Cambiare governo non basta, bisogna cambiare l’Europa

La sede della Banca Centrale Europea. Foto tratta da http://www.adnkronos.com

La crisi finanziaria internazionale sembra stabilmente insediata in Europa sotto forma di una problematicissima crisi del debito. Nel nostro continente, la pressione dei mercati e il peggioramento dei conti hanno scosso la politica interna di tutti i paesi, fino alle estreme conseguenze sulla tenuta dei governi di Lisbona, Madrid, Atene e infine Roma – le sedi delle istituzioni politiche ed economiche che più debole resistenza hanno potuto opporre. Tuttavia, è giusto chiedersi se la cura somministrata sotto la supervisione degli altri stati europei, della BCE e del FMI, sia corretta e legittima, nella forma e nella sostanza.

I pesantissimi tagli ai bilanci pubblici (questa in sintesi la ricetta anti crisi) non hanno migliorato la situazione. Sono inutili? Perché paesi come Stati Uniti e Regno Unito, che devono vedersela con dati economici non certo migliori, non sono alle prese con gli stessi traumi che subisce l’Eurozona? La “strategia” europea ha una serie di difetti di fondo, che ne compromettono l’efficacia e la necessaria condivisione, e la rendono spesso controproducente: l’assenza di legittimità democratica nell’adozione delle decisioni; l’incapacità di incidere su alcuni dei principali fattori di debolezza delle economie nazionali e sul rapporto tra stati e mercato; l’attuale inadeguatezza della BCE nell’affrontare la crisi del debito.

1. La crisi ha colto le istituzioni europee al termine di una parabola discendente per quanto riguarda la loro autorevolezza, la loro credibilità e la loro efficacia. L’Euro è ancora la moneta senza stato, espressione con cui era stata definita alla sua nascita, dieci anni fa. L’assenza di uno stato non si sconta solo al momento di decidere una politica monetaria valida per aree produttive tanto diverse, con interessi spesso divergenti, ma soprattutto quando si deve constatare l’inesistenza di una politica economica, sociale, industriale e fiscale che tuteli l’interesse dell’insieme dei paesi.

Oggi, stando così le cose, solo pochi attori sono chiamati a decidere della politica economica europea: la Germania, con l’aiuto che la Francia può dare in termini di legittimità, e la Banca Centrale Europea, col contributo del Fondo Monetario Internazionale. Nessun organo democraticamente eletto può giudicare o sanzionare a livello continentale le loro decisioni, giuste o sbagliate che siano, e i principi che ne sono alla base. L’elenco di compromessi al ribasso e di fallimenti inanellati dai membri dell’UE negli ultimi quindici anni, quando si è trattato di preparare strumenti per una risoluzione comune dei problemi – non ultimo l’aborto della Costituzione, sostituita da un Trattato di cui si fatica ancora a vedere l’utilità – è davvero impressionante.

Per questo motivo, in termini di influenza sulle scelte economiche che li riguardano, i cinquecento milioni di abitanti dell’Unione si trovano in posizione subordinata rispetto ai titolari di investimenti finanziari, e questi lo sono rispetto agli azionisti e ai proprietari delle principali banche del continente. È una scala di priorità che è lo specchio dei contenuti e il riflesso dei beneficiari delle raccomandazioni e lettere che da Bruxelles e da Francoforte giungono ai vari governi nazionali.

2. In assenza di un dibattito politico democratico, la sostanza delle politiche anticrisi ispirate dall’UE e dalla BCE è rimasta univoca: diminuzione della spesa pubblica per permettere il pagamento del debito; diminuzione dei diritti sociali per permettere il rilancio economico. Nelle capitali della crisi, governi screditati e opinioni pubbliche impotenti hanno dovuto accettarle senza appello. Eppure si tratta di politiche già sperimentate dal FMI e rivelatesi fallimentari in moltissimi casi (Argentina, Romania, Senegal…): di solito, finisce che lo stato non riesce più a garantire i servizi pubblici, e le risorse strategiche del paese vengono privatizzate.

