Invece della “cura greca”

- Keynes, sei fuori moda e inutile. L'economia moderna ti ha superato - oddio, sto cadendo dal dirupo. Salvami Keynes! - ti ho preso. - Grazie - come dicevo, Keynes, non sei di nessuna utilità!

Mentre Atene brucia sono in molti  a chiedersi se la via crucis imposta alla Grecia sia l’unica via d’uscita alla crisi debitoria del paese. Senza inoltrarci nell’enorme questione democratica sollevata dai famigerati “diktat della troika” imposti al parlamento ellenico e dallo svuotamento delle istituzioni elette,  proviamo a concentrarci sull’analisi di queste manovre e sulle possibilità che esse sortiscano un effetto positivo.

 

Qualche tempo fa Krugman sul New York Times citava Keynes: “il momento giusto per l’austerità al Tesoro è l’espansione, non la recessione”. In questi anni di crisi economica J. M. Keynes è stato tirato in ballo mille volte, sia nel mondo accademico, sia nel dibattito pubblico. Quello che è sconcertante è quanto poco questo abbia influito sulle decisioni politiche. L’Europa in particolare persevera nella scelta dell’austerità, delle politiche fiscali restrittive per i Paesi membri, del rifiuto dell’espansione monetaria a livello centrale. Proprio in questo senso va – purtroppo – il patto fiscale europeo del 30 gennaio. Ulteriore sconcerto viene dal fatto che,  almeno nel nostro Paese, questo non viene discusso come fosse materia della politica, quale è, ma esclusivamente come questione “tecnica”, come scelta senza alternative, come elemento non sottoponibile al dibattito politico e valutazioni di merito. Se questo è un problema non solo italiano, bisogna però riportare qualche caso positivo in giro per l’Europa: si veda ad esempio questa intervista a Cohn-Bendit su Libération (risale a poco prima della firma del trattato), in cui si sottolinea proprio la “politicità” delle scelte europee e l’esistenza di alternative (sempre rimanendo saldamente europeisti e senza considerare l’ipotesi di abbandono dell’Euro) nonché di margini di decisione per gli Stati.

Cosa prevede il fiscal compact?

L’Unione Europea ha approvato principalmente due regole: la prima è il divieto per il disavanzo delle pubbliche amministrazioni di superare lo 0,5% del Pil (quindi una forma di obbligo al pareggio di bilancio); la seconda stabilisce il percorso di riduzione del rapporto debito/Pil (dovrà ridursi ogni anno di 1/20 della distanza che lo separa dal livello auspicato del 60%).

Entrambe le decisioni ci sembrano suicide. Ridurre il debito pubblico significa adottare politiche restrittive, cioè che contraggono domanda e produzione (il caso greco è tristemente illuminante sulle conseguenze delle strategie restrittive e… punitive. Su quest’ultimo punto torniamo in conclusione). Siamo già in una situazione di tassi di crescita bassissimi e di nuovo declinanti, come si vede dal grafico qui sotto (fonte Istat http://www.istat.it).

Persino le agenzie di rating hanno iniziato a esprimere preoccupazione per l’assenza di crescita nel nostro Paese, cosa che suona piuttosto curiosa, essendo le stesse che determinano in gran parte l’allarme sulla rischiosità dei titoli di stato dei Paesi fortemente indebitati. Ma indicativa, dal momento che ci si può immaginare che anche gli analisti di queste istituzioni stiano riconoscendo il fallimento di politiche interamente volte a non produrre debito pubblico.

Una crescita molto bassa come quella che abbiamo oggi è, inoltre, di per sé, un impedimento al raggiungimento dell’obiettivo relativo al rapporto debito/Pil. Crescita vorrebbe dire più risorse per ripagare il debito: più il denominatore cresce, più il valore della frazione diminuisce… Il rispetto della regola di riduzione del rapporto di 1/20 all’anno è cosa ben diversa se siamo in contesto di crescita normale o con gli attuali tassi di crescita (coma calcola Giuseppe Pisauro su lavoce.info: partendo dal 120% di rapporto debito/Pil, sotto l’ipotesi di bilancio in pareggio – questione su cui ci soffermiamo tra poco- è sufficiente che il Pil nominale cresca del 2,5%, che non è un tasso di crescita molto elevato in tempi normali. Ma, se confrontiamo questo con i numeri del grafico qui sopra, ci accorgiamo che non siamo affatto in tempi normali.)

