Che fare con le politiche sociali? Una proposta al governo Monti

Dopo la presentazione del Dossier (Libro Nero sul Welfare italiano. Come il Governo italiano con le manovre economico-finanziarie e la legge delega fiscale e assistenziale  sta distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti) da parte dei promotori delle Campagne I diritti alzano la voce” e “Sbilanciamoci” anche il Forum del Terzo settore affronta la questione dei tagli al welfare presentando un suo studio (Il welfare di domani? La delega assistenziale e il futuro delle politiche sociali in Italia. Un’analisi a partire dai dati coordinato) da Cristiano Gori, docente di Politica sociale all’Università Cattolica di Milano. Prendiamo spunto dalle analisi presenti nel documento per fare il punto su di un’altra questione fondamentale per le sorti del welfare in Italia: quella della Delega fiscale e assistenziale.

Come analizzato in precedenza gli anni del governo Berlusconi hanno visto un drastico ridimensionamento della spesa sociale in Italia: è stato calcolato che tra il 2007 e il 2013 si realizzerà una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali da 1.594 a 144 milioni di euro. Ma non è ancora finita. Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 30 giugno 2011, oltre ad approvare le “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, ha licenziato la bozza di disegno di legge che attribuisce al Governo stesso la delega per una riforma del settore fiscale e assistenziale che ha come obiettivo un risparmio oltre 20 miliardi di euro tagliando le detrazioni fiscali, che sono in gran parte di natura sociale. Per quanto riguarda le misure di  welfare, le linee d’azione sono comunque molto rilevanti per moltissimi cittadini, per molte Amministrazioni locali e per le organizzazioni di Terzo settore impegnate nella gestire dei servizi. Secondo quanto previsto dalla delega i decreti legislativi del Governo, da emanare entro  due anni, devono essere finalizzati <<alla riqualificazione e integrazione delle prestazioni socio assistenziali in favore dei soggetti autenticamente bisognosi, al trasferimento ai livelli di governo più prossimi ai cittadini delle funzioni compatibili con i principi di efficacia e adeguatezza, alla promozione dell’offerta sussidiaria di servizi da parte delle famiglie e delle organizzazioni con finalità sociali>>.

Si tratta sostanzialmente di direttive che vanno dalla revisione dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) al riordino dei criteri dei requisiti reddituali e patrimoniali, inclusi quelli relativi all’invalidità e alla reversibilità; all’indennità di accompagnamento, per la quale si parla dell’<<istituzione di un fondo per l’indennità sussidiaria alla non-autosufficienza>>, senza però che il testo faccia comprendere se tale indennità sarà integrativa dell’ accompagnamento oppure se la sostituirà e come.
Infine, il trasferimento della “carta acquisti” ai Comuni singoli e associati, senza una previsione di maggiore spesa e ultime, ma non ultime, nuove competenze per l’INPS al quale, verrà attribuita (anche) la competenza relativa all’erogazione delle prestazioni assistenziali quando assumono il carattere di contributo monetario diretto, in coordinamento con Regioni ed Enti locali. E, sempre all’INPS, verrà  attribuito il compito di <<organizzazione del fascicolo elettronico della persona e della famiglia attraverso la realizzazione di un’anagrafe generale delle posizioni assistenziali, condivisa tra le amministrazioni centrali dello Stato, gli enti pubblici di previdenza e assistenza, le Regioni e gli Enti Locali, al fine di monitorare lo stato di bisogno e il complesso delle prestazioni di tutte le amministrazioni pubbliche>>. Tra gli aspetti più rilevanti nella Delega viene sottolineato come i servizi e le prestazioni sociali debbano sottostare ai vincoli del Bilancio (contenimento della spesa, risanamento dei conti pubblici). Viene inoltre separato il dovere fiscale, (obbligo di pagare le tasse) dal diritto all’assistenza che non possono essere soggetti a compensazione. Per fare un esempio le deduzioni per una badante potrebbero essere incompatibili con l’assegno di cura o l’accompagnamento. Nello studio proposto dal Forum viene sottolineato come questa impostazione costituisca una minaccia che non aiuta l’avvio di una seria riforma. Il decreto, infatti, ha il solo obiettivo di “fare cassa”, apportando ulteriori tagli a un settore al quale sono già state sottratte risorse. Quattro sono i punti messi in luce:

1/La delega sbaglia a voler ricavare risparmi dalle politiche sociali, visto che già oggi queste sono fortemente sottofinanziate rispetto alla media europea. L’Italia infatti, è l’unico paese europeo con la Grecia a non avere un piano per il sostegno alla non autosufficienza e per il contrasto della povertà e spende meno dell’Europa in tutti i campi, dalla sanità (-10%) alla famiglia (-61%), dalla non autosufficienza (-31%) alla povertà (-75%). Solo per le pensioni spendiamo il 38% in più della media europea.

2/La delega introduce il reddito come elemento per ricevere l’indennità di accompagnamento, cioè la principale misura di sostegno per anziani non autosufficienti e disabili: <<Un’ipotesi pericolosa, perché farebbe passare il principio che il pubblico debba intervenire sulla non autosufficienza solo a favore di chi ha redditi bassi>>, precisa il documento. Piuttosto, propone il Forum, si intervenga sulle modalità di utilizzo delle risorse ed eventualmente l’importo sia graduato in base al bisogno.

3/La delega modifica la social card attualmente in essere, ma rinuncia a un piano e a una strategia nazionale contro la povertà. Ci saranno tre social card nel 2012 (quella abituale, quella della sperimentazione e quella della delega) e nessuna nel 2013.

4/ La delega produce risparmi esigui, anche nelle sue applicazioni estreme. Anche mettendo per un attimo da parte le ricadute sociali di questi interventi, i possibili tagli individuati dal testo porterebbero a un risparmio complessivo di 1.440 milioni di euro nel 2013, il 7% dei risparmi che invece la delega fiscale e assistenziale prevede. Si tratterebbe, secondo il Forum, di un risparmio fatto dalle seguenti voci: 100 milioni dalle riduzioni alle agevolazioni fiscali per la disabilità, 1.320 milioni dall’introduzione di una soglia di reddito per l’accompagnamento, 20 milioni dalla revisione dell’ISEE. Impensabile invece tagliare le agevolazioni fiscali alle famiglie con figli (per motivi politici) e recuperare risorse dai servizi sociali e socio-educativi in titolo ai Comuni, perché tutti i tagli possibili sono già stati fatti.

In questo quadro due sono gli interrogativi prioritari che il Forum sottopone al Governo Monti:

1. l’attuale Esecutivo vuole cancellare la delega o, invece, portarne avanti l’iter? Si tratta di una scelta preliminare a tutte le altre che potrà compiere nel welfare sociale, che definirà il perimetro dentro il quale prenderà forma l’azione governativa in materia.

2. se anche decidesse di non portarla avanti, quali posizioni intende assumere sui temi posti dalla delega? La delega infatti solleva questioni ineludibili sulle quali il Governo deve riflettere bene: criteri di accesso, lotta alla povertà, crisi dei servizi, ruolo delle prestazioni monetarie e altri ancora.

