Dopo la bocciatura dei referendum elettorali

Roberto Calderoli, autore della legge elettorale attualmente in vigore. Foto tratta da voceditalia.it

I fatti politici invecchiano in un lampo e tener loro dietro, tentando di rifletterci su, sembra ormai un esercizio impossibile. Secondo alcuni, probabilmente anche inutile. Ma di “istantaneismo” (passate l’improbabile neologismo di mio conio) la politica muore, sostituita da un surrogato fatto di chiacchiera e piccolo cabotaggio opportunistico. Per questo serve, a mio parere, tornare sulla decisione della Corte costituzionale dello scorso giovedi 12 gennaio sul referendum elettorale e provare a trarne qualche lezione, soffermandosi brevemente anche sulle reazioni che ha suscitato. Partiamo proprio da queste ultime.

Siamo davvero disposti ad ammettere senza colpo ferire che un leader politico del virtuale schieramento progressista, ossia Antonio Di Pietro, possa dire, commentando la sentenza, che «manca solo l’olio di ricino» per avere un regime dittatoriale bell’e buono? Pur non avendo in simpatia il Governo di Mario Monti e nutrendo seri dubbi sul protagonismo del Presidente Napolitano dell’ultimo periodo, tacciare di antidemocratica una sentenza della Consulta, solo perché sgradita, mi sembra una performance degna del miglior Berlusconi. Se alle cose dette dal leader dell’IdV si affiancano quelle scritte da Il Fatto quotidiano («sentenza-porcata») si può ricavare la sensazione che anche a “sinistra” abbia preso piede una certa disinvoltura post-costituzionale nel considerare gli organi di garanzia. Intendiamoci: contestare ciò che fa un giudice (anche quello costituzionale) si può e si deve, così come non si devono tacere i legittimi dubbi su quei (due) componenti della Corte dei quali si scoprì un’amicizia particolarmente stretta con Berlusconi. Nessuna istituzione è al riparo dell’esercizio della critica e l’opacità del potere (come ricordava Bobbio) è una malattia della democrazia: massima trasparenza sull’attività e la composizione della Corte, ci mancherebbe altro. E tuttavia, non si possono confondere una legittima opinione divergente con delle grossolane sparate ad effetto. Non è questione di bon ton, come afferma Travaglio, ma di cultura politica democratica. Ricordiamoci, a sinistra, cosa disse il grande Giorgio Gaber: «non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me».

Venendo al merito del giudizio della Corte, il cuore della controversia stava nel tema della cosiddetta «reviviscenza» della norma precedente, ossia la legge maggioritaria, che il cosiddetto Porcellum sostituì a ridosso delle elezioni del 2006. La dottrina è divisa al riguardo e le ragioni degli uni e degli altri sono senz’altro difendibili: nella Consulta hanno prevalso quelle di chi ritiene inammissibile la «reviviscenza» di una legge anteriore come effetto dell’abolizione di quella successiva, come peraltro la giurisprudenza della Corte stessa affermava. Chi non si spaventa di fronte al linguaggio giuridico, legga questo esaustivo articolo di Massimo Villone pubblicato su costituzionalismo.it. Dove sta dunque lo scandalo? Da nessuna parte, appunto. E non appare giustificato nemmeno il richiamo che i referendari hanno fatto al pericolo di «frustrazione democratica», invocando la delusione del milione e passa di cittadini che firmarono nei mesi scorsi i due quesiti: da quando in qua la «forza del numero» è un argomento in materia costituzionale? Fossero anche stati cinque o dieci milioni i firmatari, ciò non avrebbe alterato di una virgola la sostanza della questione puramente giuridico-costituzionale che dovevano dirimere i quindici alti giudici. Il senso ultimo del giudizio di conformità costituzionale sta proprio nella difesa dei diritti (spesso delle minoranze) contro la forza del numero! Altrimenti, come potremmo dare torto al Berlusconi di turno che invoca i milioni di elettori che, dandogli la maggioranza, lo autorizzano ad approvare qualunque legge?