I paesi europei, più ricchi dei casi citati, sono però obbligati dalla mancanza di adeguate istituzioni sovranazionali a far fronte singolarmente alla difesa della moneta comune: un compito per cui non sono attrezzati. L’Euro, che dovrebbe essere lo strumento con cui una politica continentale persegue i suoi obiettivi (ad esempio redistribuzione, crescita, lotta alle diseguaglianze, ecc.), si è trasformato nel fine delle diverse politiche nazionali. Alcuni soggetti ne subiscono particolarmente le conseguenze, perchè si trovano in posizione di debolezza, sia geopoliticamente (i paesi dell’Europa meridionale e orientale, per la loro fragilità economica e per l’ammontare del loro debito), sia socialmente (le fasce di popolazione più esposte alla crisi o meno in grado di apprezzare altri benefici dell’UE), e vivono la rinuncia alla sovranità che ciò comporta con un senso di frustrazione e ingiustizia. La diffusione del populismo, del nazionalismo e dell’euroscetticismo è una delle conseguenze di questa situazione.

Le forze di Sinistra, che nel giro di un anno potrebbero tornare al potere in alcuni dei principali paesi dell’UE, hanno la doppia e urgentissima occasione di prendere l’iniziativa del rafforzamento delle istituzioni europee. Da un lato, per colmare l’ormai intollerabile e deleterio deficit democratico delle decisioni comunitarie, e combattere la chiusura conservatrice che ciò comporta per reazione; dall’altro, per avere l’occasione di modificare il contenuto di queste decisioni. L’intervento europeo infatti non ha mai interessato il modello produttivo e il bilanciamento tra stato e mercato negli stati europei; eppure, secondo tutti gli analisti, questi due fattori sono all’origine della crisi ben più del livello della spesa pubblica o dell’estensione dei diritti sociali.

3. Infine, l’intervento guidato dalla Banca Centrale Europea non si è dimostrato all’altezza anche per l’impostazione con cui questa istituzione è stata creata. Uno dei motivi per cui i titoli di stato europei continuano a subire gli attacchi della speculazione è che la BCE, al contrario della Bank of England e della Federal Reserve americana, non ha ancora deciso di agire da prestatore di ultima istanza della zona Euro (colui che si impegna a concedere credito quando nessun altro lo fa, in questo caso per garantire che nessun paese fallisca). In assenza di un tale impegno, i mercati hanno ragione di credere nella possibilità di fallimento di un membro dell’Euro. Questa sfiducia fa impennare il tasso a cui vengono venduti i titoli di stato, che gli investitori accettano di acquistare solo ad alto rendimento, per coprirsi dal rischio default. Ciò costringe alcuni paesi a pagare altissimi interessi per finanziare il proprio debito pubblico – è esattamente la situazione in cui si trova l’Italia negli ultimi mesi; qualsiasi aggiustamento restrittivo del bilancio dunque è inutile, perchè il risparmio che ne deriva va tutto impiegato nel pagamento degli interessi.

Si tratta di una situazione davvero paradossale (simile a quella che vivono le vittime dell’usura). Intanto perchè colpisce la principale area commerciale del mondo, che poggia su una moneta ancora molto forte: non è quindi dovuta a difetti nei fondamentali dell’economia; e poi perchè all’origine dell’ondata di sfiducia sul debito europeo vi sono proprio le più importanti banche europee: esse non credono in questa evoluzione della BCE, e negli ultimi sei mesi si sono disfatte a ritmi impressionanti dei titoli di stato dei paesi più indebitati, contribuendo all’inarrestabile aumento dello spread.

Il mandato della BCE, originato dal modello monetarista della Bundesbank, è quello di occuparsi principalmente della “stabilità dei prezzi”: a partire dal 2007 l’istituto di Francoforte è intervenuto anche sul debito (delle banche e poi degli stati), ma un fortissimo scontro ideologico interno ha per ora mantenuto la sua azione a un livello molto prudente, o sterilizzato, per la paura di un aumento dell’inflazione. Al contrario, la Federal Reserve ha finanziato il debito americano per un ammontare cinque volte superiore. Un cambiamento in questo senso nella direzione della Banca Centrale, molto più che qualsiasi avvicendamento nei governi dei paesi più indebitati, contribuirebbe a riportare i mercati europei in una situazione più coerente e razionale.

Le istituzioni europee esistono per affrontare da una posizione di maggior forza questioni che gli stati sono impreparati a fronteggiare singolarmente. Entro pochi mesi, nei maggiori paesi europei si assisterà a un significativo cambiamento delle classi politiche dirigenti: compito dei nuovi governi sarà di assicurare una nuova architettura istituzionale, e la sua democraticità. Questo dovrà avvenire sulla base di una rinuncia condivisa come un’opportunità – e non subìta come un’inevitabile piaga – alla sovranità nazionale.

(Riccardo Pennisi)

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