Chi, se non le donne?

Domani saremo nuovamente in piazza, a Roma e in altre città italiane.
Solo dieci mesi fa, nel momento più terribile della stagione berlusconiana, il 13 febbraio segnò un punto di svolta nel rapporto tra quel governo e il paese. Se non ora quando?, movimento promosso da donne eterogenee per cultura e generazione, seppe interpretare l’enorme domanda di cambiamento che attraversava l’Italia. Lo si è visto poi nei risultati delle amministrative di primavera e nei referendum di giugno.
Eravamo nel pieno di una crisi civile e politica, travolte dall’arroganza del discorso pubblico dominante, indifferente alle mille forme di sofferenza indotte da una crisi economica e sociale epocale, un discorso scurrile, misogino e falso. Eravamo spettatrici di un uso del potere spregiudicato in cui il corpo femminile era merce di scambio e le funzioni pubbliche oggetto di mercimonio. Come dimenticare ciò che i verbali dell’assemblea parlamentare ci ricorderanno per sempre, che la maggioranza dei deputati ha ritenuto credibile che Ruby fosse la nipote di Mubarak?
Si può sorridere, e continuare a pensare che ci sono state e ci sono cose più importanti, ma la credibilità e l’autorevolezza della politica e delle istituzioni si sono perse anche in passaggi della nostra vita politica come questi. E si sono perse per tutti, non solo per i responsabili di questo sfascio.


Il 13 febbraio si è vista un’altra Italia, e si è vista la voglia di tornare a fare delle cose insieme. Quel giorno ha preso vita un percorso, sono nati in molte città comitati Se non ora quando? (snoq), a luglio si è tenuta a Siena un’assemblea nazionale. In questi mesi, si è sperimentata la possibilità di dar vita a una stabile, aperta, circolare tessitura di relazioni con altri soggetti e associazioni. La novità che si è vista all’opera è stata la voglia e il desiderio di unirsi, di mettersi in relazione nella consapevolezza delle differenze per occupare la scena pubblica, per contribuire a rifondarla.
Con le dimissioni di Berlusconi si è aperta una fase nuova in Italia, incerta e ricca di insidie. Domenica 11 se non ora quando? sarà nuovamente in piazza. Non ha smobilitato e non intende smobilitare. Una manifestazione pensata prima delle dimissioni, che sarà la prima del post Berlusconi. Ci sono molte ragioni per continuare ad affermare un’autonoma presenza femminile, inclusiva e aperta al coinvolgimento degli uomini. Penso che questa capacità di essere insieme anche se diverse sia una risorsa ancora oggi. Molti lo hanno detto, con il governo Monti sicuramente sono cambiati stile e linguaggio. E non è poca cosa. Personalmente ho festeggiato la sera delle dimissioni di Berlusconi, e non ne sono pentita. Nelle scorse settimane abbiamo vissuto, contemporaneamente, la gestione di una drammatica situazione eccezionale e un passaggio di regime. Ma sulle politiche ancora troppi appaiono i segni di continuità, con l’ideologia e la cultura che ha portato l’Italia e l’Europa sull’orlo del baratro.
Di fronte al declino italiano, al fallimento delle classi dirigenti, la manifestazione di domenica vuole ricordare, qui e ora, che la crisi non si affronta senza le donne o contro di loro. Esserci dunque con le nostre parole, farlo mentre l’Italia discute la manovra, i partiti si dividono o si accordano, i sindacati convocano per l’indomani il primo sciopero generale unitario dopo molti anni contro l’iniquità della manovra economica governativa.
Noi non siamo da un’altra parte. Domenica è un’occasione per nominare le nostre priorità. Intanto che non c’è vero cambiamento senza donne, senza competenza femminile. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Le donne italiane lavorano 60 ore settimanali, più di tutte in Europa. Solo il 46% sono occupate, mentre la media europea è del 60%. Tre milioni e mezzo di donne non lavorano per assenza di servizi. 800.000 sono licenziate o si dimettono per la maternità. Le giovani sono precarie più dei loro coetanei maschi.
Questa manovra ci propone maggiori contributi e l’aumento delle età pensionabile senza nulla in cambio, senza affrontare nessuno dei nodi del welfare italiano e del mercato del lavoro, senza aggredire la precarietà lavorative ed esistenziale delle più giovani.
Se non le donne chi? Recita l’appello che convoca la manifestazione. Se non le donne, chi può segnare la discontinuità con il berlusconismo? E’ tempo di guardare a quello che siamo diventati noi, questo paese e il suo vivere (in)civile. Abbiamo bisogno di una nuova cultura della libertà, della cura e del vivere insieme, di abbandonare l’individualismo e lasciarci alle spalle questo trentennio e le sue macerie. L’11 dicembre e una forte presenza autonoma delle donne, possono essere un passo in questa direzione.
Cecilia D’Elia

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