A mio modesto parere, la bocciatura dei referndum imporrebbe un’autocritica ai promotori, che sono stati evidentemente incapaci di confezionare dei testi che convincessero i quindici «giudici della legge»: eppure la giurisprudenza consolidata sul tema della «reviviscenza» avrebbero dovuto conoscerla. Non è stata la Corte a mancare di rispetto ai cittadini; casomai, sono stati gli estensori dei quesiti ad essere un po’ grossolani, proponendo a migliaia di italiani di sostenere un’impresa politica segnata in partenza. Esito diverso, forse, avrebbe avuto il cosiddetto «referendum Passigli», dal nome del giurista che, insieme ad altri, lo redasse e tentò di promuoverlo. La raccolta firme cominciata in estate fu abortita malamente, in favore dei referendum poi bocciati. Come si ricorderà, il “grave difetto” del quesito Passigli era di correggere le storture del Porcellum senza voler però tornare al sistema maggioritario: una “sobrietà”  nelle intenzioni che probabilmente avrebbe retto al vaglio dei giudici costituzionali. Non perché costoro siano inveterati proporzionalisti, ma semplicemente perché tale referendum non avrebbe esposto il nostro sistema al rischio di rimanere senza legge elettorale in vigore.

A questo punto, a sinistra, occorre riaprire – e provare poi a concludere – una discussione seria, dove le ragioni dei proporzionalisti e dei filo-maggioritario possano trovare un punto di sintesi. Personalmente condivido ciò che ha scritto Gaetano Azzariti sul Manifesto: se il Porcellum è l’ultima legge del berlusconismo morente, il Mattarellum era la prima del berlusconismo nascente. L’epoca del maggioritario non era un’età dell’oro. Ma capisco anche quanti associano il proporzionale con il timore del ritorno alle pratiche della Prima Repubblica. Certamente, oggi sono in corso trame, che vale davvero la pena di chiamare «di Palazzo», volte a ristrutturare «al centro» il nostro sistema politico e il proporzionale può essere funzionale a questo disegno – con relativa marginalizzazione della sinistra. Ma, domando: siamo proprio sicuri che un proporzionale sano (alla tedesca) non possa essere altrettanto funzionale al ritorno in campo di una sinistra forte e unita negli obiettivi? L’alternativa progressista nel nostro Paese è possibile solo con il sistema maggioritario? Il «vincolo di coalizione» siamo proprio certi che rappresenti un elemento virtuoso della politica? Sbaglio, o quando il centrosinistra ha governato, siamo stati noi «sinistra-sinistra» a subirlo sempre, quel «vincolo», che spesso diventava un vero e proprio ricatto permanente? D’altro canto: come evitare i rischi di «deresponsabilizzazione» e opacità dei partiti verso l’elettorato («tu votami, poi mi alleo con chi voglio»), che il proporzionale può comportare, in assenza del «vincolo» di cui sopra? E come evitare che un eventuale ritorno al proporzionale puro venga vissuto, a sinistra, come una vittoria di quelli (e ce ne sono!) che non vedono l’ora di tornare ad essere eterna opposizione? Forse vale la pena confrontarsi, laicamente, lasciando da parte i calcoli politicisti di corto respiro: proviamoci.

(Jacopo Rosatelli)

9 commenti

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9 risposte a “Dopo la bocciatura dei referendum elettorali

  1. Valerio

    E proviamo anche a considerare il sistema proporzionale “alla tedesca” non particolarmente sano.
    Uno sbarramento al 5% è altissimo, non è il 10% dei turchi o di altri sistemi “propozionali pro poteri forti”, ma è comunque tale da escludere potenzialmente una fetta altissima dell’elettorato.

    Un certo sbarramento è funzionale, ma è comunque un sacrificio di democrazia.

    Come Canfora considero il proporzionale una delle grandi conquiste novecentesche della sinistra continentale europea, è il sistema che permette la rappresentanza sociale, l’innovazione, afferma la democrazia contro i sistemi liberali-maggioritari-censitari, pone al centro il programma.
    Guardacaso, il trentennio conservatore nacque o al di fuori di questo sistema (USA, UK), o in concomitanza con modifiche in senso maggioritario di varia natura (ed in Francia con de Gaulle e il suo sistema elettorale, che è stato pensato per essere reazionario, e plebiscitario, ma piace molto al PD).

