Il complesso dell’italiano

foto tratta da firenze.repubblica.it

Nella tragica e complicata vicenda del naufragio della Costa Concordia, la reazione emotiva più forte – tra i commentatori, in rete, nell’opinione pubblica – non è stata il cordoglio per le vittime, né la preoccupazione per un rischio ambientale tuttora gravissimo, ma l’investimento simbolico sulle telefonate tra Gregorio De Falco, comandante della Capitaneria di Livorno, e Francesco Schettino, comandante della nave. Le abbiamo sentite tutti, non avremmo potuto evitarlo neanche volendo. I due uomini sono immediatamente diventati la metafora dell’Italia o, meglio, dell’italiano – Schettino dell’italiano sbruffone e irresponsabile (fa la bravata e poi nega il disastro che ne consegue), De Falco dell’italiano coraggioso e reattivo, che richiama ciascuno alle proprie responsabilità e dà ordini decisi. Il cialtrone e l’eroe.

Metafora perfetta, a giudicare dalle reazioni emotive che la accompagnano. Scatta il tifo: pubbliche contumelie contro Schettino, il cretino-vigliacco-incompetente-sbruffone-forse ubriaco o drogato-ecc., e santificazione a furor di popolo per De Falco, l’eroe, la voce del dovere, l’Italia che resiste. Circolano anche delle magliette con l’ordine del comandante di Livorno al vile Schettino: “Vada a bordo, cazzo!”.

Metafora perfetta, perché così abbiamo tutti un cattivo con cui prendercela e un buono in cui identificarci. Che sia chiara o meno l’esatta dinamica del naufragio, e che di conseguenza sia chiara o meno la catena di responsabilità personali e morali, dirette e indirette, del disastro nel suo insieme, poco importa.

Metafora perfetta, perché ci conferma lo stereotipo per cui noi italiani siamo così: o cialtroni o eroi. Oppure, nella versione evoluta dello stereotipo: mezzi cialtroni e mezzi eroi, a seconda della parte di italianità che prevale in una data circostanza e nella nostra personalità. È uno stereotipo forte, che ricorre spesso nella storia d’Italia anche recente.

La forza degli stereotipi è che trovano sempre un dato di realtà, un fatto, che li conferma, rafforzandoli. Uno stereotipo è prima di tutto un fenomeno culturale, di ordine simbolico; ma, se viene fatto proprio dai soggetti che rappresenta, diventa qualcosa di molto simile a un complesso psicologico. E si rafforza ulteriormente.

Il complesso dell’italiano dice a chi ne è vittima più o meno questo: non c’è niente da fare, in quanto italiano tu sei così, cialtrone o eroe; al limite, se sei un italiano medio, mezzo cialtrone e mezzo eroe.

E su questo presupposto, appena visibile ma granitico come lo scoglio su cui è andata a distruggersi la Concordia, poggiano le giustificazioni, le indulgenze, le assoluzioni e le autoassoluzioni degli italiani verso le proprie malefatte. Siamo così, mezzi cialtroni e mezzi eroi; che ci possiamo fare?

Per fortuna sono una donna, e questo mi aiuta a sfuggire al complesso dell’italiano. Lo stereotipo cialtrone/eroe è maschile. I protagonisti sono maschi e non potrebbero che essere tali. Il cialtrone lo è inequivocabilmente (la sbruffonata della manovra, il narcisismo che traspare dalle foto prima del disastro, e poi il vino, la misteriosa presenza di una donna che lo avrebbe “distratto”), ma lo è anche l’eroe (il militare che richiama all’ordine con la stessa voce decisa dei protagonisti dei film della seconda guerra mondiale corrisponde a un ideale preciso di virilità). Non ho proprio di che identificarmi. Al massimo, se resto intrappolata nell’ordine simbolico di cui fa parte lo stereotipo cialtrone/eroe, posso fare il tifo (nel simbolico maschile la Donna Tifosa è abbastanza benvoluta).

Tutto ciò non significa che dentro ciascuno e ciascuna di noi non possa esserci un po’ del cialtrone e un po’ dell’eroe. E magari anche tanti altri “tipi simbolici”. Ma in questo non c’è niente di specificamente, tipicamente, italiano. Eroismo e cialtroneria, se non diventano stereotipi, sono semplici qualità umane. Si trovano ovunque nel mondo, non solo in Italia e non come tipico prodotto italiano da esportazione.

