La “flessibilità in uscita” è la soluzione?

Angela Merkel, nella "sua" Germania sembra esserci meno disoccupazione che da noi. Foto tratta da http://www.investireoggi.it

Si è tornato a discutere negli ultimi giorni di riforma del mercato del lavoro e si fanno sempre più insistenti i richiami ad una maggiore “flessibilità in uscita”, quasi un eufemismo per riformulare in maniera più morbida la berlusconiana “libertà di licenziamento”. Un po’ di statistiche e uno sguardo oltre le Alpi forse possono aiutare a condurre un dibattito un po’ più sano e meno superficiale di quello attuale bene esemplificato da questo editoriale di Eugenio Scalfari. Il fondatore di Repubblica chiedeva alla Cgil di smetterla di dire sempre no alla riforma del mercato del lavoro e di pensare all’interesse generale. Parliamo di interesse generale allora e cerchiamo di essere realisti, cioè di guardare alla realtà nella sua complessità.

Mentre l’attenzione dei media e del dibattito politico si focalizzava sullo “spread” tra tassi di interesse tedeschi e italiani, c’era un altro differenziale che andava rafforzandosi: in Germania la disoccupazione è addirittura diminuita secondo i dati pubblicati in questi giorni, mentre in Italia è aumentata soprattutto tra i giovani.  Vediamo quali spiegazioni si danno di questo fenomeno e quali domande potremmo porci in Italia.

1. Si cita spesso, a proposito di mercato del lavoro tedesco, la riforma fatta all’inizio degli anni Duemila dal governo rosso-verde così sintetizzata da Riccardo Pennisi su Aspenia online: “Le riforme, rafforzate negli anni successivi dalla “grande coalizione” CDU-SPD, prevedono da un lato l’esenzione del pagamento dei contributi per chi assume lavoratori part-time a basso salario e generosi sconti fiscali per chi vuole proporsi come piccolo imprenditore a basso reddito. Dall’altro, un deciso taglio dei sussidi di disoccupazione, accompagnato da un inflessibile meccanismo sanzionatorio per chi non rispetta i tempi o non accetta lavori “ragionevoli” anche a salario più basso del precedente. Il tutto sotto il controllo di un’agenzia pubblica, che si occupa anche di mettere in contatto l’offerta e la domanda di lavoro.” Tutto vero, ma non ci si deve fermare qui nell’analisi del modello tedesco perché ci sono anche altri fattori.

2. In primo luogo, le riforme tedesche hanno ridotto un sistema di protezione dalla disoccupazione che era già molto più generoso di quello italiano e che sotto molti aspetti tale rimane tuttora: oltre all’assegno di disoccupazione (il vero e proprio Arbeitslosengeld), c’è anche la prestazione del Sozialgeld per chi è decisamente “escluso” – non avendo mai lavorato o non potendolo fare – e per i minorenni. Insomma, in Germania esiste un sistema che garantisce un minimo vitale, una sorta di reddito minimo di esistenza. In secondo luogo, la “flessibilità in uscita” tedesca misurata dall’OCSE è molto minore di quella italiana: liberarsi di un lavoratore in esubero in Italia è molto più facile che in Germania. L’indice di “strictness of employment protection” è pari a 1,77 da noi e a 3 in Germania  (più è alto il numero e maggiore è la protezione) e si misurano i contratti a tempo indeterminato! Si dice spesso che solo da noi c’è l’articolo 18 ma, stando a quanto scrive lo stesso giornale di Scalfari, in Germania c’è qualcosa di molto simile: ” L’imprenditore che voglia licenziare un dipendente deve comunicarlo al consiglio di azienda. Se il sindacato riterrà non fondato il provvedimento, il dipendente ha il diritto di rimanere al suo posto fino al termine del processo. Se poi il giudice stabilisce che effettivamente il licenziamento non era giustificato, l’imprenditore ha l’obbligo di reintegrare il dipendente in organico. ” E questa è un’altra componente fondamentale del “modello tedesco” che qui da noi si tende a sottovalutare: come spiega qui Ugo Pagano “Una delle sue caratteristiche fondamentali è la codeterminazione nelle imprese con un numero superiore a 500 addetti, che prevede una rappresentanza paritetica dei lavoratori nell’organo in cui si prendono decisioni strategiche e si scelgono i manager che le eseguono. La codeterminazione ha indubbiamente favorito le caratteristiche positive cui si fa spesso riferimento nel dibattito italiano.”

