La recessione è donna (ma anche la ripresa)

Il Ministro del lavoro e del welfare Elsa Fornero, foto tratta da http://www.rainews24.it

In italiano sia la parola recessione che la parola ripresa sono femminili, non è un caso. L’attuale recessione economica non ha colpito tutti ugualmente e la prossima ripresa, se ci sarà, dipenderà da come saranno colmate le differenze attualmente esistenti non solo tra diversi ceti sociali o aree geografiche ma anche tra generi. E’ una questione importante da affrontare nel momento in cui in Italia si discute una riforma del mercato del lavoro ad un tavolo in cui siedono, apparentemente in posizioni importanti, tre donne: il Ministro del lavoro, la presidente di Confindustria ed il Segretario generale del maggiore sindacato. Per discutere di questo tema ci aiuteremo parlando del caso americano, affrontato in questo articolo di Francesca Bettio su ingenere.it. 

1. In inglese è meno chiaro se la parola recession sia maschile o femminile e la questione non appassiona solo i linguisti ma ha a che fare con le politiche: nei primi anni della crisi si diceva che avesse colpito più duramente gli uomini che sono la stragrande maggioranza di quelli che lavorano nei settori delle costruzioni e delle infrastrutture, i primi ad essere colpiti. In seguito però è emerso un altro dato: via via che venivano coinvolti nella crisi molti settori dei servizi e del welfare, la disoccupazione femminile si faceva sentire più duramente. In Italia questo quadro è ancora più nero. Già l’occupazione femminile è molto più bassa rispetto al resto d’Europa e il welfare assai più debole proprio  nel settore della cura delle persone che finisce per gravare tutto sulle spalle delle donne. In più le politiche di austerità approvate già sotto il governo Berlusconi, come scrisse qui Cecilia D’Elia, aggravano sia questo carico che la disoccupazione femminile.

2. Ma torniamo al caso americano. Poche settimane dopo l’insediamento, il presidente Obama ed il Congresso allora a maggioranza democratica approvarono l’ American Recovery and Reinvestment Act(Arra) il cui obiettivo iniziale era far riprendere gli investimenti in infrastrutture fisiche: ponti, strade, ferrovie, energie alternative. Fu pubblicizzato con l’espressione “investimenti badile in mano”. In realtà, grazie anche alle pressioni delle associazioni femminili, l’equilibrio si spostò gradualmente da questi settori (che alla fine assorbirono solo il 17% della spesa) a quelli delle infrastrutture sociali  – istruzione, sanità e servizi sociali, dove prevale l’occupazione femminile –  che secondo Francesca Bettio “sono stati pari al 20% e sono andati a ripianare il debito dei vari stati in questi ambiti (..) Per giunta, circa metà della grossa fetta destinata al taglio delle tasse ha avuto come target la popolazione anziana o a basso reddito, due segmenti ad alta presenza femminile”. Le stime sull’impatto di questa manovra sul Pil sono diverse ma variano tra l’1,5% ed il 4,1% in più. Le politiche dell’amministrazione Obama sono state, certo, anche altro e non del tutto positive. Però c’era anche questo.

3. Cos’è successo dall’altro lato dell’Atlantico? Francesca Bettio fa un quadro interessante delle politiche d’austerità messe in atto nell’ultimo anno in ben 19 paesi. Ebbene, scrive la Bettio, “Su un campione di 19 paesi europei l’elenco delle più importanti misure di austerità già varate o concordate per i prossimi anni include, dal lato della spesa, riduzioni o congelamenti di stipendio dei dipendenti pubblici (11 paesi); riduzione o blocco del personale nel settore pubblico (9 paesi); riforme delle pensioni che comportano l’allungamento dell’età pensionabile per uomini e donne o la parificazione per le donne (8 paesi); tagli o restrizioni a sussidi o servizi di cura (8 paesi); riduzioni delle agevolazioni agli affitti o degli assegni familiari (6 paesi). Dal lato delle entrate 6 paesi hanno previsto aumenti di tasse, 5 aumenti dell’Iva, 2 aumenti del corrispettivo dovuto dall’utente per servizi pubblici sussidiati, dalle prestazioni sanitarie ai trasporti (Bettio et al. 2011). L’Italia non è inclusa nei 19 paesi cui si riferisce questo elenco, ma molte delle misure contenute nelle manovre finanziarie del 2011 figurano nel medesimo.” Alla faccia di chi crede che non esista una politica fiscale comune europea. Esiste, ma è molto conservatrice. Gli effetti sul Pil di queste manovre sono, al contrario di quanto detto per l’America, di varia entità ma quasi sempre in negativo.

