L’Europa politica e la provincia italiana

il parlamento di Bruxelles foto tratta da http://www.andreadambra.eu

Non è certo una novità, nella sinistra italiana, invocare la nascita di un’Europa davvero politica. Contro il potere irresponsabile (in senso tecnico) della Banca Centrale, contro l’egemonia dell’asse franco-tedesco, contro la tecnocrazia della Commissione, da tempo i progressisti di vario rito insistono sulla necessità di creare un’Europa dei cittadini, nella quale le decisioni emanino da istituzioni che godono di una piena, diretta, legittimità democratica. La fine del ruolo ancillare del Parlamento di Strasburgo è, solitamente, una delle principali rivendicazioni di chi non è disposto ad accettare che tutto proceda come è stato sin qua. A furia di ripetere queste sacrosante cose, però, c’è il rischio che la parola d’ordine dell’Europa politica (e sociale) si converta in un luogo comune, in una sorta di abito linguistico che «fa fine e non impegna»: il momento di passare ad atti concreti, che si pongano l’obiettivo di tradurla in realtà, non arriva mai.

Non mi riferisco alle molteplici esperienze di associazioni, reti, gruppi di attivisti, intellettuali, e anche di amministratori locali che da tempo hanno assunto l’Europa come lo spazio privilegiato del proprio agire e della propria riflessione: il dibattito sviluppatosi sul Manifesto (e visibile qui) e il recente incontro di Firenze promosso tra gli altri da Sbilanciamoci su “L’Europa, l’Italia, la crisi e la democrazia” ne sono preziosa testimonianza. A limitarsi ad un “europeismo verbale” privo di qualsiasi spessore sono molto spesso i partiti, incapaci di prendere sul serio le proprie stesse parole. Come spiegarsi altrimenti il fatto che nessuna forza del centrosinistra e della sinistra italiana, tranne Rifondazione nella Sinistra Europea, abbia ancora trovato una collocazione ragionevolmente definita nel quadro politico continentale?

Il tema è annoso e, a tutta prima, rischia di essere vissuto come un trastullo da commentatori. O un diversivo da politici consumati, come è stato, certamente, nel caso della fugace popolarità del socialismo europeo durante la segreteria D’Alema del Pds-Ds. Ricordiamo tutti l’eliminazione della falce e martello ai piedi della Quercia, a beneficio di una botanicamente più coerente rosa: cos’è rimasto di quella svolta, a suo tempo sbandierata come costituente? Ben poco. Con la nascita del PD, ciò che prima era ritenuto segno d’identità è stato derubricato a dettaglio, per non mettere in imbarazzo i nuovi compagni di strada di ascendenza democristiana, già irritati dal doversi sedere fra i socialisti a Strasburgo. Il risultato è che, oggi, nel Partito socialista europeo (PSE) l’unica formazione italiana membro a tutti gli effetti è l’irrimediabilmente minoritario Psi di Nencini. E se il PD non ha una casa in Europa, amen.

Un discorso analogo vale per SEL e per l’Italia dei Valori. Il partito di Vendola non ha mai affrontato un dibattito che lo conducesse a prendere una decisione: troppe sensibilità diverse che rischierebbero di urtarsi in caso di scelte sgradite. Meglio rimuovere la questione, dunque, invece di confrontare, e poi pesare, le ragioni dei sostenitori dell’adesione al PSE, ai Verdi o alla Sinistra Europea. Il movimento dipietrista, da par suo, è a tutti gli effetti affiliato al Partito Liberaldemocratico, che, come non potrebbe essere altrimenti, difende posizioni liberiste. Nel suo recente congresso, tenutosi proprio in Italia, ha approvato una risoluzione in cui respinge la tassa «socialista» (sic!) sulle transazioni finanziarie, perché renderebbe «meno attrattivo» il Vecchio Continente per le global companies. Come possano conciliarsi tesi simili con la giusta opposizione filo-sindacale, praticata dall’IdV dentro i nostri confini, rimane un mistero.