    Concludendo sull’attualità ti chiedo, ma Passigli non può riprovarci?
    Ovvero quando una legge viene tacciata d’incostituzionalità di solito il parlamento la ripresenta dopo averla modificata.
    Per questi quesiti referendari si erano raccolte 1,5 milioni di firme, un indicazione piuttosto esplicita e precisa al parlamento su cosa interessa agli italiani, che però questo parlamento non pare intenzionato a cogliere.
    Quindi la via referendaria resta una delle possibilità per togliere di torno almeno il porcellum.
    Non credo che con un referendum si possa passare ad un proporzionale puro o a sbarramento basso (2-2,5%, al massimo), con una riforma monocamerale, che per me sarebbe l’optimum.
    Però avere un palramento non di nominati, e dominato dalle segreterie di partito, sarebbe già qualche cosa, anche e sopratutto perché i partiti sembrano (per ora) impermeabili all’idea di primarie interne e caucus.

    P.s.
    Prima o poi converrà riconsiderare i rapporti tra legislativo, esecutivo e giudiziario.
    In Italia ormai il legislativo e l’esecutivo sono concentrati più nel governo (e negli organi extra-nazionali, come la UE) che nel parlamento.
    Forse è il caso di prevedere una scissione nell’elezione popolare di legislativo ed esecutivo, con un elezione diretta dell’esecutivo di tipo nuovo (es. si vota il governo, non il presidente del consiglio), mentre si riafferma la centralità del parlamento, che, con una riforma monocamerale, aumenta sia d’importanza che d’efficenza.
    Una sola camera, piccola (300-400 persone al massimo, meglio 250-350), con sia in grado di garantire un maggiore rapidita nell’occuparsi della legislazione, piuttosto che di fungere da camera di risonanza per il politichese e la partitocrazia, ma dotata anche di una capacità di controllo e contrappeso sul governo, esplicitata costituzionalmente, contrariamente ad altri sistemi dove l’elezione diretta dell’esecutivo lo svincola poi da buona parte del controllo popolare fino alle successive elezioni.

  2. francesca gruppi

    Mi limito a dire timidamente che da novembre anche la mirabolante e ultraprogressista Berlino è governata da una coalizione rosso-nera, per ragioni che nulla hanno a che fare con la superiorità della democrazia tedesca (ossia, almeno questo il casus belli per la rottura dell’SPD coi verdi, la volontà condivisa di costruire un pezzo di autostrada all’interno della città), e a quanto pare l’ombra della grosse Koalition si allunga anche sulle prossime elezioni politiche. Ma lo sai meglio di me. Che fare? Semplificando, quando i partiti maggioritari si assomigliano più tra loro che coi loro ‘alleati naturali’ eliminare il vincolo di coalizione è un rischio. Ma è vero, per gli alleati di minoranza adeguarvisi ha senso solo in presenza di primarie. Continuo a interrogarni.

    • jacopo r

      Anch’io continuo ad interrogarmi e non ho verità in tasca. Sospetto, tuttavia, una cosa: il fatto che nella politica tedesca non vi sia la logica del bipolarismo coatto, ma siano possibili le alleanze di governo più diverse (anche nero-verdi o rosso-verdi-gialle), non la rende più “mite” (à la Bobbio-Zagrebelsky), più improntata al dialogo e alla ragionevolezza e in fondo più interessante? Prendi il caso di Berlino: là serpeggerà una legittima delusione fra quanti si aspettavano una coalizione rosso-verde… Ma evidentemente non tutti gli elettori della SPD la volevano e, va detto, il candidato borgomastro non si era mai impegnato in tal senso. Inoltre, la mancata entente SPD-Verdi non è frutto di trame di Palazzo, ma dell’esito negativo di settimane di confronto, alla luce del sole e su temi concreti. E che male c’è (lo dico da rossoverde convinto e da “berlinese d’elezione”) se nella capitale tedesca, in questa fase, SPD e CDU (che è il secondo partito, con un ottimo risultato) hanno più cose in comune che socialdemocratici e democristiani? Per le opposizioni di sinistra ci saranno più argomenti e magari tra quattro anni passeranno tranquillamente all’incasso in termini elettorali…

