Sette domande polemiche sulla riforma del mercato del lavoro

Foto tratta da antonioconsoli.wordpress.com

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro va avanti. La scorsa settimana sul Corriere della Sera un gruppo di ventenni ha scritto al presidente Monti concordando con le sue proposte volte, secondo loro, a “tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci” e quindi incoraggiandolo a procedere alla riforma dell’articolo 18 “senza tabù” come oramai dicono in molti. Gli hanno risposto altri giovani, quelli del comitato “Il nostro tempo è adesso”, ponendo 10 domande concrete e contestando la separazione tra “garantiti” e precari.

Per capirci meglio sugli obiettivi e sulle possibili conseguenze della riforma del mercato del lavoro e sul suo impatto sull’economia vale la pena porsi 7 questioni, che qui scriviamo volutamente in forma brutale e polemica per suscitare una discussione la più possibile concreta e sincera.

Prima domanda. Si parla di “contratto unico per i giovani” e vi sono varie proposte che prevedono tutte un periodo più o meno lungo di prova (almeno di 3 anni) nel quale non vigono tutte le tutele e c’è meno protezione contro il licenziamento. Al termine di questo periodo il contratto diventa a tempo indeterminato. La domanda verte sull’aggettivo “unico”: questa nuova tipologia sostituisce il vecchio contratto a tempo indeterminato (che prevede tutte le garanzie subito) oppure le 46 forme di contratto precario? Nel primo caso, in nome della lotta al privilegio, si eliminerebbe non la precarietà ma il traguardo al quale moltissimi precari agognano: un posto di lavoro dal quale si possa essere licenziati solo per “giusta causa e giustificato motivo”. Insomma, si eliminerebbe il dualismo tra garantiti e precari eliminando la prima categoria.

Seconda domanda.  Questo “contratto unico” è agganciato ai contratti nazionali di lavoro oppure c’è la possibilità di derogarvi? Sembra una questione formale, ma non lo è. Facciamo solo un esempio: i contratti di lavoro precari non prevedono adeguamenti all’inflazione. Solo tra gennaio 2011 e gennaio 2012 chi aveva questi contratti ha perso 420 euro ogni 10mila che poteva spendere per i beni di maggiore consumo e per l’affitto. Vuol dire che un precario che guadagna mille euro al mese (e moltissimi guadagnano assai meno!) avrà lavorato quasi 15 giorni in più in un anno solo per permettersi lo stesso monolocale in affitto e la stessa quantità di cibo. Perché chi oggi è precario deve pagare per intero l’inflazione?

Terza domanda. Si dice spesso da parte dei sostenitori della “flessibilità in uscita” che l’Italia cresce poco soprattutto per la rigidità del suo mercato del lavoro data dall’azione combinata dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, dello statuto dei lavoratori e della presenza di sindacati che rappresentano solo i “garantiti”. Si dimentica di dire che ci sono aree del Paese dove queste tre cose non esistono: laddove regnano le mafie non ci sono solo spaccio di droga ed estorsioni ma anche vere e proprie fabbriche dove non vigono né i contratti nazionali, né lo Statuto. I sindacati in quelle aziende non possono proprio entrare ed oltre ai salari bassissimi ci sono anche condizioni di sicurezza intollerabili. Come mai in quelle zone, prive di “rigidità” non c’è la piena occupazione? Chi parla di “tabù” nel dibattito sul mercato del lavoro è disposto a spendere due parole sulla questione della legalità?