Un’altra questione è: serve questo a frenare la speculazione sui titoli di stato? Ovvero, politiche fortemente restrittive dal lato della spesa pubblica e politiche che comprimono i redditi (soprattutto delle fasce più basse della distribuzione) servono a convincere gli investitori che il rischio che un paese non ripaghi il suo debito sia fortemente ridotto? No. Come già uno di noi due aveva scritto in risposta ai commenti a un precedente post una soluzione drastica del problema sarebbe una garanzia automatica e certa da parte dell’UE dei debiti degli Stati membri. Ad esempio è stato proposta, per un breve momento anche dal governo francese,la trasformazione dell’attuale “fondo salva-stati” in una vera e propria banca che possa comprare titoli di stato dei Paesi membri (questo permetterebbe di superare il problema da molti sollevato della riforma dello statuto della BCE); oppure, come ipotizzato da alcuni parlamentari europei, come il capo dell’eurogruppo liberale Guy Verhofstadt, l’emissione di Eurobond che coprano i debiti pubblici eccedenti il 60%.

Il secondo provvedimento del patto fiscale prevede il pareggio dei bilanci pubblici. Che il finanziamento della spesa pubblica avvenga in disavanzo, ovvero con lo Stato che si indebita per coprire tutte le uscite, è la norma delle economie moderne. Tra l’altro, questo non pone sempre problemi, che sorgono solo sotto specifiche condizioni:  non è esclusivamente determinante lo squilibrio debito/pil, ma, ad esempio, anche quanta parte di questo debito sia detenuta da investitori stranieri. Si veda il caso giapponese, dove un elevato debito pubblico si accompagna a un avanzo delle partite correnti (scarso indebitamento con l’estero): in questo caso non si verificano le tensioni sui mercati finanziari e il rialzo dei tassi di interesse che vediamo nel caso europeo.

Imporre una volta per tutte il pareggio di bilancio significa per uno Stato rinunciare a uno strumento fondamentale del suo funzionamento, utilizzato in qualunque epoca, che è soprattutto necessario per emergere da situazioni recessive. Nell’articolo sopra citato, inoltre, Pisauro rileva che il pareggio di bilancio come regola per il futuro non sarebbe necessario in vista delle previsioni di riduzione del debito, a maggior ragione, se si optasse per politiche più favorevoli alla crescita.

Il pareggio di bilancio era una norma seguita dagli Stati quando questi avevano monete auree, cosa che non è più pertinente nel caso delle nostre econome: scegliere di aumentare o diminuire la quantità di moneta in circolazione è una scelta con un contenuto tanto tecnico quanto politico.

Ed infatti è tutta di natura politica la resistenza del governo tedesco all’introduzione di un meccanismo di salvaguardia comunitario sui titoli di stato. La coalizione guidata dalla Merkel ha cementato il proprio residuo sostegno tra l’opinione pubblica tedesca attraverso un pericoloso messaggio di  rifiuto nell’accollare alla Germania il ruolo di perno e sostegno dei debiti degli altri Paesi europei.

Non solo, essa ha preteso di imporre, in questo seguita da buona parte delle miopi classi dirigenti degli altri stati UE, come unica via i uscita dalla crisi dei debiti l’adozione di misure di austerità tese a ridurre in tempi brevi i deficit e, in un arco temporaneo più lungo, i debiti accumulati. Come già detto in precedenza, l’insieme di queste azioni si sta dimostrando fallimentare: la contrazione della spesa pubblica infatti è la principale causa della riduzione di consumi ed investimenti; ciò ovviamente comporta una simultanea diminuzione della base imponibile e quindi delle entrate fiscali dirette ed indirette, rendendo impossibile il tanto agognato pareggio di bilancio.

Ci sarebbe qui da soffermarsi inoltre sul fatto che si stia dando per scontato che l’eccessivo indebitamento degli Stati europei sia dovuto a un eccessivo peso del welfare, ma per questo rimandiamo al post di Mattia Toaldo su questo stesso blog, che affronta proprio questo tema.