  3. Maurizio Giancola

    Condivido l’articolo di Jacopo che però, a mio giudizio, non dice alcune sgradevoli verità. Il Porcellum non può essere addebitato al solo centro-destra. Le voci di un accordo preventivo con Veltroni sono talmente numerose da non poter essere derubricate a mero gossip. Del resto il Porcellum era (e resta, come abbiamo visto) pienamente funzionale al disegno veltroniano di passaggio dal bipolarismo al bipartitismo coatto. E anche il Terzo Polo, che nel 2006 era di là da venire, oggi non può
    disturbare più di tanto. Resto convinto che all’epoca andasse benissimo anche a Di Pietro. Del resto, quale sistema elettorale è migliore di questo per
    un partito personale che abbia la certezza dell’autosufficienza rispetto alle
    due diverse soglie di sbarramento? Il meccanismo esordisce nel 2006 e
    giunge al miglior risultato nel 2008 con la fuoriuscita dal Parlamento dei
    socialisti e della sinistra radicale. Vincere o perdere le elezioni non ha
    importanza perchè ciò che conta veramente è essere egemoni nel proprio
    campo. Accettando l’apparentamento con Di Pietro perchè porta voti e
    concedendo qualche posto ai radicali.
    L’anno scorso due politologi della competenza di Passigli e Sartori, con altri uomini di spessore, promuovono un referendum per abrogare i due aspetti maggiormente odiosi (e forse incostituzionali) del Porcellum: il premio di maggioranza al vincitore, anche se questi ha vinto con una percentuale modesta (altro che “legge truffa” di De Gasperi dove il premio di maggioranza scattava solo con il 50%+1 dei voti!), e le liste bloccate. Anche la CGIL è d’accordo, purtroppo per poco. I quesiti referendari sono quasi sicuramente ammissibili e rischiano di ottenere molte firme. Bisogna asolutamente bloccarli, naturalmente da sinistra (come se la proporzionale fosse di destra). Ed ecco rientrare in pista il solito circo Barnum. Dapprima Parisi e Guzzetta, poi Veltroni, Prodi, Bindi, Franceschini, Gentiloni cui si aggiunge astutamente Di Pietro seguito non altrettanto astutamente da Vendola, che fa tutto da solo dimostrando per l’ennesima volta i suoi limiti. Naturalmente ci sono anche Repubblica, Il Fatto quotidiano etc. A nulla vale dire che il doppio quesito quasi sicuramente non sarà ammesso perchè la giurisprudenza della Consulta è di tutt’altro segno. La cosa pare non avere importanza, soffocata dai boatos dei media amici. Della destra non parliamo, il problema non è certo loro. Bersani, di fronte alla contraddizione, invita sia Passigli sia Parisi, Veltroni & C. a sospendere la raccolta delle firme. Passigli, che è un gentiluomo, si ferma; gli altri, che sono dei mascalzoni, promettono ma non mantengono. Del referendum Passigli-Sartori non si parla più, l’altro viene pesantemente propagandato. Si arriva così alla vergogna finale. La Corte si trova a decidere sottoposta a pressioni degne del peggior Berlusconi, con marce e sit-in di gente che sa solo dire che il Porcellum fa schifo (grazie tante!), ma che del problema giuridico probabilmente non sa nulla. Si mobilitano anche giuristi illustri, contravvenendo a un elementare principio deontologico. Chissà cosa avrebbero detto gli stessi se un simile atteggiamento fosse stato tenuto dalla destra. La Corte si pronuncia come
    era stato abbondantemente previsto da purtroppo poche persone serie e
    informate. Di Pietro e Travaglio usano un linguaggio ignobile, altri sono più misurati. Massimo Giannini gioca al contorsionista, ma il grande guru della banda, nella solita geremiade della domenica, deve riconoscere che la Corte è stata coerente con la sua passata giurisprudenza. Comunque i firmatari sono furiosi, fanno ragionamenti pre-giuridici, invocano la volontà popolare e truccano i numeri (che come ha ricordato giustamente Jacopo nulla contano in questi casi) perchè il milione e duecentomila firme scarse va diviso per due visto che gli stessi 530.000 e rotti hanno firmato due volte). Si sfiora il concetto di giustizia sostanziale e non vado oltre perchè sappiamo chi storicamente contrappose la giustizia sostanziale a quella formale e cosa
    ne derivò (il riferimento non è alla sola U.R.S.S.).
    Conclusione: gran parte dei firmatari è stata illusa e ingannata, i personaggi sopra ricordati fingono delusione ma sono più che soddisfatti perchè l’obiettivo è stato raggiunto (Di Pietro è arrivato non solo ai vertici della volgarità politica, ma anche a quelli dell’arte di esprimere rabbia e indignazione pur probabilmente festeggiando in privato) e la riforma elettorale quasi sicuramente non si farà perchè quasi nessuno è realmente interessato a farla. Se qualcuno pensa che la mia sia una ricostruzione fantasiosa e “biliosa” rifletta su tutti i passaggi della storia perchè questa volta, veramente, tutto torna. L’unica cosa che proprio non torna è che una parte rilevante della sedicente sinistra continui a bere le menzogne di chi l’ha condotta all’attuale irrilevanza.
    P.S. Jacopo lo sa benissimo, ma per chi non mi conosce preciso che non faccio parte della Federazione della Sinistra, ma che sono un socialdemocratico.