Gli stereotipi sono pericolosi perché mistificano la realtà, impediscono di vederla e capirla per quella che è. E, così facendo, ingabbiano le persone che pretendono di rappresentare; limitano o addirittura azzerano la loro libertà.

Il complesso dell’italiano mi fa questo effetto. Da un lato avvolge vizi e storture di questo paese nel fatalismo, nell’idea che vizi e storture siano immutabili perché immutabile è la natura in cui sono radicati. Dall’altro, vorrebbe costringermi a vergognarmi di fronte al mondo, in quanto italiana, di malefatte, crimini e fesserie compiuti da un mio connazionale – che sia Berlusconi che fa battute maschiliste e volgari ai vertici internazionali o Schettino che manda a scogli la sua nave, è uguale. Dovrei vergognarmi, perché da qualche parte, nel profondo del mio essere, io sono come loro.

È necessario riconoscere lo stereotipo ed eludere completamente il complesso dell’italiano per sfuggire a questa doppia trappola che ci riduce tutti – uomini e donne – all’impotenza.

C’è qualcosa di molto vero nei commenti che hanno visto nella tragedia del Giglio qualcosa di tipicamente, profondamente italiano. Ma questo qualcosa non è né la cialtroneria di Schettino né l’eroismo di De Falco (o del meno osannato, ingiustamente, commissario di bordo Giampietroni).

Ora, premesso che ci sono moltissimi punti ancora da chiarire e che sarà la magistratura a farlo, ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che il responsabile numero uno del naufragio e della morte di tante persone sia il comandante della Concordia. Era vicinissimo alla costa, ha preso uno scoglio ben noto, si è ostinato a non dare l’allarme e infine, quando grazie a un ammutinamento è iniziata l’evacuazione, ha abbandonato la nave. Non sappiamo come un uomo giunto a quel grado di carriera abbia potuto compiere questa serie di scelleratezze. Ma una cosa è certa: se ha materialmente potuto agire così, è perché c’erano le condizioni per farlo. Dietro alle gravi responsabilità di Schettino c’è una lunga e variegata catena di altre responsabilità. Da quelle più immediate (gli ufficiali di bordo che l’hanno lasciato fare), a quelle più lontane e indirette. Anche questo è stato detto: per la società armatrice l’“inchino” rappresenta un’ulteriore attrattiva della crociera, perché permette ai passeggeri di vedere da vicino e fotografare luoghi molto suggestivi; analogamente, per chi sta sull’isola la nave impavesata e illuminata che passa sottocosta salutando con le sirene è uno spettacolo in sé, senza contare che magari, l’anno dopo, il crocierista che ha visto quant’è bella l’isola potrebbe decidere di passare lì le vacanze, incrementando così il turismo locale. E le autorità chiudono un occhio, quando non scrivono lettere di ringraziamento.

È in questa catena di responsabilità, secondo me, che sta tutta l’“italianità” della vicenda.

Un’“italianità” che non è una caratteristica innata trasmessa dai geni nazionali, ma una pratica o, meglio, un’insieme di pratiche molto diffuse: l’inosservanza delle regole, della legge, perché ostacolano i miei piani e perché comunque non sarò sanzionato; la tolleranza da parte di chi dovrebbe far rispettare regole e leggi, perché se tollero mi faccio un amico in più, o magari ho qualche contropartita (diretta come una mazzetta o indiretta come l’incremento del turismo locale); l’indifferenza della persona qualsiasi di fronte ad abusi e violazioni, perché non voglio grane; e anche la complicità della persona qualsiasi in cambio di un piccolo vantaggio immediato (come lo sconto in cambio del mancato rilascio della ricevuta fiscale) o di un favore futuro. In tutti questi casi, le regole e la legge non sono vissute come qualcosa che protegge tutti ma, al contrario, come qualcosa di lontano e impersonale che impedisce a me, o a qualcuno che per qualche motivo voglio favorire, di agire liberamente. Queste pratiche danno luogo a una rete di complicità e connivenze piccole e grandi, una rete di bugie e mezze verità, di ammissioni autoassolutorie e deliri di onnipotenza; amicizie e favori, obbedienza e paura, onore e rispetto.

