Guardando dentro la manovra di Monti

Nei provvedimenti del governo Monti ci sono alcune cose positive e timide, altre fortemente inique e spregiudicate, altre ancora semplicemente assenti (o quasi). Quali sono le prime? Le tasse su alcuni beni di lusso, l’imposta di bollo su tutte le attività finanziarie e non solo su quelle in “deposito titoli”, l’imposizione una tantum sui capitali rientrati sullo scudo fiscale. Vengono presentate come una “mini-patrimoniale”, ma non lo sono. Prendiamo l’ultima: una tassa una tantum dell’1,5% è davvero bassa (ricordate quanto già era stato giustamente contestato il misero 5% richiesto per far rientrare i capitali?), tanto più che, essendo una tantum, non rischia di far “fuggire” i suddetti capitali, dato che i loro proprietari non hanno ragione di aspettarsi che le tasse per i loro patrimoni aumentino permanentemente.

L’imposta di bollo su tutte le attività finanziarie è probabilmente giusta, ma non ha nulla a che fare con la “mini-patrimoniale”, come l’ha definita il viceministro Grilli; semplicemente, equipara il trattamento fiscale della attività finanziarie che non prevedono l’obbligo di essere inserite nel “deposito titoli” (uno strumento delle banche per la gestione del portafoglio di chi vuole detenere titoli)  con le altre. Certo, è un’imposta sulla ricchezza stock detenuta dai cittadini, commisurata all’entità dei portafogli detenuti, ma nulla ha a che vedere con un’operazione di redistribuzione del reddito, che trasferisca risorse dai più ricchi e i più poveri.

Nella tabella, le disuguaglianze nei maggiori paesi industrializzati.

È bene ricordare che l’Italia è uno dei Paesi con più elevata diseguaglianza all’interno dell’OCSE (come si vede dalla tabella qui a fianco) e che un’operazione redistributiva non solo sarebbe giusta, ma anche positiva per rilanciare la crescita. La crescente disuguaglianza –non solo in Italia- è da considerarsi tra le cause della recente crisi economica; sul caso USA, si legga l’articolo di Marco Leonardi su lavoce.info: un euro in più nelle tasche di un povero ha un effetto maggiore dello stesso euro che va nelle tasche di un ricco in termini di stimolo all’economia, perché sarà più facilmente consumato anziché risparmiato. E’ quello che si intende quando si dice che la “propensione marginale al consumo” delle fasce a reddito minore è più alta di quelli che invece sono in cima alla distribuzione del reddito.

 

Quali sono i provvedimenti spregiudicatamente iniqui? Innanzitutto il pacchetto previdenziale: blocco dell’indicizzazione per le pensioni a partire dai 936 euro mensili, il passaggio al contributivo per tutti, l’innalzamento dell’età pensionabile. Bloccare l’indicizzazione delle pensioni sopra una soglia così bassa significa non adeguare all’inflazione (oggi l’adeguamento ISTAT prevede un’inflazione al 2,6%) il reddito dei pensionati che prendono 1000 euro di pensione al mese, ovvero scegliere che quelle pensioni valgano sempre meno in termini di potere d’acquisto. Credo che un Ministro della Repubblica dovrebbe evitare una scelta del genere anziché assumerla, per quanto in lacrime. Al di là di questo, si tratta di una scelta poco accorta in termini di rilancio dei consumi, dato che un pensionato con un reddito di 1000 euro al mese  è facile immaginare che consumi quasi interamente il suo reddito (oltre da fungere da sistema di welfare informale all’incontrario per il nipote precario?). Non sono un’esperta di sistema previdenziale e non voglio scrivere cose di cui so poco. Mi limito a sottolineare quello che è indicato da alcuni autori che invito a leggere, oltre al post su questo sito di qualche giorno fa:  l’innalzamento dell’età pensionabile è considerata da alcuni come meno rilevante nel momento in cui si passa al contributivo, che per sua natura, dipendendo strettamente dai contributi messi da parte da ogni singolo lavoratore, rende meno rilevante per le casse dello Stato il momento in cui questi va in pensione: presto con una pensione bassa, o più avanti con una pensione maggiore (si veda questo articolo di Angelo Marano). In secondo luogo, la questione dell’“equità generazionale”: viene utilizzata come grimaldello ideologico per giustificare un abbassamento delle tutele della generazione precedente (e per farlo accettare a questa, “in nome dei loro figli”).

