Il vento che soffia dal sud. Il Mezzogiorno perso tra recessione e ribellismo

Il porto di Napoli. Foto tratta da http://www.porto.napoli.itIl porto di Napoli. Foto tratta da http://www.porto.napoli.it

Se sul reale spirito di cambiamento del Movimento dei forconi si possono nutrire dubbi per le biografie delle persone che si sono fatte promotrici delle azioni di protesta, è altrettanto evidente come questi eventi segnalino la rottura nel Mezzogiorno di equilibri politici e sociali.

Tutte le analisi socio-economiche condotte negli ultimi anni descrivono infatti un’Italia in cui coesistono un Nord con livelli di benessere in linea con la realtà europea e un Sud con rischi di povertà o esclusione prossimi a quelli del Nord Africa.

In base alle valutazioni del Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2011 il Pil del Mezzogiorno nel 2010 è aumentato dello 0,2%, in controtendenza rispetto al -4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+1,7%). Negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, -0,3%, a fronte del +3,5% del Centro-Nord. A testimonianza del permanente squilibrio strutturale nel 2010 gli occupati in Italia sono stati 22 milioni 872mila unità, con un tasso di disoccupazione del 13,4% al Sud e del 6,4% al Centro-Nord, e con un saldo negativo di 153mila rispetto al 2009, di cui 86.600 nel solo Mezzogiorno. In questa area dunque pur essendo presenti meno del 30% degli occupati italiani si concentra il 60% delle perdite di lavoro. Il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%). Ma nel Mezzogiorno in pratica il crollo occupazionale si concentra tutto in questa fascia (-14,7%): in quest’area geografica lavora meno di un giovane su tre. Situazione è ancor più drammatica per le giovani donne, ferme nel 2010, al 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%).

Circa il 30% dei laureati meridionali, sotto i 34 anni, non lavora e nel contempo ha abbandonato il sistema formativo, ritenendo inutile un ulteriore aumento del livello di istruzione. Chi vive nel Mezzogiorno si trova, peraltro, sempre più in difficoltà a conquistare una propria autonomia, penalizzato da un sistema sociale bloccato. Una massa consistente di giovani vive al tempo stesso il paradosso d’essere la parte più avanzata della società meridionale e la dipendenza dai trasferimenti della famiglia. Negli ultimi anni il peso crescente delle difficoltà oggettive di affermazione professionale (disoccupazione, lavoro precario e reddito insufficiente) si è fatto sentire con particolare intensità sulla possibilità di uscita dal nucleo familiare nella fascia d’età 25-34, la percentuale di persone che vivono con i genitori sia inferiore al 40% in quasi tutte le regioni del Nord e superiore al 50% in quasi tutte quelle del Sud, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto all’inizio degli anni ‘90. Per questo solo nel 2009 sono partiti in direzione del Centro-Nord circa 109 mila cittadini. Le aree più colpite dalla ripresa dei flussi migratori sono state Napoli (-108 mila), Palermo (-29 mila), Bari e Caserta (-15 mila). Per quanto riguarda la povertà nelle regioni settentrionali la percentuale di persone a rischio (14 per cento nel Nord-Est e 15,6 per cento nel Nord-Ovest) è analoga a quella della Svezia e della Finlandia, mentre nelle regioni del Mezzogiorno ha valori altissimi (44,4 per cento nelle Isole e 38,7 per cento nel Sud). Per la spirale negativa di queste dinamiche demografiche ed economiche, il Mezzogiorno è destinato a trasformarsi in una delle aree con il peggior rapporto tra anziani inattivi e popolazione occupata. Nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro. Nel 2050 gli under 30 al Sud passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5, mentre la quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà dall’attuale 8,3% al 18,4%. In pratica uno tsunami demografico.

(Alfredo Amodeo)

5 commenti

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5 risposte a “Il vento che soffia dal sud. Il Mezzogiorno perso tra recessione e ribellismo

  1. costanza

    apprezzo sempre molto i vostri articoli. sono ben scritti, documentati e acuti. nulla da dire sul merito. però “le persone che si sono fatti promotori” sarebbe da correggere, che dite?

  2. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Pingback: Perché il sud non cresce (e l’articolo 18 non c’entra) | Italia2013

  4. Pingback: Perché il sud non cresce (e l’articolo 18 non c’entra) « Martino Massimiliano Trapani, MD

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