Una rete di questo tipo ha, di fatto, creato le condizioni materiali che hanno permesso al comandante della Concordia di agire come sappiamo.

Ed è su una rete di questo tipo che ha fondato il proprio potere una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo, la mafia.

Se il carattere tipicamente, profondamente italiano del disastro è lì, in quella catena di responsabilità, in comportamenti e pratiche molto simili, nel loro piccolo, a quelle mafiose, siamo di fronte a una realtà molto triste. Anche se poco edificante, lo stereotipo dell’italiano mezzo cialtrone e mezzo eroe dava un certo sollievo.

(Cristina Biasini)

18 commenti

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18 risposte a “Il complesso dell’italiano

  1. Valerio

    Visto che in questo post, finalmente, si può parlare di del naufragio uscendo un po’ dai luoghi comuni due o tre cose, che esulano completamente dal discorso di Cristina Biasini, ma che forse possono essere interessanti, voglio aggiungerle anche io.
    Fermo restando che condivido molto di ciò che dice Cristina, anche perché i naufragi non possono non assumere una forte valenza simbolica; ma sono anche fatti molto concreti e materiali.

    1)La Costa Concordia è la nave più grande che sia mai affondata (anche se tecnicamente è andata all’incaglio, più che affondare). Una nave costruita in Italia e comandata da Italiani, più grande di tutte le navi che navigano sotto bandiera cinese, o inglese, o francese, o tedesca, o russa o giapponese. Il made in Italy ha ancora dei primati? Li aveva, i cantieri in cui questa nave è stata costuita sono colpiti in maniera durissima dalla crisi e probabilmente chiuderanno. Con tutto il contorno di disperazione e disoccupazione per molte famiglie (spesso interamente occupata nella cantieristica, si veda Sestri; Riva del Tigroso ed altri casi), perdita di competenze tecnologiche, fuga di cervelli (ingegneri e designer) ecc. ecc.

    2) Il naufragio è uno dei più grandi della storia, malgrado tutti gli errori possibili, l’evaquazione è andata molto bene, ma veramente molto molto bene. Di quasi 5000 persone imbarcate (con un percentuale elevata di over 70) sono morte meno di 35 persone, speriamo ora di evitare il disastro ambientale. Comunque le misure di sicurezza sono state (fin ora) adeguate e ben gestite, a bordo si poteva fare di più ma non molto. Semmai l’unico probelma è che la dozzina di agenzie che si occupano di disastri navali (capitaneria di porto, guardia costiera, reparti navali di finanza, polizia e carabinieri, marina militare ecc. ecc., la maggior parte di questi sono doppioni ed andrebbero fusi tutti nella guardia costiera, ma del resto siamo il paese delle 54 agenzie di polizia) non hanno alcun mezzo proprio per procedere alla bonifica dei serbatoi e bisogna affidarsi ad una ditta privata. Accettando che sia essa a dettare i tempi e i modi dell’operazione.

    3) La reazione della politica (“tecnica”) è stata la solita, un’ennesima inutile legge per proibire “l’inchino alle isole”. Perché? Gli inchini non sono pericolosi, fanno parte della tradizione navale da quasi 200 anni, basta non farli alla cazzo. Dopo tutto la stessa Costa Concordia aveva eseguito quella manovra, correttamente, centinaia di volte. Ecco che la politica e la comunicazione italiane davanti ad una tragedia, che è una classica fatalità dovuta all’errore umano, devono parlare di “tragedia annunciata”, leggi inapplicate o insufficenti, ed utilizzare tutto il repertorio tradizionale per questi casi, come se questo naufragio sia l’ennesima reiterazione del Vajont o della casa dello studente dell’Aquila. Ma non è così. Se un idiota con la sua Ferrari va a 300 km/h in curva, dove il limite è 30, e si spiaccica, non probisco mica le curve.

      • Mauro

        Cito: “…Perché? Gli inchini non sono pericolosi, fanno parte della tradizione navale da quasi 200 anni, basta non farli alla cazzo. Dopo tutto la stessa Costa Concordia aveva eseguito quella manovra, correttamente, centinaia di volte.”
        Ecco, forse è qui il problema! Allora la prossima volta che una motovedetta mi fermerà perché transito a motore entro i 500 m dalla costa, potrò dire che “facevo l’inchino” e tutto si sistema! Ma scherziamo? Ci sono delle regole precise per la navigazione e vanno rispettate (CAZZO!). Le deve rispettare il barchino da diporto e a maggior ragione il transatlantico da 300 m!!! Sarebbe come dire che passare col rosso non è pericoloso, basta non farlo “alla cazzo”?

