4.200.000 voti in meno, la sconfitta dei socialisti spagnoli

il leader socialista Rubalcaba, foto tratta da http://www.bloglive.com

Quattro milioni e duecentomila: sono i voti che il Partito socialista ha perso rispetto alle elezioni del marzo 2008. Una cifra enorme, che fotografa in maniera chiara la débâcle: più di un terzo dei cittadini spagnoli che tre anni fa diedero fiducia a José Luís Zapatero ha preferito altre opzioni. Il trionfo del conservatore Partido Popular è quindi soprattutto il frutto di una sconfitta senza precedenti del partito della rosa nel pugno, che conosce il suo peggior risultato dal ritorno della democrazia nel 1977: un magro 28,7%, che vale appena 110 parlamentari. Al di sotto, dunque, della barriera psicologica dei 125 deputati ottenuti nel 2000, quando il Pp dell’allora presidente José María Aznar sconfisse duramente uno Psoe in piena crisi di identità e leadership.

Per la destra guidata dello scialbo cinquantaseienne Mariano Rajoy, quello di domenica è il miglior risultato della sua storia (il 44,6%): ora si appresta a governare godendo di una comoda maggioranza assoluta in Parlamento (con 186 seggi su 350). E tuttavia, il Pp non ha davvero “sfondato”: è stato scelto da mezzo milione di cittadini in più rispetto alle precedenti politiche, ma fra le forze di ambito statale che hanno guadagnato consensi è quella che cresce di meno.  Hanno fatto meglio Izquierda Unida (Iu) e la centrista e laica Unión Progreso y Democracia (UPyD), rispettivamente premiate da settecentomila e ottocentomila elettori in più. Il resto dei “socialisti perduti” va cercato nell’astensione, aumentata di circa seicentomila unità (per un dato totale del 28%), nelle schede nulla e bianche (duecentomila in più) e in altre formazioni minori, tra le quali l’ecologista Equo, che ottiene un deputato grazie all’alleanza con una lista civica a Valencia.

In virtù della legge elettorale, giustamente criticata da più parti (dal movimento degli indignados fino al Consiglio di Stato), i seggi vengono ripartiti in maniera da favorire i partiti maggiori. Ragion per cui il Pp avrà un gruppo parlamentare formato da trentadue deputati in più rispetto alla precedente legislatura, mentre Iu ne guadagna soltanto nove. Certo, di fronte ai miseri due scranni occupati negli scorsi anni, un gruppo di undici persone garantisce una visibilità infinitamente maggiore alla federazione guidata dal comunista Cayo Lara, legittimamente dichiaratosi soddisfatto del risultato (vedi a fianco). Pur essendo la terza forza in termini di voti assoluti, Izquierda unida sarà tuttavia il quarto gruppo parlamentare. Un’altra delle caratteristiche fondamentali del sistema elettorale spagnolo, infatti, è il trattamento di favore per i partiti ad insediamento regionale, in virtù del quale tradizionalmente le formazioni nazionaliste ottengono una sovra-rappresentazione alle Cortes. La federazione catalana Convergència i Unió (CiU), di centrodestra, vincitrice nella sua regione, si consolida così come il gruppo più numeroso dopo Pp e Psoe, con 16 membri. Un dato che manda su tutte le furie l’arcigna leader della centrista e accanitamente centralista UPyD, Rosa Díez: il suo partito ha centomila voti in più della catalana CiU, ma distribuiti sull’intero territorio dello stato, e deve quindi accontentarsi di cinque rappresentanti in tutto. In un Parlamento decisamente plurale (formato da 13 partiti), va segnalata anche la presenza dei repubblicani catalani, già alleati dei socialisti al governo della Generalitat fino allo scorso maggio, e delle due formazioni nazionaliste basche, lo storico Partido nacionalista vasco di centrodestra e la neonata coalizione Amaiur, di sinistra (vedi box a fianco).

Nel pieno di una crisi economica che toglie il sonno a milioni di persone, a partire da quel venti per cento della popolazione attiva che si trova senza lavoro, gli spagnoli hanno indiscutibilmente punito chi ha avuto sinora la responsabilità di governare. Una sconfitta riconosciuta con grande onestà e dignità, a poche ore dalla chiusura dei seggi, dal candidato premier del Psoe, il sessantenne Alfredo Pérez Rubalcaba, del quale si ignorano, al momento, le intenzioni future. Il suo partito affronterà a febbraio un congresso per decidere come ricominciare, e con quale guida: ieri si è riunito l’esecutivo del partito, ma non è emerso nessun segnale chiaro. L’unica cosa certa è che il segretario generale uscente Zapatero non si ricandiderà, e sostituti di cui da mesi si parla sono lo stesso Rubalcaba o l’ormai ex ministra della difesa, la catalana Carme Chacón. Quest’ultima ha dalla sua il fatto che i socialisti «hanno tenuto» a Barcellona, unica provincia insieme a Siviglia dove il Psoe è risultato (per il rotto della cuffia) primo partito.

Dal canto loro i populares, passata la sbornia, si apprestano a definire in pochi giorni chi saranno i ministri del nuovo governo: l’incognita maggiore riguarda il prossimo responsabile dell’economia, che si troverà in un ruolo difficile come pochi altri. Il prescelto dovrà infatti fare i conti con la dura realtà e, allo stesso tempo, evitare di tradire il messaggio che il futuro presidente Rajoy ha trasmesso durante la campagna elettorale, promettendo in maniera spudorata non solo di «risolvere la crisi», ma di farlo anche senza toccare lo stato sociale e abbassando le tasse. E se il buongiorno lo si vede dal mattino, o meglio, dalla notte dei festeggiamenti dei vincitori, gli umori dei militanti che si sono raccolti davanti alla sede nazionale del Pp a Madrid non promettono nulla di buono: un gigantesco striscione anti-abortista che campeggiava tra la folla giubilante annuncia l’arrivo di una stagione di giganteschi passi indietro su diritti civili e laicità dello stato. Un terreno su cui Rajoy si era intenzionalmente tenuto sul vago, per non dare un’immagine di sé eccessivamente «di destra»: ma la “prudenza” pre-elettorale sembra ormai cosa del passato.

 (Jacopo Rosatelli, articolo pubblicato sul Manifesto)

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