3. Recenti inchieste  tra gli imprenditori italiani (Unioncamere, citata sempre da Repubblica di ieri) hanno dimostrato come il motivo per cui non procedono alle assunzioni non è la presunta rigidità del mercato del lavoro. Se questo fosse vero, assisteremmo a licenziamenti in massa di dipendenti a tempo indeterminato e alla loro sostituzione con lavoratori con contratti precari, facilmente licenziabili: basta fare contratti molto brevi e non rinnovarli in caso di crisi. Le scarse assunzioni e i molti licenziamenti in Italia sono dovuti soprattutto alla scarsità della domanda di beni e servizi (forse perché una fetta consistente della popolazione si sta impoverendo da più di un decennio?), alla difficoltà di reperire credito a costi ragionevoli per fare investimenti, alla lentezza del nostro sistema giudiziario che rende molto difficile recuperare un credito in tempi brevi, alle inefficienze del nostro sistema pubblico che paga in ritardo le proprie forniture. Su quest’ultimo punto il governo Monti, non a caso, ha sbloccato diversi miliardi di euro di pagamenti.

4. Forse allora il sistema tedesco ha funzionato meglio sul lato dell’occupazione anche per altri fattori, oltre alla riforma del mercato del lavoro. Vediamone alcuni aiutandoci con questo articolo del New York Times e con quest’altro  di Stefano Casertano su Aspenia. In primo luogo, molti dei posti di lavoro tedeschi sono a bassissimo reddito: 400 euro al mese. Sono i cosiddetti “mini-job” che coinvolgerebbero oltre 7 milioni di tedeschi. Non a caso, le disuguaglianze in Germania sono aumentate molto rapidamente negli anni successivi alla riforma del governo rosso-verde e tuttavia sono ancora minori rispetto al caso italiano: lì un manager guadagna 11-12 volte quanto la sua forza lavoro, difficilmente paragonabile con la situazione italiana dove Marchionne guadagna anche centinaia di volte il salario dei suoi operai.

5. Ma non finisce qui: in Germania sono stati fatti ingenti investimenti pubblici in politica industriale, per esempio nel settore delle energie rinnovabili. Gli studenti tedeschi hanno considerevoli livelli di preparazione nelle materie scientifiche secondo le indagini internazionali Pisa. Quelli italiani no. L’1% più ricco delle famiglie tedesche guadagna l’11% di tutto il reddito, una statistica che non è variata molto dal 1970. In Italia invece le indagini della Banca d’Italia ci dicono che la quantità di ricchezza in mano al 10% più ricco della popolazione è aumentata di quasi il 2% durante gli anni della crisi. C’è poi da considerare la bilancia commerciale: da quando c’è l’Euro, come va ripetendo da mesi Romano Prodi, i tedeschi esportano molto di più di quanto importano. E’ forse questo l’elemento cruciale della crescita tedesca, e non la riforma del mercato del lavoro fatta nei primi anni Duemila.

Possiamo certamente aver letto male i dati e se tra i nostri lettori c’è qualcuno che ha un’interpretazione migliore siamo pronti ad essere smentiti. Il nodo cruciale però è che il dibattito attuale in Italia (e in altri Paesi europei) è molto ideologico e superficiale: si afferma che si possa crescere non con una politica di investimenti pubblici come in America ma diventando più “competitivi” (vedi qui l’articolo de Il Foglio) e cioè riformando le pensioni come già fatto e riformando il mercato del lavoro come ci si appresta a fare. Eppure proprio un’analisi più approfondita del “modello tedesco” induce a dare una risposta più complessa: le riforme del mercato del lavoro possono produrre nuove disuguaglianze mentre la crescita – anche quella tedesca – è il risultato di sistemi di gestione più democratici, di disuguaglianze storicamente più basse, di livelli di istruzione più alti, di politiche industriali più oculate e maggiori investimenti in nuovi settori. Nel successo tedesco conterà anche un po’ il fatto che, per esempio, le sue industrie automobilistiche stanno investendo su motori innovativi ed ecocompatibili mentre la Fiat di Marchionne va in tutt’altra direzione? E poi: vale la pena aumentare le disuguaglianze per inseguire una crescita fragile o non è forse il caso, come suggerisce questo rapporto Ocse, di pensare alla lotta alle disuguaglianze come alla chiave per una crescita diversa? E questa la si fa, come dice Scalfari, solo con il sistema fiscale o anche cambiando i rapporti nel mondo del lavoro e producendo cose diverse?

(Mattia Toaldo, con la preziosa consulenza di Riccardo Pennisi, Jacopo Rosatelli e Federico Tomassi)

3 commenti

Archiviato in economia, Europa, Uncategorized

3 risposte a “La “flessibilità in uscita” è la soluzione?

  1. Cristian perniciano

    Complimenti, articolo molto molto interessante.

  2. Pingback: Quanto costa la precarietà | Italia2013

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