  2. Barkokeba

    Mi sembra interessante quello che dice cristina. E’ grave che in questo paese di marinai sia possibile che si verifichi una catena di eventi tale che le navi affondino nel mare calmo. Ma il fatto è stato rappresentato – direi proprio narrato – come gioco tra due tipi psicologici antitetici. Se questa interpretazione fosse corretta, l’insegnamento che ne dovremmo trarre è che noi italiani dovremmo andare di più dallo psicanalista. Al contrario dobbiamo re-imparare a mantenere la qualità anche quando le catene di comando sono lunghe, le attività produttive complesse, rischiose e pericolose. Questo significa rispettare le regole, ma non solo. Domandiamoci perché questo paese vende tutti i suoi gioielli industriali…

  3. Michelino Valente

    Sei una grande persona. Nè italiana, nè donna, nè tifosa, nè eroica. Persona, una grande persona. Basta questo.

  4. Paolo

    Condivido in parte i pensieri di Cristina.
    Una grande nave a rischio di affondamento a causa di comportamenti avventati possiede un enorme attrazione simbolica evocativa per rappresentare le preoccupazioni di tutti noi italiani di fronte alla crisi che ci attanaglia. Ce la faremo? Riusciremo a raddrizzare la barca, potrà ancora navigare?
    La situazione per entrambi, Concordia e Italia è grave. La telefonata Schettino-De Falco non evoca secondo me uno stereotipo ma è in grado di rappresentare con straordinaria concisione due stili, due modi di affrontare la situazione: l’irresponsabilità e la responsabilità. Non mi sembra De Falco sia un eroe ma la sua voce riesce a rappresentare il richiamo ad un risveglio necessario e urgente. Schettino sembra addormentato e incapace di gurdare alle necessità comuni, provoca l’incidente e sbarca anteponendo la propria salvezza al bene comune. De Falco dice a chiare lettere cosa si deve fare, non si lancia dall’elicottero a salvare i passeggeri ma richiama ai doveri del comandante con straordinaria vivacità e fermezza.
    Forse la nave Italia ha bisogno di questo adesso. Abbiamo tutti pensato di poter vivere nella dolce vita della love boat di schettino, abbiamo messo nei posti di responsabilità persone che non avevano la minima idea del bene comune ma riuscivano a rappresentare l’eccellenza, l’abbondanza, il successo e la ricchezza.
    Ma ci siamo schiantati contro uno scoglio, tutti.
    Ora con sgomento ci chiediamo cosa possiamo fare e De Falco ci ha dato un po’ di speranza. Bisogna salire a bordo e fare tutto il necesario per le persone, per la nostra sopravvivenza prima e poi, se possibile, per il nostro benessere.
    Non abbiamo bisogno di imprese mirabolanti, ma che ci siano persone che si assumano la responsabilità ristabilendone il senso:
    Il comandante non è quello che scopa tutte le belle ragazze della nave, è quello che a rischio della vita le ragazze le salva e poi, se c’è tempo, mette in salvo anche se stesso.

  5. GIOACCHINO DE CHIRICO

    qualcosa del genere è avvenuta nella rappresentazione del passaggio tra Berlusconi (il cialtrone) e Monti (l’eroe).

  6. Barkokeba

    dopo la affermazione di Berlusconi per cui la “Cura del governo [sarebbe] senza frutti [e] ci aspetteremmo di essere richiamati”, quanto dice gioacchino risulta un’ipotesi confermata dai fatti. È come se il comandante della nave colata a picco indicasse nelle operazioni di salvataggio la causa dei disagi e delle sofferenze dei naufraghi http://www.repubblica.it/politica/2012/01/20/news/berlusconi_il_governo_ci_richiami_cura_del_governo_senza_frutti-28486624/?ref=HREC1-1

  7. Lorenzo Paradisi

    Qualunque cosa accada, mi dissocio dal condividere l’articolo. Quando si parla dell’Italia e degli italiani ci si tolga il cappello. Abbiamo civilizzato il mondo! Stecchino ha sbagliato la manovra, pagherà agli uomini ed a se stesso. Rimane il cordoglio per quelle vittime che resteranno il vero, triste e tragico ricordo di questo naufragio. La Stokholm ci affondò l’Andrea Doria, ma lo avete dimenticato!