4. Cosa c’entra tutto questo con il dibattito sul mercato del lavoro? La legislazione sul lavoro aiuta a dividere meglio il lavoro che c’è e può renderlo più o meno tutelato e remunerato. Questo ha ovviamente effetti sia sulla domanda di beni che sulla produttività. In Italia gli anni del precariato di massa hanno coinciso anche con un drastico calo della produttività per i motivi che scrivemmo qui. Oltre alla legislazione sul lavoro, però, incide sui livelli di occupazione anche la domanda di lavoro: cioè di quanti lavoratori hanno bisogno le aziende e le istituzioni pubbliche in base a quanto devono produrre o a quanti servizi devono offrire. Su questo le politiche pubbliche hanno effetti notevoli. Semplifichiamo per chiarire: gli investimenti in welfare e in istruzione fatti in America hanno tutelato l’occupazione femminile producendo anche nuova crescita, l’austerità e la compressione del welfare attuati in Europa hanno prodotto l’effetto contrario. Scrive la Bettio: “laddove pesanti manovre di austerità hanno già cominciato a sortire effetti, le ripercussioni sull’occupazione femminile non sono di buon auspicio. In Spagna, Grecia e Portogallo, in particolare, il tasso di occupazione femminile è diminuito più di quello maschile nell’ultimo trimestre per cui si dispone del dato”

5. In più le misure “per la crescita” approvate finora dal governo sono ispirate al principio di liberare le imprese e permettergli di fare più investimenti. Un esempio sono appunto le nuove norme sul mercato del lavoro ma anche gli sgravi fiscali per le assunzioni già approvate. E’ questo il tema trattato da Luciano Gallino su La Repubblica di domenica. Siamo sicuri, si chiede lo studioso di lavoro, che questa sia la strada giusta? Si tratta infatti di politiche che non possono distinguere tra settori: basta che si crei un posto di lavoro, poi che si tratti di una laureata che fa hamburger in un fast food o della stessa laureata che mette a frutto le sue competenze fa poca differenza. Si crea lavoro ma non è detto che si crei crescita per il paese. Gallino sostiene l’opportunità di fare un massiccio investimento pubblico per la creazione diretta di posti di lavoro finanziato con il taglio delle grandi opere e la patrimoniale. Si tratterebbe di un milione di posti di lavoro a 15mila euro lordi l’anno, con un costo di 15 miliardi di euro. L’obiettivo sarebbe quello di investire in settori come “il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza (la metà), la ricostruzione degli ospedali obsoleti (forse il 60%)”. Si tratta di trovare tanti soldi e di creare lavori quasi tutti maschili ancorché essenziali per il Paese, forse molto più dell’Alta Velocità. Ma perché non pensare invece di invertire la tendenza e, come ha spiegato qui Alfredo Amodeo, riorganizzare l’attuale spesa del welfare per aumentare l’offerta di servizi pubblici? Sarebbe un modo per tutelare molti posti di lavoro oggi occupati prevalentemente da donne, spesso molto precarie e mal pagate. E poi anche un modo per permettere a molte altre donne di lavorare in altri settori, sollevandole dal peso esclusivo della cura di bambini, anziani e non autosufficienti. Le proposte per lo sviluppo del Sud fatte dal Ministro Barca e citate da Francesca Bettio vanno proprio in questo senso:  l’investimento in servizi per bambini e anziani è fra le misure qualificanti, con tanto di obiettivi da perseguire e verificare. E se fossero il modello per far ripartire tutto il Paese cambiando l’attuale modello di sviluppo economico ed i rapporti tra i generi?

(Mattia Toaldo)

7 commenti

Archiviato in Donne, economia

7 risposte a “La recessione è donna (ma anche la ripresa)

  1. eva maio

    Che sia una donna a distruggere le scelte di vita di altre donne,
    dipendenti, pensionande di ogni settore,
    che lo faccia vestita da professora col solo filo di perle,
    che lo faccia un po’ dura un po’ in lacrime,
    che lo faccia in stile tecnocratico,
    che lo faccia a nome dei poteri forti,
    che lo faccia dicendo che è a fin di bene come i papi, i vescovi, i preti,
    che lo faccia a parole laicamente
    ma con un sola precisa ideologia in testa
    mi indigna.

    Che lo faccia sputandoci addosso la favola che è per i giovani
    mi fa porre la domanda antica
    se certe persone abbiano l’anima
    e se ne fossero dotate quanto in essa
    pesino le falsità che raccontano.

  2. Francesca Marta

    Credo che qualunque politica del lavoro debba essere accompagnata da misure (molte delle quali già ampiamente esistenti e del tutto inattuate) di tutela della dignità del lavoro e del lavoratore/lavoratrice, di promozione della coesione sociale, del senso di appartenenza a una compagine collettiva, della responsabilità individuale nell’esercizio delle proprie funzioni, del rispetto dei diritti dei lavoratori/lavoratrici. In altre parole, non c’è politica del lavoro che tenga se la legge sui congedi parentali non viene realmente e seriamente applicata, se i padri in congedo parentale prendono percentuali ridicole di stipendio, se i servizi di cura non funzionano, se esistono ancora le dimissioni in bianco per le lavoratrici in età fertile, se le procedure per ottenere un assegno di accompagno durano due anni, se il corporativismo di certe categorie non viene adeguatamente mitigato da un sistema di relazioni industriali che funzioni, se le gare d’appalto pubbliche continuano ad essere improntate a un principio di riduzione indiscriminata dei costi, a favore dell’arricchimento di pochi e a danno della sicurezza e della salute dei lavoratori/lavoratrici; se non si produce una legislazione adeguata sulla redistribuzione degli utili delle aziende (oltre che una giusta e sacrosanta imposta patrimoniale), se non si sanzionano realmente i comportamenti di illegalità diffusa (dalle frodi fiscali grandi e piccole, alle frodi sulle esenzioni da ticket piuttosto che sui diritti ai contrassegni di invalidità), ecc. ecc.

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