Immobile sarà lei. Perché in Italia se nasci povero ci rimani.

In questo paese una analisi seria da parte della classe dirigente sulla condizione di quotidiana precarietà cui sono condannati donne, giovani e meno giovani rispetto alla dimensione dei diritti sociali e del lavoro, continua a rimanere un’utopia. Siamo passati dalla polemica sui bamboccioni di Tommaso Padoa Schioppa alle esternazioni del trio Monti, Martone, Cancelleri, passando per quelle della triade Berlusconi, Sacconi, Brunetta. Uscite che hanno trasmesso un’idea umiliante di questo paese descritto come pigro e privo di dinamismo sociale ed economico. Un paese in cui i più giovani (ma non solo loro) non vorrebbero mai recidere il cordone ombelicale con la famiglia, desidererebbero rimanere parcheggiati all’università, avere la sicurezza del posto fisso e, per finire, difendere i privilegi assicuratisi negli anni attraverso l’articolo 18. In poche parole, punti di vista che sembrano rientrare, più che nel campo dell’analisi, in quello dell’illusionismo, ovvero dell’arte di sviare l’attenzione dirigendola verso un punto per distogliendola, una volta ancora, da altri.

1. Molti sanno, tranne, sembra, alcuni professori, come le cose non stiano esattamente in questi termini. Andando a spulciare le statistiche pubblicate da diverse ricerche si scopre infatti che in Italia le energie soggettive e sociali esistono. Ad esempio secondo dati Istat su 18mila dottori di ricerca, quasi 1.300 (il 7%) si sono spostati all’estero tra il  2009 e il 2010. Ma questi rappresentano solo una prima avanguardia degli Italiani che per motivi di lavoro o studio hanno lasciato il nostro paese. Secondo dati dell’Anagrafe Italiani Residenti Estero (Aire), aggiornati a gennaio 2010, quest’ultimi sono circa 50mila ogni anno, ma i dati non ufficiali si aggirano intorno ai 100mila. Complessivamente, gli italiani all’estero che risultano iscritti all’AIRE sono circa 4 milioni. Negli anni tra il 2000 e il 2010, la fascia d’età compresa tra i 20 e i 40 anni ha registrato un incremento pari a 316mila e 572 unità e in aumentato sono anche i laureati (40%). Se il lavoro resta la prima motivazione, bisogna tuttavia constatare come, soprattutto tra i più giovani, giochi un ruolo fondamentale anche l’aspirazione ad un ruolo migliore, anche più adeguato agli studi realizzati, rispetto a quello che si spera di poter conseguire in Italia.

2. Un’altro dato significativo è presentato dalla Svimez (Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino Bologna 2011) che ha stimato come nel 2009 si siano allontanati dal Mezzogiorno in direzione Centro-Nord, per motivi di lavoro e/o studio, circa 109 mila persone. Dal 2000 al 2009 le partenze hanno toccato quota 583mila. Il fenomeno migratorio di questi ultimi 15 anni è stato davvero imponente e paragonabile a quello degli anni ’50. Ma con una differenza. Rispetto a quella del passato è cambiata la tipologia dei migranti dal Sud. In questi anni si è andata affermando anche una nuova figura, quella del pendolare di lungo raggio (nel 2010 circa 134mila). Persone che lavorano o studiano spesso in un’area del centro nord pur mantenendo il proprio centro di riferimento personale a Sud. L’identikit tipo è quello di un giovane (il 75% ha meno di 45 anni), altro che bamboccioni verrebbe da dire, maschio, che svolge lavoro dipendente (91%), soprattutto nel settore industriale (56%), da meno di tre anni (42%). Basta affacciarsi in una qualsiasi stazione ferroviaria del Sud la domenica per vedere persone di tutti i tipi, dal operaio edile a quella che svolge anche professioni di livello elevato, prendere  i treni per il Nord. Di tutto questo hanno scritto in un bel saggio Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano, (Ma il cielo è sempre più su? L’emigrazione meridionale ai tempi di Termini Imprese. Proposte di riscatto per una generazione sotto sequestro, Castelvecchi Roma 2010).