    • Barkokeba

      Mi sembra che chi l’ha scritto sia consapevole di essere italiano, un po’ come te, quindi altrettanto consapevole dei grandi meriti del nostro paese. Ma il punto non è questo. Nessuno ha messo in discussione l’italianità, tantomeno la propria…

      • Lorenzo Paradisi

        Non credo! L’articolo scritto mi sembra il delirio di chi non conosce i fatti eppure li racconta col senno del sentito dire. Non è così!

    • Barkokeba

      Sarà pure un delirio basato sulla non conoscenza dei fatti, ma non dici né il perché né il per come. Bisogna crederti in nome del tuo richiamo alla nostra tradizione di grandi navigatori. Ma chi la dimentica?
      Il capitano dell’Andrea Doria fu l’ultimo ad abbandonare il relitto, e lo dovettero convincere. Se il capitano di un simbolo dell’Italianità attuale – la Costa Concordia – non dà lo stesso spettacolo, è chiaro che la gente si faccia delle domande e dica: ma come, non eravamo i civilizzatori del mondo? Se poi potessi fare critiche puntuali al post, te ne sarei grato

      • Lorenzo Paradisi

        Non voglio polemizzare e non lo farò. Io non mi sento nè Schettino nè mezzo Schettino, e non mi sento nè Falco nè mezzo Falco, e non mi sento nè Giampietroni nè mezzo Giampietroni. Mi sento italiano e basta, con la mia cultura, con la mia coscienza di fare il meglio che posso. Non mi va che qualcuno creda che sia un cialtrone o un mezzo cialtrone, un eroe o un mezzo eroe. E’ stato offensivo paragonare gli italiani a questi stereotipi, come li chiami tu. Ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola, e comunque le responsabilità dell’arrogante Falco non vengono meno per quello che non ha fatto. L’ordine di non accostare doveva darlo prima che la nave s’incagliasse negli scogli, come il comandante della nave, forse, avrebbe dovuto dare l’ordine di evacuazione prima; ma io non sono in grado di giudicare queste decisioni. E’ davvero molto difficile! Non si può ridurre il tutto a Falco, Schettino e Giampietroni. Forse mi sbaglio, ma, consentimelo, è la mia opinione. Piango le vittime di questa tragedia, certamente non voluta, e mi associo al dolore delle famiglie.

  8. Simone

    Brava Cri! Disgraziato il paese che ha bisogno di eroi….

  9. Una delle cose curiose di questa storia è che a diventare eroe è stata una persona in posizione di responsailità della capitaneria di porto di livorno, cioè proprio di quell’entità che dovrebbe sanzionare comportamenti contrari alle norme del diritto di navigazione. Riuscirà qualcuno a chiarire le responsabilità della capitaneria di Livorno nel tollererare una manovra che sembra essere stata prassi negli scorsi mesi e anni?

  10. Barkokeba

    Ed eccolo là, subito a fare capolino il peggior razzismo. Pare che in un editoriale dello Spiegel abbiano domandato “Ma vi sorprendete
    che il comandante fosse un italiano?” http://www.repubblica.it/cronaca/2012/01/23/news/der_spiegel_schettino-28655077/
    E’ bene non fare lo stesso errore tirando fuori tutti i pregiudizi e gli stereotipi sui tedeschi.
    Questa storia tremenda ha prodotto vittime, un grande rischio di disastro ambientale e la conferma dei peggiori pregiudizi sull’Italia, con annesse ricadute commerciali. Per questo il Post di Cristina vale la pena di essere letto. I pregiudizi sono come le pietre: se ci sono non puoi far finta che non esistano. E per combatterli, non basta dire che sono falsi.

  11. Cristina Biasini

    Ringrazio sinceramente tutti per i commenti. Gli spunti di riflessione sono così tanti che la mia risposta, benché lunga, non può affrontarli tutti come meritano.

