La cultura strategica

Il 6 dicembre al Teatro Centrale Preneste abbiamo presentato l’asse cultura del Piano Strategico provinciale. E’ stata l’occasione per fare un primo bilancio della nostra azione e per riflettere più ad ampio raggio sul ruolo che la cultura e le industrie creative possono avere nella costruzione di un’area metropolitana migliore che esca dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo economico.

Abbiamo scelto il Teatro Centrale Preneste perché ci sembrava significativo valorizzare un’esperienza di teatro della cosiddetta periferia consolidata, frutto di una collaborazione tra il VI Municipio e l’associazione A ruota libera.

Abbiamo presentato un documento aperto: l’asse cultura è una traccia di discussione, non un progetto finito calato dall’alto. Del resto è già il frutto del nostro impegno di questi tre anni, del lavoro con i comuni e le associazioni.

Perché abbiamo scritto il piano strategico e abbiamo scelto la cultura come uno dei suoi assi principali?

Permettetemi una nota personale. Una delle cose divertenti di avere figli è che aiutandoli a fare i compiti capita di ristudiare, rileggere o imparare. Il libro di storia dell’arte di mio figlio primo capitolo, arte preistorica, introduce le statuette votive e i graffiti rupestri dicendo “per l’uomo primitivo l’arte è quindi, almeno inizialmente, una pura necessità” Così nasce l’arte, per necessità. E’ bene comune.

Molti sottolineano, a ragione, il valore economico della cultura. Voglio prima ricordare che la cultura ci è necessaria.

Fare il punto

Le politiche pubbliche in questi ultimi decenni sono state importanti, soprattutto in quest’area metropolitana per lo sviluppo della cultura. Ci sono stati errori e mancanze, ma non si può negare che si sia intrapresa questa direzione, soprattutto a livello degli enti locali. C’è stato un investimento finanziario, sono stati creati o innovati spazi, si è lavorato, anche se troppo poco, sulla domanda di cultura. Lo dico non per incensare le amministrazioni del passato, stagione che ormai è davvero finita. Siamo in un’altra epoca storica. Vorrei però che si comprendesse quale ruolo può giocare il pubblico (Stato ma soprattutto enti locali) nello sviluppo della cultura.

E’ il momento di ricordare velocemente ciò che abbiamo fatto, ed è anche in base a questo che vogliamo discutere del futuro. Non entrerò nello specifico delle singole misure che molti di voi conoscono, vorrei chiarire quali obiettivi abbiamo cercato di perseguire:
– disseminare e diffondere sul territorio dell’area metropolitana la produzione e la fruizione di cultura (ABC, Palazzo Incontro, Villa Altieri, ecc.)

– sostenere la produzione in tutte le sue forme

– sostenere la sperimentazione

– creare dei distretti culturali, Castelli, valle dell’Aniene, legando lo sviluppo dei singoli territori allo sviluppo dell’offerta e della produzione di cultura

– raccogliere la sfida della società plurale: uomini e donne, cittadini di tutto il mondo e nuovi italiani. Abbiamo puntato sulla multiculturalità non solo come occasione di integrazione ma anche come opportunità di coesione sociale

Lo scenario

La critica al modello di sviluppo anche alla luce dell’attuale crisi è il punto di partenza del nostro piano. Perché noi vediamo nella cultura uno degli elementi fondamentali delle politiche anticicliche. La cultura come politica industriale è una delle chiavi principali per uscire dalla crisi meglio di come ci siamo entrati.

Per questo abbiamo scritto il Piano strategico. Volevamo creare un approccio integrato tra progettazione urbana, politiche di sviluppo – per un diverso sviluppo economico- e politiche culturali.
Ma anche perché volevamo avere un approccio integrato che riguardasse tutta l’area metropolitana. Ed è lì che serve un ragionamento complessivo che riguardi gli spazi e l’accessibilità: perché se è vero che sempre più abitanti vanno a vivere attorno Roma bisogna dare loro servizi culturali, biblioteche e musei, luoghi di produzione e fruizione della cultura e bisogna renderli accessibili con i sistemi di trasporto pubblico.

Come e con chi

Noi dobbiamo attraversare questa terribile crisi cambiando lo stato delle cose, provando a governare il mutamento che comunque ci sarà, orientandolo. Abbiamo fatto insieme, enti locali, istituzioni culturali, associazioni e spazi, la battaglia contro i tagli, che ha visto nascere anche percorsi di organizzazione e nuove soggettività, penso, tra gli altri, a cultura bene comune, penso alla capacità che tanti soggetti hanno avuto di fare rete (lo si ricordava il 5 dicembre alla conferenza dell’Agis Lazio), o all’indagine del Cresco sui lavoratori scena contemporanea.

Ora dobbiamo insieme fare la battaglia per la progettazione, costruire nuove modalità, tempi luoghi relazioni e reciproca autonomia per rendere possibile la progettazione. Ci vuole altrettanta pazienza, tenacia e creatività.