3. Certamente sappiamo come in Italia, secondo dati Istat, il 71,4% delle donne e l’83,2% degli uomini fra i 18 e i 29 anni vivano ancora con i genitori e siano circa due milioni i Neet (not in education, in employment or in training), giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale (Istat, Rapporto annuale sulla situazione del Paese 2010). Ma, in questi anni, qualcuno tra la nostra classe dirigente si è mai chiesto le ragioni di questi fenomeni? Non sarà forse che le cause devono essere cercate nelle diverse rigidità del “sistema Italia”? Un aiuto interpretativo lo fornisce  uno studio recente, in Italia passato quasi sotto silenzio, realizzato dalla Conference Board of Canada relativo alla mobilità sociale (La mobilità intergenerazionale del reddito). Con l’espressione “mobilità intergenerazionale del reddito” ci si riferisce ai meccanismi che trasferiscono i redditi passando da una generazione all’altra. L’istituto canadese ha esaminato il tasso di mobilità sociale in 11 Paesi occidentali, assegnando ad ognuno di essi un coefficiente tra 0 e 1. Se non ci fosse alcuna mobilità intergenerazionale (quindi con un valore pari ad 1), tutti i bambini poveri diventerebbero adulti poveri e tutti i bambini ricchi diventerebbero adulti ricchi. Al contrario, se ci fosse una totale mobilità intergenerazionale del reddito (quindi con un valore pari a zero), non ci sarebbe alcun nesso tra le caratteristiche ed il passato della famiglia e il reddito che i bambini guadagneranno da adulti. Il Paese in cima alla classifica per maggiore mobilità sociale risulta la Danimarca con un’elasticità di 0,15, l’Italia si aggiudica il penultimo posto (0,48), seguita solo dal Regno Unito (0,50). In parole povere i ricercatori hanno stimato come nel Regno Unito i figli di genitori che guadagnano 10mila sterline meno della media guadagneranno, a loro volta il 50% in meno (5mila sterline), mentre nella virtuosa Danimarca, la differenza trasmessa tra generazioni sarà solo -15%.

4. La mobilità sociale in Italia è quindi tra le più basse e i risultati dei figli per reddito, livello di istruzione o tipo di lavoro riflettono spesso quelli ottenuti dai padri. La sostanziale vischiosità della società italiana emerge anche esaminando la condizione dei laureati. Secondo AlmaLaurea (X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani 2008) nel 2006 il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea (53%) risultava in calo rispetto al 2001 (56,9%). Le cose non appaiono migliori guardando alla qualità del lavoro. Dal 2000 il peso della precarietà all’interno del mercato del lavoro è cresciuto in modo impressionante: il lavoro stabile ha subito una contrazione in termini percentuali passando dal 46% per cento al 39%, mentre il lavoro atipico, nello stesso intervallo di tempo, ha registrato un aumento di dieci punti percentuali. Per quanto riguarda le retribuzioni un neolaureato nel 2006 si era ritrovato nella busta paga 1.040 euro, una cifra che, in termini di potere di acquisto, valeva il 92,9% di quanto guadagnato da un neolaureato del 2001. Ad essere maggiormente penalizzate sono le donne e chi vive nel Mezzogiorno entrambe queste categorie portano a casa poco più di 900 euro.