  4. Barkokeba

    Se hai ragione – e molto probabilmente ce l’hai – tutto ciò è inquietante

  5. I quesiti non saranno stati perfetti (ma uno era di abrogazione di tutto il testo, quindi chiarissimo) ma la Corte Costituzione ha commesso, a mio parere, un abuso di potere. Sia gli articoli della Costituzione relativi ai referendum, sia la legge di attuazione (che impone al Parlamento di dare seguito al risultato del referendum), sia la prassi (che comprende diversi referendum celebrati relativi alle leggi elettorali) dimostrano che i referendum proposti si potevano e anzi si dovevano tenere. Poi sul rispetto verso i cittadini che hanno firmato pure si dovrebbe aprire una riflessione.

    • jacopo r

      Caro Andrea, il punto non è tanto che i quesiti fossero poco chiari. Come tu dici, quello che prevedeva l’abolizione di tutto il testo era chiarissimo: e proprio quello era il problema. Secondo la giurisprudenza della Corte, non si può abolire tout court una legge elettorale, perchè il sistema democratico non può restare nemmeno per un secondo senza una legge elettorale in vigore. E l’abolizione per via referendaria non comporta il ritorno in vita della legge precedente: questo è un principio (non una verità assoluta, ovvio: magari in futuro cambierà orientamento) che la Corte aveva sempre espresso in passato. Quando, effettivamente, aveva ammesso dei quesiti che non si proponevano mai l’abolizione integrale della legge, o che comunque non configuravano il rischio di lasciarci senza una legge vigente. L’ultimo che ricordo, a memoria, era, ad esempio, per l’abolizione della quota proporzionale del Mattarellum (con la quale si assegnava il 25% dei seggi). Insomma: sulla legge elettorale si può intervenire con referendum solo parzialmente abrogativi.
      Quanto alla riflessione sui cittadini che avevano firmato, ti direi questo: quando la Corte boccia una legge “manca di rispetto” ai partiti che l’avevano votata in Parlamento? No, semplicemente compie la sua delicata e necessaria funzione. Possiamo condividere o no le sue sentenze, ma credo sia sbagliato dire che con le sue scelte manchi di riguardo verso qualcuno.
      Non trovi? Continuiamo pure la discussione!