Ora si tratta, nonostante la crisi e anzi approfittando della crisi, di cambiare strumenti e pratiche, ma non di abbandonare il campo. Purtroppo gli investimenti e i fondi statali sono diminuiti drammaticamente: solo negli ultimi 10 anni, secondo la ricerca Symbola-Unioncamere, c’è stata una riduzione dei finanziamenti del 32,5%, eppure la domanda delle famiglie in questo settore è cresciuta di più del 24% nello stesso periodo. E’ un “consumo” che non risente della crisi ma il sistema pubblico decide di non investire qui.

Eppure proprio gli studi di Francesca Traclò della Fondazione Rosselli ci fanno capire che se c’è una politica anti-ciclica questa è la  politica di investimenti nella cultura.

Un campo nel quale il pubblico non deve tirarsi indietro perché il privato arriva laddove il settore pubblico funziona e crea un contesto favorevole allo sviluppo della cultura e della creatività. Gli studi dimostrano che l’investimento privato si indirizza dove lo Stato e gli enti locali creano incentivi, costruiscono progetti all’interno dei quali si possa investire, stabiliscono un sistema di valutazione delle politiche e della spesa, sostengono la domanda di cultura.

Su questo mi permetto di fornirvi alcuni dati sui quali tornerò dopo per parlare del rapporto tra cultura e politica:

Secondo i dati Ocse, Oltre il 50% degli italiani non legge, nel proprio tempo libero, nemmeno un libro l’anno.

Il 50,9% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 ed i 18 anni è al di fuori del “letteralismo”: legge, ma non capisce bene quello che legge.

Secondo i dati Istat 2010 presentati al salone del libro di Torino, più del 10% delle famiglie non possiede neanche un libro in casa.

Lo ricordo mentre in questi giorni stiamo facendo i conti con un taglio di finanziamento della legge regionale per i musei gli archivi e le biblioteche civiche pari quasi al 70% (legge 42).

Questi sono dati che devono spaventare l’industria culturale ovviamente, ma che non hanno a che fare solo con la nostra economia. Hanno a che fare con la qualità della democrazia (sempre più si diffonde la delega ad esperti, mentre una cittadinanza consapevole richiede un’alta competenza) e con il rapporto tra livello di civiltà, convivenza sociale e cultura, e mi permettono di parlare di un secondo grande tema: quello del rapporto tra mondo della cultura e politica, che deve anch’esso cambiare.

Quale rapporto tra cultura e politica

Ci sono due aspetti del rapporto tra cultura e politica. Primo, c’è una disponibilità del mondo della cultura a lavorare sul pubblico e sul territorio, quella che qualcuno ha chiamato “ripoliticizzazione”. E’ una componente di quel mondo che si assume una responsabilità rispetto allo spazio pubblico, che partecipa a programmi come “piccoli maestri” per l’educazione alla lettura. Ma vale anche per il modo in cui è nata l’esperienza della scuola provinciale di cinema, o per come il teatro si interroga sul pubblico (nel senso di spettatori).

Il 6 dicembre abbiamo cercato di dare voce ad una parte di questo mondo, ma vorrei citare anche esperienze come “cultura bene comune” e penso che molte altre ne abbiamo incontrate e ne incontreremo in questo percorso. Penso che la politica e gli enti locali debbano vedere questo impegno non come un problema ma come una risorsa.

Secondo, c’è la questione dell’autonomia della cultura dalla politica, intesa qui come potere politico. Bisogna far sì, come già in parte abbiamo cercato di fare,
che i fondi vengano attribuiti in modo trasparente e garantendo continuità,
che il potere politico stia fuori dalle nomine artistiche e che le funzioni dirigenti siano assunte sulla base di progetti e competenze e che sia assicurata continuità.

Serve un sistema di valutazione indipendente sia degli operatori, che dei dirigenti, che delle politiche. Questo è un elemento importante anche nell’attrazione di investimenti privati, forse anche più dell’offerta di incentivi economici.

La trasparenza della spesa e del processo decisionale sono un elemento imprescindibile di saggezza quando mancano le risorse ma sono anche uno strumento essenziale della democrazia. La valutazione non è uno strumento tecnico, è una priorità politica. E non si fa solo sulla base di parametri economici ma anche in base ad obiettivi generali come l’aumento del numero di lettori o di fruitori di cultura o le politiche di inclusione sociale ed integrazione.

Voglio concludere facendo un invito prima di tutto a me stessa e poi a voi. Non facciamo l’errore di pensare alla cultura e alla creatività come ad un discorso settoriale nel quale ognuno racconta di sé e chiede per sé. Quello che abbiamo scritto nel piano, quello che ho cercato di scrivere qui e quello che dicono gli operatori dimostra che si tratta di un discorso generale, in cui noi chiediamo e progettiamo qualcosa che riguarda tutte e tutti perché innalza il nostro livello di civiltà, migliora le vite delle persone e fa crescere un’economia diversa, fuori dalla crisi.

(Cecilia D’Elia)

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