5. Sempre secondo lo stesso studio il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio. Dati simili si riscontrano per i farmacisti (41%), per gli ingegneri e i medici (39%) e anche per i laureati in economia e statistica (28%). L’estrazione sociale ha ripercussioni anche, sui livelli salariali. A cinque anni dal conseguimento del titolo di studio un giovane laureato figlio di operai guadagnerà 1.238 euro al mese, mentre un ragazzo proveniente da una classe più agiata riuscirà a portare a casa circa 200 euro in più. Questa differenze è generalizzata. Per chi esce da economia diventano anche più acute: 1.276 euro ai figli di operai e 300 euro in più per chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Tra gli ingegneri ci si limita a 200 euro (1.574 euro contro i 1.759 euro). Secondo l’economista Irene Tinagli: <<Dividendo la popolazione in quartili (vale a dire frazioni del 25% del totale) in base al reddito e osservando, nell’arco di tre anni, quante persone riescono a passare da un quartile al successivo, ci si accorge che la percentuale di persone appartenenti al quartile più povero (Q1) che riescono a passare a quello successivo (Q2) è tra le più basse del mondo occidentale (17.6% per l’Italia contro il 24.8% di Danimarca e Irlanda, il 23.9% della Spagna o il 21.7% della Francia), così come è bassa la percentuale di chi riesce a passare dal secondo quartile (Q2) al terzo (Q3). In altre parole la probabilità di uscire dalla povertà è molto bassa: chi è povero tendenzialmente resta povero>> (L’Italia è un paese bloccato, Fondazione Italia Futuro). In Italia, quindi, la combinazione tra origine familiare e contesto di residenza, più delle caratteristiche e dei comportamenti soggettivi, finisce per giocare un ruolo fondamentale nella determinazione delle condizioni di vita individuali, impedendo di tradurre aspirazioni e capacità in opportunità di realizzazione personale.

Non quindi l’articolo 18, il problema reale è dunque quello di rompere questa spirale negativa. Per far questo sarebbe necessario, specie in un periodo di forte crisi economica, cambiare le politiche realizzate fino ad oggi. Allentare i freni posti da strategie formali o informali di élite politiche ed economiche autoreferenziali.  Élite che in questi anni hanno badato a preservare esclusivamente posizioni di rendita e di privilegio.

(Alfredo Amodeo)

12 commenti

Archiviato in Donne, economia

12 risposte a “Immobile sarà lei. Perché in Italia se nasci povero ci rimani.

  1. Mi fa sempre più incazzare trovarmi d’accordo su questi temi. Perchè vorrei che la situazione non fosse com’è realmente. L’Italia è un paese bloccato anche perché i figli dei professionisti non sono solo farmacisti, notai e avvocati. Il problema infatti riguardo categorie di lavoratori che condizionano e possono condizionare l’evoluzione del tessuto sociale in relazione alla mobilità intergenerazionale del reddito. Due esempi tra tutti, il più importante: i giornalisti e il mondo accademico (università). Se chi lavora con le idee, influenzando l’opinione pubblica, fornendo riflessioni alla società, contribuendo insomma a creare opinione; fa parte di un sistema rigido, sclerotizzato e protetto con uno scarso ricambio generazionale, allora siamo fritti. E il cambiamento che occorre adesso all’Italia non può esserci.

  2. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. eva maio

    Peggio, si recede nel reddito, nelle opportunità da offrire a figli e nipoti.
    All’immobilismo si stanno offrendo rimedi peggiori del male.

  4. L’ascensore sociale si è rotto. Ma finora ha funzionato?
    Come faccio a convincere i miei figli che studiando possono affermarsi socialmente? Io sono l’esempio vivente che se nasci povero non hai scampo.

  5. christian

    non importa fare tanti paragoni e scrivere tanto basta pensare che la prima volta che andai in africa 20 anni fa mi parve un posto in culo al mondo adesso invece mi pare di essere a casa a bologna…non solo ma certe cose hanno più senso là che qua comunque ci siamo avvicinati allo style di vita degli abitanti dei paesi in via di sviluppo essendo che abbiamo preso la strada del sottosviluppo ci avvicininamo al terzo mondo e lo raggiungeremo presto
    yo!!!

  6. cybermax67

    Il precariato cesserà di esistere e poi?

  7. martina

    Grazie – un’altra descrizione molto puntuale e interessante.
    Ma adesso, la seconda parte: “cambiare le politiche realizzate fino ad oggi. Allentare i freni posti da strategie formali o informali di élite politiche ed economiche autoreferenziali”, ovvero? Nessun intento polemico nella domanda, ma solo la constatazione che se non riusciamo a rendere chiaro ed economicamente fruibile il ragionamento alternativo a chi dice che è necessario aumentare la flessibilità in uscita per liberare risorse e potenzialità economiche ed occupazionali ecc. non vinceremo mai su quel discorso…

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