  6. stefanoanast

    Condivido tutta la prima parte del post di Jacopo. Ho qualche dubbio su questa storia della impossibile “reviviscenza” delle leggi abrogate dalle leggi che vengono a loro volta abrogate dal referendum, ma me li rinvio a quando si potrà leggere la sentenza e seguirne tutte le argomentazioni.
    Intanto, però, mi pare che la questione è – come si dice – politica: in una delicatissima transizione, in cui una parte degli attori politici che sostengono un governo di salute pubblica stanno via via esplicitando un disegno di riassetto politico-istituzionale neo-centrista, possiamo permetterci un sistema neanche minimamente bipolare, e che quindi oggettivamente aiuti quel progetto politico?
    Da vecchio militante proporzionalista, tutt’ora convinto delle virtù rappresentative ed egualitarie del sistema elettorale proporzionale, mi chiedo se sia questo il momento per una simile battaglia di principio e se non si corra invece il rischio di dividere definitivamente la sinistra tra quella che potrebbe essere attratta dal nuovo regime centrista e quella a cui non resterà che trastullarsi con l’offensivo diritto di tribuna

  7. Maurizio Giancola

    Scusate se rompo nuovamente, ma vorrei proporre qualche ulteriore breve considerazione.
    Sotto il profilo giuridico esiste un importante precedente. Quando se non erro nel 2005 votammo per i referendum relativi alla legge 40 sulla fecondazione assistita (sabotati dall’ignobile invito a disertare le urne per non raggiungere il quorum) ci esprimemmo su 4 referendum tutti parzialmente abrogativi. Un 5° referendum, proposto dai radicali e che proponeva l’abrogazione totale della legge, fu dichiarato non ammissibile dalla Consulta perchè in caso di vittoria del “sì” la complessiva materia sarebbe risultata non normata. Non si capisce pertanto perchè la Corte avrebbe dovuto pronunciarsi in modo difforme sul referendum Parisi, Guzzetta, Veltroni & C. Viene invocato a questo punto da alcuni il principio della reviviscenza, ma poichè le leggi le fa il Parlamento e non il popolo non si capisce perchè una legge di fatto abrogata perchè sostituita dovrebbe rivivere in virtù di un referendum abrogativo della legge sostitutiva. Spiace che un costituzionalista del valore di Onida, che ho sempre stimato, dopo essersi pronunciato in questi termini alcuni mesi fa abbia sottoscritto il documento dei 111 costituzionalisti, che secondo quella grande mente progressista di Mariotto Segni avrebbe dovuto orientare il giudizio della Corte. Se questa è la concezione istituzionale di un sedicente cattolico liberale siamo a posto.
    Sui sistemi elettorali la disputa è infinita. Bisognerebbe cosiderarli laicamente per quello che sono: degli strumenti ciascuno dei quali ha pregi e difetti, da valutare in funzione dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Anche se non è affatto detto che, adottato un sistema per uno scopo, questo venga automaticamente raggiunto. Se l’uninominale maggioritario è, in linea di principio, il sistema che premia la governabilità rispetto alla rappresentatività, in Italia in soli due casi in 18 anni (1996-2001 e 2001-2006) ha garantito la durata non dei governi in carica (Prodi, D’Alema, Amato nel primo caso, il valzer dei ministri dell’Economia nel secondo), ma solo, e parzialmente, delle maggioranze espresse dalle elezioni. La durata,
    non certo la capacità do governo causa la scarsa omogeneità delle rispettive coalizioni.
    Veniamo all’oggi con due semplici domande.
    1) Quale dei partiti presenti oggi in Parlamento ha un reale interesse a sostituire il Porcellum con altra legge elettorale (non importa quale)?
    2) Può essere definita di sinistra una forza che, come ha scritto stefanoanast, “potrebbe essere attratta dal nuovo regime centrista” che si va delineando?
    Non auspico affatto una sinistra ridotta al ruolo di mera testimonianza o diritto di tribuna, ma una cosa è una sinistra che si allea con il centro contro la destra (ma per quale politica?), ben altro una ex sinistra che si fa centro e che, come sta facendo la componente veltroniana del PD (per essere più chiari la destra del PD), dichiara che il governo Monti “è il nostro governo”.

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