    Abbiamo visto che la coppia cialtrone/eroe funziona sia come stereotipo che come metafora. Dello stereotipo ho parlato abbastanza nell’articolo, mentre della sua valenza metaforica parlano Barkokeba e Gioacchino De Chirico (che cita il passaggio da Monti a Berlusconi). Una buona metafora, quando appare per la prima volta, è un potente strumento cognitivo; aiuta a capire la realtà e apre a nuovi significati. Ma anche le migliori metafore invecchiano, diventano stereotipi stantii che, lungi dall’offrirci nuove e più adeguate visioni della realtà, la ingabbiano nei luoghi comuni. In questi casi è preferibile abbandonarle. Per questo, pur condividendo le preoccupazioni di Paolo, non mi sento di seguire il suo ragionamento. Se, sull’onda della tragedia del Giglio e delle sue ricadute simboliche, adottiamo la metafora Italia=nave, siamo costretti ad affidare le nostre speranze al “comandante eroe” (o semplicemente affidabile, corretto, perbene ecc.). Come dice Simone, disgraziato il popolo che ha bisogno di eroi; aggiungerei che ancora più disgraziato è il popolo che ha bisogno di comandanti.
    Riconoscere gli stereotipi è il primo passo per neutralizzarli. (Mi dispiace che Lorenzo Paradisi si sia offeso per questo, ma limitarsi a ignorare lo stereotipo dell’italiano mezzo cialtrone e mezzo eroe non erode minimamente la sua forza.)
    Poi si tratta di capire che funzione hanno, ovvero perché hanno tanta presa. In questo caso, secondo me, lo stereotipo ha (anche) un’importante funzione consolatoria: restiamo ancorati all’idea cialtrone/eroe perché così tutte le responsabilità ricadono su Schettino (che certo ne ha di gravissime) ed evitiamo di vedere la catena di altre responsabilità che gli hanno consentito di fare quella sciagurata manovra (Bouffierel ne cita una, che speriamo sia chiarita presto). Ovvero, evitiamo di vedere la rete di complicità, connivenze ecc. di cui ho parlato nell’articolo, caratterizzata tra l’altro dalla diffusa inosservanza di regole e leggi.
    Certo, le leggi vanno rispettate (e, se sono sbagliate, bisogna modificarle). Ma non basta per cambiare una società, una cultura.
    Per questo c’è bisogno di nuove metafore, nuove narrazioni per rappresentare noi stessi e la realtà in modo efficace e per individuare le strade da percorrere. E c’è bisogno di politica, in particolare di una politica che favorisca la ricerca e l’innovazione, nuove visioni in tutti i campi (alcune idee su questo in un post di Andrea Declich qui su Italia 2013 http://italia2013.org/2011/12/13/piu-impresa-quella-vera-meno-precarieta/).

    ***

    Valerio ha premesso che le sue osservazioni esulano dal mio discorso, ma credo che abbia fatto bene a esprimerle qui perché toccano più o meno direttamente la “catena di responsabilità” che ha contribuito al naufragio della Concordia. Per ragioni di spazio, intervengo solo sul terzo dei punti da lui trattati, ossia il decreto “anti-inchino”. In generale, nemmeno io condivido l’idea secondo cui, quando a causa dell’inosservanza a una regola o legge avviene un disastro, si fa una legge più severa della precedente. In questo caso però sarei piuttosto d’accordo con Mauro, se non fosse che sulla questione della distanza minima dalla costa c’è qualcosa di molto simile a un vuoto normativo. Poiché mi fido poco della mia memoria, all’indomani del naufragio della Concordia ho setacciato internet alla ricerca delle norme che regolano la distanza minima dalla costa per i mercantili e le navi passeggeri, ma non ho trovato niente (se qualcuno ne sa di più, può darmi dei riferimenti?). Se di vuoto normativo si tratta, credo sia legato al fatto che la sicurezza della navigazione dipende da molte circostanze diverse, circostanze la cui valutazione spetta solo al comandante. Sarebbe sacrosanto, ma quando si tratta di una nave delle dimensioni della Concordia, le cose cambiano – per le difficoltà che crea ad eventuali altre imbarcazioni che incrocia e, cosa ancora più grave, per l’impatto ambientale. Tant’è che per le aree marine protette, come l’isola di Montecristo, le norme sulle distanze minime ci sono eccome (e sono di almeno 1.000 metri). Comunque, bisognerà vedere il testo del decreto per capire se potrà migliorare la situazione.

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