E fin qui tutto (purtroppo) noto: nell’analisi del “dualismo” nel mercato del lavoro si dà ormai per scontato che le garanzie dei “privilegiati” siano la causa del precariato degli altri, nesso causale tutto da dimostrare. Ma, soprattutto, parlando di previdenza, non è il passaggio al contributivo che renderà la pensione della mia generazione di precari una pensione accettabile. La prospettiva delle pensioni misere che la mia generazione vedrà è dovuta ad altre ragioni che richiederebbero una più ampia riforma del welfare (da leggere Michele Raitano su Ingenere.it): ricordiamo innanzitutto la bassa aliquota contributiva dei precari e l’intermittenza dei rapporti di lavoro. Non solo: in un contesto di crisi aumentare l’offerta di lavoro degli anziani è molto rischioso per le prospettive di impiego dei giovani.

“I provvedimenti straordinari volti alla riduzione di breve termine della spesa devono essere improntati ad un criterio di ‘giustizia e equità’:  i sacrifici maggiori devono essere chiesti a coloro i quali hanno redditi medio-alti e, in particolar modo, a coloro i quali hanno beneficiato e beneficiano della maggior generosità delle regole previdenziali retributive applicate in passato.” Questo scrive il Ministro Fornero nel documento che riassume la proposta previdenziale del centro di ricerche da lei diretto, il CERP , punto assolutamente condivisibile a cui si sarebbe potuto tenere maggiore fede. Della proposta del CERP, inoltre, scompare nella manovra la proposta di “chiedere un contributo di solidarietà […] alle pensioni più alte, specialmente se si tratta di baby pensioni e pensioni di reversibilità”.

Tra le proposte inique e spregiudicate, metterei anche la scelta di aumentare l’IVA e l’accise sulla benzina, anziché l’IRPEF per i redditi più elevati (si parlava di aumentare l’aliquota per il 4% più ricco, ma non è avvenuto), ovvero di aumentare due imposte che colpiscono indistintamente tutti, anziché utilizzare la fiscalità a fini redistributivi. L’IVA e l’accise sulla benzina, di nuovo, sono imposte che gravano direttamente sui consumi e non stiamo a ripetere l’effetto depressivo che possono avere.

E la terza categoria, ovvero quello che manca? In parte lo abbiamo già detto e sono le politiche redistributive, che spostino ricchezza dalla coda alta della distribuzione verso il basso. E poi le politiche per la crescita, che sono il vero nodo, che in Italia affonda le sue radici ben prima del 2008, anno di esplosione della crisi, ma che diventa ineludibile con la crisi. Crescita significa anche aumentare il gettito fiscale e produrre risorse per pagare il debito, oltre che per indebitarsi meno. Ineludibile è il tema del rilancio degli investimenti, su cui l’Italia soffre di un calo strutturale, che va affrontato in modo energico.

 

Tassi di crescita medi annui degli investimenti:

 

1951-1973 6,3
1973-1980 2,1
1980-1990 2,2
1990-2000 1,3
2000-2007 1,8
2007-2011 – 3,1

(fonte V. Valli, lectio magistralis, Facoltà di Scienze Politiche, Torino)

 

Da questo punto di vista, la scelta del governo di introdurre agevolazioni per gli imprenditori che reinvestono i profitti in azienda è a mio avviso giusto, ma troppo ridotto, soprattutto a fronte di aspettative di vendita per le imprese plausibilmente negative, anche in conseguenza della scelte stesse del governo. Lo stesso credo che si possa dire della deduzione dall’imposta IRES, pagata dalle imprese, della quota di IRAP relativa al costo del lavoro, in modo da incentivare le assunzioni. Mi sembra un incentivo debole se commisurato ai segnali disincentivanti che arrivano dal lato della domanda.