Ma in fondo perché preoccuparsi di una simile questione? Hanno un qualche peso reale i partiti continentali? Effettivamente non molto: e proprio questo è il problema. Se si vuole, giustamente, un’Europa politica, bisogna avere prima una politica europea. Non si darà l’una senza l’altra. Non si riuscirà ad imporre una democratizzazione del complesso marchingegno istituzionale dell’Unione senza forti attori politici, a tutti gli effetti europei, in libera competizione per determinare l’indirizzo di governo. Insomma: non si può predicare il federalismo e poi agire come se l’Europa non esistesse. Come hanno da ultimo saputo fare, non senza difficoltà e contraddizioni, movimenti come quello degli indignados, i partiti devono assumere davvero l’impegno a praticare una politica ad una nuova dimensione, se non vogliono condannare se stessi, e la politica, all’irrilevanza. Certo, esistono per fortuna anche altre forme dell’agire collettivo: ma ciò non toglie che la democrazia rappresentativa non possa vivere senza partiti. Chi non vuol morire di tecnocrazia deve, insomma, essere conseguente: non sarà certo risolutivo, ma un forte protagonismo di una politica organizzata è uno dei contrappesi fondamentali al disegno post-democratico dell’Europa à la Merkozy.

Per questo una delle tante anomalie italiane non può più durare a lungo. L’auto-emarginazione dalla politica continentale, le scelte di comodo o le collocazioni casuali, dovute a comprensibili ma inaccettabili ragioni tattiche interne, devono cessare il prima possibile. Soprattutto perché cominciano ad esserci segnali incoraggianti, come quello che è emerso dall’ultimo consiglio del PSE del 24-25 novembre, dove i socialisti europei hanno deciso che in occasione delle prossime elezioni presenteranno un candidato (o candidata) comune alla presidenza della Commissione. Pur con tutte le riserve che si possono nutrire verso la personalizzazione della politica (e verso i socialisti europei), è indiscutibile che avrà l’effetto di rendere decisamente “più europee” e più vere le elezioni per la Camera di Strasburgo, che potrebbe così vedere rafforzarsi il proprio peso negli equilibri di potere dell’Unione. Se le altre sinistre seguiranno l’esempio, potrà essere un primo passo per trovare, all’insegna dell’ideale europeo, una via d’uscita alla crisi di questa triste Europa reale.

(Jacopo Rosatelli, articolo uscito sul Manifesto)

4 commenti

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4 risposte a “L’Europa politica e la provincia italiana

  1. Maurizio Giancola

    Come Jacopo sa benissimo sono un militante del piccolo PSI di Riccardo Nencini (dirà il futuro se condannato ad essere irrimediabilmente minoritario). Faccio anche parte del Gruppo di Volpedo (rete dei Circoli socialisti e libertari del Nord-Ovest d’Italia). Quello che contraddistingue tutti noi, socialisti nel PSI e fuori dal PSI (alcuni in SEL, altri nel PD, molti non iscritti ad alcun partito) è il comune riferimento al PSE, che da mera
    confederazione di partiti nazionali vorremmo diventasse un autentico
    partito transnazionale. Non siamo ancora a questo, ma va ricordato che
    nell’autunno del 2008 il Manifesto di Madrid fu sottoscritto da quelli che
    all’epoca erano i 25 partiti socialisti dell’UE. Veniamo all’Italia. Tranne noi
    nel PSE e Rifondazione nalla Sinistra Europea la mediocre sinistra italiana
    non ha collegamenti europei. Il problema riguarda sia SEL sia il PD. L’IdV
    infatti è un partito che solo per le assurdità del caso italiano e per
    l’opportunismo/avventurismo politico del trebbiatore di Montenero di
    Bisaccia si trova schierato a sinistra. Alcuni suoi elettori si crederanno in buona fede di sinistra, ma un partito populista/giustizialista con la storia della sinistra non ha nulla da spartire. Sappiamo invece che in SEL convivono anime diverse e che non manca chi guarda al socialismo europeo. Credo sia giunto il momento delle scelte. O SEL si accontenta di rimanere soltanto una proiezione del carisma di Vendola, assumendo però definitivamente la natura di ennesimo partito personale senza storia e senza futuro, o definisce la propria identità. Per fare questo il confronto con la realtà culturale e politica europea è inevitabile. Ma questo implica il coraggio di abbandonare certi cascami massimalisti come il fiancheggiamento del reazionario e ormai irrimediabilmente violento movimento No TAV. Concludo con il PD. La componente ex-democristiana è irrecuperabilmente anti-socialista. Questo non sorprende chi non è più giovane come me. Mentre la sinistra sociale DC di Donat-Cattin e la CISL del cattolico socialista Carniti dialogavano con il PSI (in Francia il cattolico di sinistra Delors faceva parte a pieno titolo del PSF), la sinistra cosiddetta politica della DC , quella di De Mita per capirci, praticava lo scavalcamento del PSI per avere un rapporto diretto con il PCI. Rosi Bindi arriva da lì ed è antisocialista nè più nè meno di Fioroni. Lei del PSE non vuole nemmeno sentir parlare. Restano gli ex PCI-PdS-DS. Quando il PCI fu travolto dal crollo del comunismo avvenne una divisione: fra i nostalgici, che si condannarono all’irrilevanza e all’archeologia politica, e coloro invece che, diversamente dai miglioristi, piuttosto che ammettere che gli odiati socialdemocratici avevano avuto ragione, scelsero il nuovismo, l’oltrismo e un democraticismo senza aggettivi. Il loro leader fu ed è Veltroni. D’Alema per qualche anno ha giocato a fare il finto socialista, ma era evidente che non ci credeva. Recentemente ha dichiarata finita la socialdemocrazia. Talmente finita che in Germania la SPD conquista un Land dopo l’altro e i sondaggi in Francia danno Hollande vincente. Poi tutto può essere. Ma una cosa è certa. La sinistra europea è socialista, socialdemocratice e laburista (senza più Blair e il blairismo che però mai rinnegarono origini e appartenenza europea).
    In Italia invece la Federazione della Sinistra è irrilevante, SEL resta in mezzo al guado e senza il valore aggiunto Vendola farebbe la stessa fine e il PD è stato costretto a invocare Monti per manifesta inettitudine politica.