Le soluzioni fin qui proposte, ispirate a un fantomatico criterio di “crescita austera”, non hanno mai affrontato i gravi squilibri esistenti nell’area Euro: la moneta unica, nata per garantire la stabilità economica e finanziaria dei paesi membri, accompagnata da politiche esclusivamente restrittive, si è trasformata in una gabbia per le economie più deboli; i deficit pubblici sono accompagnati da ancora più preoccupanti deficit delle partite correnti e commerciali; l’impossibilità di una politica monetaria accomodante in situazioni di crisi si è rivelata un ostacolo troppo grande per le economie degli stati periferici, i famosi PIGS, le cui classi imprenditoriali si sono dimostrate incapaci di tenere il ritmo, soprattutto nel campo dell’innovazione, dei loro concorrenti.

Nessuno qui vuole cantare le lodi della liretta e delle svalutazioni competitive, che troppo spesso nei decenni passati hanno sopperito alla mancanza di innovazione del sistema produttivo italiano; è però innegabile che il problema economico europeo necessiti di una soluzione politica che si faccia carico di questo disequilibrio.

Economie così interdipendenti come quelle europee hanno bisogno di una seria politica economica comune e concertata, che è cosa ben diversa da vincoli sempre più rigidi ai bilanci pubblici e alla quantità di moneta in circolazione.

Serve una più decisa espansione monetaria a sostegno della ripresa economica dell’area euro e del finanziamento del debito, come sostiene Paul Krugman in una recente intervista su Le Monde, in cui sostiene che l’Europa abbia bisogno di una politica monetaria ancora più espansiva di quella degli Stati Uniti e che di conseguenza sia necessario allentare le rigide scelte anti-inflazionistiche dell’UE.

La stessa Germania riceverebbe un durissimo colpo dal collasso del sistema europeo:  anche trascurando i  drammatici effetti sul suo sistema finanziario, ad oggi, essa fonda la propria prosperità sulle esportazioni, pari ad oltre un terzo del proprio PIL e rivolte per più del 60% verso altri paesi dell’area euro, che sicuramente diminuirebbero drasticamente se venisse meno la moneta unica.

Sembra che ormai sia diventata senso comune l’idea che gli stati che hanno elevati livelli di indebitamento siano quelli che “si sono comportati male”. Questo artificio retorico, che assimila la gestione della spesa pubblica di uno Stato al bilancio familiare, non deve essere confuso con un’analisi seria della questione. Può essere, come nel caso greco, che siano i controllori a non compiere il loro dovere, o i creditori a prestare troppo. In ogni caso, il giudizio negativo  su una classe dirigente  colpevole di una gestione scellerata del bene pubblico non può tradursi in una punizione collettiva per un intero popolo (sempre il buon Keynes metteva in guardia le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale dai pericoli dall’eccesso di riparazioni di guerra richieste alla Germania… Conosciamo invece il seguito della storia).

Al contrario servono politiche espansive coordinate tra i paesi, investimenti diretti negli stati maggiormente in difficoltà e politiche monetarie adeguate che supportino queste scelte mettendo da parte per alcuni anni l’ossessione antinflazionistica che fino ad ora ha guidatola BCE.

(Marco Gozzelino e Cecilia Navarra)

6 commenti

Archiviato in economia, Europa

6 risposte a “Invece della “cura greca”

  1. Cristian perniciano

    In fondo una stretta alla Grecia è l’equivalente di un aumento dell’inflazione, ma limitato ad un solo paese. O sarebbe meglio aumentare l’inflazione nell’area euro perchè un paese ha truccato i conti?

    Tra il 2010 e il 2011 sono stati assunti 25.000 dipendenti pubblici, in Grecia. Si sta cercando di non creare il precedente di una uscita dall’Euro.
    Potrebbe dichiarare default, ma poi non avrebbe i soldi per pagare pensioni e stipendi ai tantissimi dipendenti pubblici.

    Non ho un’idea precisa sulla situazione, anche perchè non sono riuscito a trovare nessuna proposta dei “contestatori” greci (anzi, se ne avete il link, in italiano, inglese o spagnolo).