Per concludere, quello che sconcerta è l’egemonia culturale di un discorso che non è più messo in discussione quasi da nessuno: “i sacrifici sono necessari”. Innanzitutto, rischiamo di essere di nuovo di fronte a uno dei tanti mantra, insieme a quello delle “riforme” (quali sacrifici? Quali riforme?), che avrebbero bisogno di qualche specificazione in più per essere credibili. Non solo: da un lato, nulla garantisce che ci mettano al riparo dalla speculazione, cosa che sarebbe frenata solo da un intervento deciso dell’Europa e da un cambio di statuto della BCE che le permetta di agire da prestatore di ultima istanza, garantendo il debito degli Stati membri (si veda l’editoriale di Mario Pianta sul Manifesto del 27 novembre). Forse in questo senso potrebbe davvero agire il governo Monti, in quanto ovviamente molto più autorevole e riconosciuto in ambito europeo del precedente esecutivo, nel negoziare altre scelte in ambito sovranazionale.

Inoltre, si tratta di “sacrifici” che deprimono fortemente la crescita (le proiezioni per il 2012 danno l’ingresso in una nuova fase di recessione, con una caduta del Pil dello 0,5%): come ricordano persino Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera dell’altro ieri, il rapporto debito/Pil è una frazione, e per farlo scendere non basta diminuire il numeratore, ma bisogna aumentare il denominatore. Se il primo diminuisce, ma il secondo cala ancora di più, il rapporto tra i due crescerà ancora…

 

(Cecilia Navarra)

11 commenti

Archiviato in economia

11 risposte a “Guardando dentro la manovra di Monti

  1. GIOACCHINO DE CHIRICO

    utilissimo, grazie

  2. Valerio

    Tra l’altro, correggimi se sbaglio, per la prima volta diversi primi ministri europei, a partire dalla Merkel, non arrotano più i denti a sentir parlare della Tobin Tax o di forme simili, disincentivanti la speculazione e necessarie per recuperare un gruzzoletto, magari gestito a livello europeo come fondo salva stati.

    A mio avviso servirebbe molto.

    Solo che Monti che propone la Tobin Tax è fantascenza.

  3. luigi pompili

    I commenti sull’iva sono condivisibili,ma
    andrebbero precisati.
    Molta confusione sulle attività finanziarie.Delle
    pensioni si parla da
    35 anni,te lo assicuro(cioè da ben
    prima delle riforme
    introdotte nel ’93 e
    successivi.Riflette-
    re su altre cose possibili?Si,ma
    generalmente solo
    a medio termine.Con simpatia ti saluto.

  4. Un’analisi al limite della perfezione; in sostanza si fa cassa con entrate che si ha la certezza di ricevere “dimenticando” le solite caste. Riduzione parlamentari? Aumento irpef per redditi alti? Tagli ai finanziamenti della miriade di associazioni o presunte tali (compresi giornali) che manteniamo? Un contributo di solidarietà ai mega pensionati politici? E ai mega stipendiati, Napolitano in primis?
    E io, col mio misero stipendio da contratto a progetto, pago…

    • Barkokeba

      Aumento IRPEF per redditi alti? Giusto, ma pochi denunciano più di 100 mila euro in Italia: prendi i soldi ai soliti. Ridurre i parlamentari? Giusto, ma pure li fai pochi soldi. Risparmi sui associazioni e giornali? Pochi soldi. E pochi sono pure quelli che prendi tassando i mega pensionati, politici e non. In Italia 130 miliardi di reddito sfuggono al fisco da molti anni. Quindi, questi soldi da qualche parte vanno. Difficilmente in beni di consumo, visto che è difficile consumare così tanti soldi. Diventano patrimoni, che vengono nascosti in varia maniera. Patrimoni, non investimenti produttivi. I soldi che arrivano al sistema produttivo per questa via dubito che siano tanti. Tassare questi extra patrimoni è molto difficile e non immediato, ma è la cosa giusta e utile da fare. Poi, quei redditi nascosti vanno scovati, in modo da rendere inutile queste tasse sui patrimoni. Questo è quello che va fatto. Tutto quello che hai elencato prima è GIUSTO, ma non utile.