    • jacopo r

      Caro Maurizio, grazie per il commento. Ci tengo a chiarire che nell’irrimediamile minoritarismo del PSI di cui parlo non c’è alcun giudizio di valore: ogni minoranza merita il massimo rispetto! Era solo una constatazione sul piano descrittivo – e che vale in buona misura anche per Rifondazione. Sulle tue considerazioni concordo in parte. Mi limito ad alcune delle cose che non condivido, tralasciando il discorso sull’IdV: non definirei un cascame massimalista il sostegno di sel al movimento no-tav. Semplicemente, si tratta della critica ad un’opera inutile, e dannosa per l’ambiente e le casse dello stato. E, più in generale, non direi che la sinistra europea è solo socialista: è anche verde o rosso-verde (ecosocialista). Secondo me, il futuro è proprio lì. Certo, i socialisti sono la componente fondamentale e serve che dall’Italia si guardi con grande attenzione proprio a ciò a cui tu ti riferisci (Germania e Francia), oltre agli sviluppi del socialismo spagnolo dopo la sconfitta. Un abbraccio e continua a seguirci!

  2. Maurizio Giancola

    Caro Jacopo, anch’io ti ringrazio per la pronta risposta. Tre precisazioni.
    1) Sul PSI sono ben conscio delle nostre modestissime forze. Anche se un sondaggio della Teknè ci attribuisce il 2% (spero non sia troppo ottimistico) questa è la realtà. Appellandomi al futuro esprimevo solo una speranza e non intendevo minimamente essere polemico con te.
    2) Sui Verdi hai perfettamente ragione. Nella fretta li ho trascurati mentre a livello europeo costituiscono una bella realtà. Il PSE resta ovviamente l’architrave della sinistra europea, ma anche a me piace l’idea di un’Europa rosso-verde (sviluppo sostenibile+giustizia sociale+tutela dell’ambiente). Lasciami però dire che i verdi francesi e tedeschi (tu lo sai meglio di me) non sono mai stati un partitino radicale capace di dire solo”no”. Forse per questo non sono partitini, ma movimenti ampi e importanti.
    3) Dove invece siamo in dissenso è sulla TAV, che per me non è nè inutile nè dannosa per l’ambiente e la finanza pubblica. Qui torniamo al discorso degli ecologisti europei, che difendono l’ambiente, ma sanno anche trattare e mediare. L’inizio del discorso TAV fu gestito malissimo dal Governo Berlusconi di allora (2001-2006) , ma Virano e l’Osservatorio hanno fatto un ottimo lavoro apportando sostanziali modifiche al progetto originario. Il corridoio 5 è importante per l’Italia e fondamentale per il Piemonte. I rischi sono praticamente inesistenti. I lavori sarebbero molto importanti per l’economia della bassa valle. In una politica keynesiana le opere pubbliche ci stanno eccome e la TAV non è certo una follia come il ponte sullo stretto di Messina. Inoltre con il 150° ho letto qualcosa anche sul traforo del Frejus fortemente voluto da Cavour. E’ stupefacente, ma le obiezioni e le critiche iniziali al progetto erano molto simili, mutatis mutandis, a quelle dei No TAV. Nessuno però lanciò pietre e biglie di ferro contro gli operai e le forze dell’ordine. Ovviamente non tutti i No TAV sono violenti, ma ormai chi ha assunto la guida della situazione sono personaggi indegni. Da ciò la presa di distanza di Ferrentino e Luca Robotti.
    Un caro saluto.

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