    Semplicemente credo che sia follia credere che le persone che, indebitandosi, hanno portato un paese in questo baratro (i greci) possano, indebitandosi ulteriormente, uscirne. Davvero non riesco a spiegarmi tanto ottimismo.

  2. Cristian Perniciano

    L’articolo è quanto di più chiaro sia riuscito a trovare tra liberisti fomentati e signoraggisti del ritorno alla dracma.

    Alle prossime elezioni in Grecia molto probabilmente vinceranno gli stessi che la crisi l’hanno causata. Magari promettendo qualche assunzione pubblica(per dire).

    Ecco, io non permetterei a questa gente di indebitarmi, neanche indirettamente. Sarebbe da dire “Tu con l’indebitamento hai già dimostrato quanto riesci a far sviluppare l’economia”.
    Ed il problema è che a questo punto dal rischio-Grecia si passa al rischio-Ungheria.

  3. Marco Gozzelino

    Il piano imposto alla Grecia è il tentativo di mettere in atto una clamorosa deflazione interna, cioè compressione dei prezzi, a partire dalla riduzione dei salari, pubblici e privati. Questo dovrebbe rilanciare la competitività del sistema nell’illusione di rilanciare le esportazioni. Peccato che il problema sia proprio che la Grecia,e qui sta la differenza con l’Italia, sostanzialmente non abbia più un vero settore industriale da rilanciare. Nel frattempo crollano i redditi, i consumi, gli investimenti e le entrate fiscali.
    Inoltre una deflazione imposta in questa maniera rende inutile anche l’eventuale riduzione concordata dei debiti statali in mano alle banche estere e moltiplica il peso dei debiti privati greci.

  4. Valerio

    Inoltre questi non sono anni in cui sia facile arrivare ad una deflazione.
    Infatti tutti i paesi europei sono fortemente dipendenti da alcune materie prime (petrolio e derivati, gas metano, legname, rame, metalli non ferrosi, terre rare, gomma, prodotti alimentari in particolare ceralicoli ed ittici, alcune fibre tessili ecc.) che sono sottoposti ad una rapida e decisa crescita di prezzo, che a sua volta tende a generare inflazione, solo in piccola parte controllabile.

    Anche perché su molti prodotti ci sono problemi di speculazione, mentre per altri si tratta di scarsità e penuria, insufficenza della produzione, riduzione delle scorte, o instabilità politica nelle zone che li producono. Per non parlare del fatto che la domanda è in forte crescita, visto che i BRICS, paesi ormai capitalisti ma non neo-liberisti (e forse questo fattore ha la sua impostanza) sono comunque in crescita e iniziano ad accusare la crisi solo in questi ultimi mesi.

    Risultato, l’inflazione è incomprimibile e ormai strutturale poichè legata non alle logiche della produzione e del consumo interno, ma alle materie prime di base sia della produzione industriale sia della vita civile.

    Il risultato a mio avviso sarà che la Grecia andrà in recessione, senza però che si arrivi ad una deflazione, ma anzi mantenendo un tasso d’inflazione forse più basso del resto della zona euro, ma comunque non indifferente.
    (e questo vale per tutti i PIGS)

    Piuttosto Cristiano occorre chiedersi ma chi prestava i soldi alla Grecia nel 2007 era ubriaco o è senza colpe? Ed ancora mandare la Grecia in recessione serve a qualcosa? Ed ancora commissariare la democrazia greca perchè non si è dimostrata all’altezza è giusto, anzi è accettabile in una società democratica come dovrebbe essere la comunità economica europea?

    Insomma dire alla Grecia “o fai così o muori” è differente da dirgli “stai morendo, cosa pensi di fare, noi cercheremo di aiutarti e di venirti in contro”.
    Così come mi sembra abbastanza chiaro che l’austerità imposta alla Grecia dal 2008 (austerità piuttosto dura visto che, tanto per dirne una, la percentuale di bambini malnutriti in Grecia ha superato quello delle altre nazioni balcaniche e di molti paesi del medio oriente) non sta funzionando, la situazione invece di migliorare peggiora, e quindi forse la pillola proposta dalla troijka non era un aspirina, ma del curaro.

  5. Pingback: Politica corrotta e privato virtuoso? Mica tanto. | Italia2013

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