  5. Umberto M

    Molto interessante, però l’aumento dell’irpef è anch’esso recessivo e l’aliquota massima si applica oltre i 75,000 euro, non straricchi.

    Poi è meglio l’iva o l’irpef, ovvero meglio tassare i consumi o tassare i redditi? L’iva è più difficile da evadere e permette un introito immediato, che al momento è indispensabile. Inoltre l’aumento è posticipato.

    Più in generale, con una forte crisi di liquidità, crescente debito pubblico e instabilità del sistema bancario troppo esposto, è davvero una cosa giusta incentivare il consumo? Non sarebbe meglio risparmiare e produrre di più come fanno i tedeschi? Non sono un esperto, ma queste sono le obiezioni che vengono mosse contro manovre espansive fondate sul debito.

    Draghi la settimana scorsa è stato molto aperto sull’intervento della BCE, dice in sostanza voi tagliate i debiti e noi dopo vi copriamo.

  6. Valerio

    A me sembra che la tasazione in Europa, dopo la Tacher e Regan, vada sempre più restaurando l’ancienne regime fiscale, tante tasse sui consumi (inclusi quelli di lusso, giustificati come misura a favore dei ceti deboli), poche tasse sul reddito, nascita di aree privilegiate da una scarsa o nulla tassazione (ici alla Chiesa?, tasse alla speculazione finanziaria? no grazie), mantenimento di una “casta” di potere politico che si mantiene tramite porcessi cooptativi (il porcellum in questo è un esempio lampante di sistema elettocratico anti democratico) e viene beneficiato profumatamente dallo stato.

    Questo modello di tassazione, pre rivoluzionario, portava ad una società fortemente diseguale, anche nei diritti politici, al rafforzamento di poteri antagonisti allo stato, alla nascita di gruppi “intoccabil”, alla inevitabile permanenza di forti aree di micro e macro criminalità, alla perdita di centralità della politica rispetto a poteri forti, sopratutto locali, ed alla creazione di forti gruppi di interesse clientelari che dominavano la scena politica.

    Lo stato si riduceva ad un sistema che elargiva difesa e giustizia a vantaggio dei ceti dominanti, e che ricompensava alcune clientele.

    Non vorrei che, proseguendo nel’estensione della tassazione indiretta e delle esenzioni ad alcuni “privilegiati” (ed in fin dei conti anche le esenzioni fiscali per gli imprenditori, pur interessanti nell’ottica della crescita, legano quest’ultima non ad incentivi economici, ma alla concessione di un privilegio), vs tasse dirette e ridistribuzione, ci si trovi con una società aristocratizzata e fortemente diseguale anche nei diritti.

    La vera domanda è: a cosa serve lo stato oggi? A garantire diritti, redistribuzione, partecipazione, libertà, pensioni, servizi, sanità, istruzione, oppure ad altro?

  7. Giancarlo Mazzetti

    Purtroppo, devo dire che vedo il Governo Monti in balìa del sottobosco parlamentare; vi suggerisco questo breve articolo in merito:
    http://potatopiebadbusiness.com/2011/12/09/repubblica-tecnico-parlamentare-italiana/
    Ciao! grazie.