Nello svolgimento degli eventi politici, che hanno portato dal Governo Berlusconi quello Monti, il testo del decreto-legge “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, noto come decreto “Salva Italia” fra le molte misure assunte dal precedente Esecutivo, si è anche agito sulla “clausola di salvaguardia” da cui derivava il disegno di legge delega di riforma fiscale e assistenziale oggetto del presente Rapporto. Il Governo Berlusconi aveva previsto che qualora la delega non fosse stata attuata, i risparmi dovevano essere ottenuti attraverso tagli lineari dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale del 5% nel 2012 e del 20% a partire dal 2013. La Manovra del Governo Monti, invece, agisce sulla clausola di salvaguardia abrogando i tagli lineari delle agevolazioni fiscali e sostituendoli con l’aumento delle aliquote IVA di 2 punti dall’ottobre 2012 e di un ulteriore mezzo punto nel 2014. L’aliquota del 21% passerebbe al 23,5 a regime, quella del 10 al 12,5. L’introito stimato è di 3,2 miliardi nel 2012; 13,1 miliardi nel 2013; 16,4 miliardi dal 2014. La Manovra di Monti mantiene però la clausola di salvaguardia: se si vorranno evitare gli aumenti IVA del 2013 e 2014, si dovranno approvare provvedimenti in materia fiscale e assistenziale per un risparmio

complessivo pari all’introito IVA “aumentata” del 2013 e 2014 (13,1 + 16,4 miliardi).

Ancora una volta il quesito da sottoporre ai decisori pubblici è quello relativo all’ineluttabilità di politiche tutte improntate ad un approccio lacrime e sangue per le fasce più vulnerabili dei cittadini e che nella peggiore delle ipotesi possono contribuire ad accentuare gli aspetti recessivi del sistema economico.

Da questo punto di vista una proposta alternativa di riforma che tenga conto del prerequisito dell’ equità e che, al tempo stesso, possa muoversi entro i limiti definiti dalle risorse disponibili è stata elaborata dell’Istituto della Ricerca Sociale di Milano.

I punti focali di questa riforma prevedono per il sostegno monetario alle famiglie con figli la sostituzione delle attuali prestazioni con un assegno alle famiglie con minori, non categoriale ma universale, selettivo sulla condizione economica e complementare all’incremento della offerta di servizi e a politiche di conciliazione dei tempi di lavoro e cura. La razionalizzazione dei trasferimenti alle famiglie sarebbe in grado di liberare circa 3 miliardi di euro da destinare al potenziamento di asili nidi e scuole materne e all’integrazione dei redditi delle famiglie più povere.

Per le politiche di contrasto alla povertà viene proposta l’introduzione di un “reddito minimo di attivazione”, misura universalistica che contempla sia integrazioni economiche alle famiglie che servizi di inserimento. L’unificazione degli istituti attuali e l’attuazione dell’universalismo selettivo porterebbe a liberare tra i 4 miliardi e i 5 miliardi, secondo una stima della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale, da destinare all’integrazione ai redditi e allo sviluppo dei servizi territoriali.

Per gli anziani non autosufficienti si propone di sostituire l’indennità di accompagnamento con una “dote di cura” che preveda fasce distinte in base a livello di gravità e a condizione economica dell’anziano e della sua famiglia. La possibilità di scelta fra la soluzione monetaria e la possibilità di usufruire di servizi di cura. La riforma può essere effettuata senza ulteriori risorse rispetto a quelle attuali dell’indennità di accompagnamento (13,2 mld di euro), mentre risorse aggiuntive sono necessarie per potenziare la rete dei servizi (domiciliari, residenziali e territoriali). Si prevede anche di defiscalizzare gli oneri per le badanti per la regolarizzazione dei contratti e la qualificazione del lavoro professionale.

Nel suo insieme la riforma possiede tre aspetti di forte innovazione. Non comporta un aumento delle risorse ma esclusivamente una loro redistribuzione tra le diverse aree del welfare con una significativa quota dei 54 miliardi di euro, attualmente gestita dall’Inps e assorbita dai trasferimenti monetari, destinata a passare a Regioni e comuni. Non prevede un’accentuazione della pressione fiscale fatta eccezione, per un modesto contributo a valere sulle pensioni in funzione di un maggior finanziamento dei servizi per la non autosufficienza. Punta decisamente al rafforzamento del sistema dei servizi territoriali come un volano dello sviluppo locale: la crescita della domanda e dell’offerta dei servizi può infatti creare occupazione e determinare anche l’emersione di una larga fascia di lavoro nero ed informale.

(Alfredo Amodeo)

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