attraverso la crescita.

Chi acquista un immobile pubblico mira, ovviamente, a utilizzarlo per ricavarne un utile, in genere privatizzando il godimento di un’area naturale, o facendo lievitare i metri cubi. Il rischio, cioè, è che per realizzare delle vendite che inciderebbero poco sul debito italiano si dia spazio a grandi operazioni speculative incentrate sull’espansione dell’ambiente costruito. E sembra importare poco, a chi sostiene questa ipotesi, che la crisi finanziaria internazionale sia dovuta proprio allo scoppio della bolla immobiliare e che il consumo del suolo nel nostro paese ecceda chiaramente le effettive necessità della popolazione o del sistema produttivo.

Denunciare questo pericolo non è frutto di paranoia. Non solo basta leggere le cronache locali (degli appetiti scatenati dalla dismissione delle caserme a Roma se ne era parlato in un nostro post): l’attualità di questo rischio emerge nello stesso maxiemendamento alla legge di stabilità approvato in questi giorni dalle Camere. In esso, infatti, si prevede la vendita di terreni agricoli in via preferenziale a giovani imprenditori agricoli, ma si introducono anche disposizioni inerenti l’eventualità di incrementi di valore dovuti al cambiamento della loro destinazione d’uso. Come dire: la “valorizzazione immobiliare” è dietro l’angolo.

Si ha, cioè, l’impressione che ci si voglia liberare del patrimonio immobiliare pubblico a prescindere, anche se non è poi così certo quanto beneficio ne trarranno le casse dello stato. E senza chiedersi – aggiungiamo noi – nelle mani di chi andrà questo patrimonio. La questione non è peregrina, visto che il nostro paese ha visto crescere negli ultimi anni le disuguaglianze e che una parte degli italiani è divenuta più ricca anche senza mettere in campo grandi iniziative imprenditoriali e investimenti produttivi, come si deduce dallo stato della nostra economia, comatoso già da prima dello scoppio della grande crisi. Il rischio è che si svenda il patrimonio di tutti per arricchire chi non saprebbe – o potrebbe – far altro se non costruire, e che tutto si fermi lì.

In controluce, si intravede un’idea asfittica dello sviluppo, la stessa denunciata da una frase attribuibile a Settis secondo la quale siamo “un paese immobile perché soffocato dagli immobili”. Ed è grave che sia così proprio in un momento in cui all’ordine del giorno c’è la crescita economica. Non esistono ricette sicure in questo campo, ma ormai si sa che per promuoverla bisogna sostenere l’imprenditorialità avanzata, la ricerca, le tecnologie, l’innovazione, il capitale umano, la formazione. Certo non sarà di grande utilità svendere lo spazio pubblico di questo paese, e promuovere il “mattone”. Vendere oggi qualche faro su un pezzo di costa pregiata, per poi vendere le spiagge tra qualche anno. Rinunciare al godimento pubblico della bellezza artistica e naturale, che inevitabilmente viene intaccato da politiche di questo tipo, non sembra una grande prospettiva per il futuro. Il nostro paese diventerebbe meno interessante e vivibile per i suoi abitanti e per i suoi visitatori. E questo senza considerare –e i disastri naturali degli ultimi giorni ce lo hanno ricordato ancora una volta – che un territorio cementificato è più costoso da gestire e più pericoloso da abitare. Ci sentiamo di dover suggerire un’idea diversa: se si vuole tornare a crescere economicamente e socialmente, una gestione più democratica e oculata del patrimonio pubblico potrebbe essere una scelta vincente.

(Andrea Declich)

4 commenti

Archiviato in economia, urbanistica

4 risposte a “Risanamento del debito e cementificazione: tutti i salmi finiscono in gloria?

  1. cinziaspbecchi

    Investire sulla Bellezza, sino a farla Divenire Risultato. La Germania e la Cina stanno procedendo mettendo al Centro la Cultura l’Ambiente e la Ricerca come Motori di Sviluppo.
    La Ricetta funziona.
    Cinzia Sp Becchi

  2. condivido in linea di massima. Molto dipende tuttavia dalle regole che accompagnerebbero l’eventuale dismissione e dalla capacità di chi governa di farle rispettare, oltre che naturalmente dalla valutazione comparativa dei danni che comporterebbe la scelta alternativa per il recupero delle risorse.

  3. Dora Ramazzotti

    la gestione”sana” di un patrimonio non personale è cosa davvero rara: bisogna rimboccarsi le maniche e aver voglia di approfondire ogni possibile scelta per trovare la migliore….in poche parole è faticoso e richiede impegno quotidiano….e non tutti hanno voglia di farlo, men che meno molti impiegati pubblici, purtroppo. Io mi ci confronto tutti i giorni per lavoro e vi confesso che ogni tanto mi chiedo “ma chi me lo fa fare?”…ma poi mi passa!

  4. Pingback: Più impresa (quella vera), meno precarietà | Italia2013

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