  8. Cecilia Navarra

    Innanzitutto, grazie davvero degli interventi e dei commenti! Provo a rispondere su alcune questioni: sono d’accordo su chi mi invita a non incensare l’ipotesi di aumento dell’aliquota IRPEF per chi guadagna più di 75.000 euro: non sono gli straricchi (forse aggiungere un’ulteriore fascia?). Non sarebbe un provvedimento risolutivo, sono d’accordo; rimango però dell’idea che sarebbe stato comunque meglio tentare un aumento della funzione redistributiva delle imposte, rispetto a quanto è stato fatto (ad esempio con le accise sui carburanti).
    D’accordissimo sulla centralità delle tasse sui patrimoni, che sono strumento di investimento non produttivo dei redditi elevati e in buona parte non dichiarati, e su quella della lotta all’evasione fiscale. Non mi ci sono soffermata nel post, ma sono più che d’accordo. Sulla lotta all’evasione credo valga la critica che muovevo alla cosiddetta “mini-patrimoniale”: la direzione è giusta, ma l’entità delle proposte montiane è decisamente insufficiente.
    Sui consumi: certamente non sono l’unica chiave del rilancio dell’economia, anche se credo che le critiche all’eccesso di fiducia nei consumi si applichino più agli USA che all’Italia. Il nodo profondo italiano è quello degli investimenti. Il punto non è tanto come incentivare il risparmio, quanto come trasformare il risparmio in investimento (e in investimento produttivo). Questo passaggio è tutt’altro che scontato e gli automatismi sono deboli: non basta avere bassi tassi di interesse (come dimostrano gli USA nella bolla immobiliare) e non basta che i profitti delle imprese siano alti (in Italia negli anni ’90, la quota profitti del PIL aumenta vertiginosamente a danno della parte che va in salari, senza che questo si sia tradotto in investimenti). Di qui la mia enfasi sui consumi: investimenti e produzione difficilmente ripartono con basse prospettive di vendita (il mercato internazionale non può dare adeguate prospettive di domanda, almeno fino a quando le imprese italiane non faranno uno scatto di competitività investendo finalmente in innovazione e smettendo di mascherarsi dietro al costo del lavoro). Certo, non basta: secondo me devono essere definite PIU’ regole per le imprese (non meno, altro mantra degli ultimi decenni), regole che le spingano a reinvestire i profitti, a innovare, a fare ricerca (da questo punto di vista, il provvedimento più positivo della manovra riguarda proprio gli incentivi per chi reinveste i profitti in azienda, anche se è troppo timido, come già sostenevo).
    Un’ultima parola sul versante europeo. Leggo solo adesso dell’accordo intergovernativo dell’altro giorno e non vedo alcun segnale positivo. Dire che aumentano i vincoli alle politiche di rilancio della crescita è eufemistico: l’obbligo di introdurre il pareggio di bilancio (il disavanzo delle pubbliche amministrazioni deve essere minore dello 0,5% del PIL) nelle Costituzioni, a mio parere, è un suicidio dal punto di vista della possibilità degli Stati di fare delle politiche per la crescita economica (che ne sarebbe stato del processo di riunificazione delle due Germanie senza il ricorso a un forte indebitamento pubblico, rivelatosi poi assolutamente “produttivo”?), non compensato da politiche per lo sviluppo a livello europeo. Non solo: a questo non corrisponde (almeno per ora, ma non c’è ragione di essere fiduciosi) nessuna certezza sulla possibilità che l’UE prenda in mano la responsabilità dei debiti degli Stati membri, con la definizione di meccanismi automatici di garanzia del debito. Non si esce dal meccanismo del fondo salva-stati, che continua a essere troppo esiguo a ha il limite di avere un ruolo solo di “tampone” ex post, non di garanzia del debito ex ante, che sarebbe invece l’unico strumento in grado di scoraggiare la speculazione, ad esempio tramite una riforma dello statuto della BCE che le permetta di agire da prestatore di ultima istanza. Certo, bisognerebbe vigilare che una tale garanzia non spinga gli Stati a trascurare il problema del debito “perché tanto ci pensa l’UE”, ma questo non si fa con paletti più stringenti sul debito, ma con maggiori controlli e maggiore collaborazione tra Stati e Unione: Fitoussi su Repubblica di sabato indica come Italia e Spagna fino al 2007 avessero i conti in regola, ma questo non abbia evitato la crisi, e come la Grecia avesse invece truccato i conti, cosa di cui –aggiungo io- la responsabilità è anche dell’UE.
    Scusate la lunghezza! Grazie ancora.

  9. Pingback: La Tobin Tax e l’Europa possibile | Italia2013

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