Quarta domanda. A proposito di legalità, in moltissime aziende italiane all’atto della firma del contratto di lavoro il futuro operaio o impiegato deve sottoscrivere anche una sua lettera di dimissioni in bianco. Il passato governo di centrosinistra aveva approvato la legge 188 che stabiliva che le dimissioni si potessero dare solo su un modulo con numerazione progressiva. Di conseguenza, si poteva firmare solo nel giorno effettivo delle dimissioni, non nella data di assunzione che aveva un numero progressivo antecedente. Il governo Berlusconi ha abolito questa legge e oggi una campagna chiede di ripristinarla. Le dimissioni in bianco sono usate prevalentemente contro le donne, perché spesso la data sulla lettera viene apposta non appena la dipendente rimane incinta, ma sono in generale una spada di Damocle sulla testa di chi le ha firmate. La domanda è: cosa impedirebbe al datore di lavoro di far siglare un “contratto unico” e una lettera di dimissioni in bianco da utilizzare prima della conclusione del periodo di prova? Il combinato disposto tra la sostituzione del contratto a tempo indeterminato con “contratto unico” di prova e lettere di dimissioni in bianco garantirebbe l’eliminazione del lavoro titolare di diritti e la sua completa sostituzione con il lavoro precario senza diritti.

Quinta domanda. Il codice civile, all’articolo 2094, dice che “è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”. Lo scambio tra prestazione e retribuzione è oggi in Italia sempre più raro: la prestazione c’è sempre, la retribuzione no. Sempre più spesso l’accesso alla professione passa per un periodo più o meno lungo di lavoro gratuito, selezionando i futuri professionisti in base alle possibilità economiche di partenza e non in base al merito. Il governo e le forze politiche vogliono eliminare gli stage e i tirocini/praticantati gratuiti?

Sesta domanda. La lettera dei giovani al Corriere della Sera chiedeva che la loro fascia d’età  non fosse lasciata fuori dalla discussione sulla riforma del mercato del lavoro. Richiesta più che condivisibile, a patto di non dimenticarsi che oramai un buon 40% dei precari ha più di 35 anni, cioè l’età anche biologica in cui si è adulti, non giovani. In questi giorni si sta svolgendo la campagna per l’elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, una votazione per la quale solo i dipendenti a tempo indeterminato possono votare ed essere eletti mentre, limitatamente al mondo della scuola, i precari con un contratto di almeno un anno possono votare ma non essere eletti. Per tutte le altre e gli altri (una platea enorme nel pubblico impiego per la quale il governo e le forze politiche potrebbero fare molto) non è prevista la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, salvo alcune rare eccezioni. La rete giovanile TILT ha proposto un appello ai sindacati perché venga riconosciuto il diritto alla rappresentanza anche a chi non ha il posto fisso (si può firmare qui). Il governo e le forze politiche si impegnano a convocare le parti sociali per siglare un accordo che cambi l’elettorato attivo e passivo per le RSU? O si continuerà ad agitare la scarsa rappresentatività dei sindacati nel mondo del precariato per negarne la rappresentanza di tutto il mondo del lavoro?

Settima domanda. Ci si chiederà, ma c’è un’alternativa? Su questo blog ne abbiamo scritto molto: abbiamo detto di come cambiare il Paese a partire dalle donne, di come considerare il lavoro di cura non come una voce di spesa ma come un settore produttivo, di come risanare le finanze pubbliche combattendo le disuguaglianze invece che accrescerle e abbiamo anche parlato dell’importanza di fare buona impresa che poi vuol dire soprattutto inventarsi un nuovo prodotto o un servizio e avere le risorse e le capacità per rischiare. La settima domanda è infatti questa: cosa vuole produrre questo Paese per uscire dalla crisi? Come viaggeremo tra 10 anni, chi si prenderà cura dei nostri anziani e dei nostri bambini, cosa faremo con il nostro patrimonio culturale e quanto ci sforzeremo di ingrandirlo e aggiornarlo? Queste potrebbero essere le domande all’ordine del giorno oggi in Italia e in Europa, dipende da noi costringere non solo il parlamento ma l’opinione pubblica a rifletterci su.

Perché, sia chiaro, non tutto può essere ridotto a una lotta tra buoni e cattivi, innovatori e conservatori. Sono necessarie risposte adeguate ai problemi, altrimenti a pagare saranno quelli che già pagano, cioè coloro che a parole si vuole aiutare.

(Mattia Toaldo)

3 commenti

Archiviato in economia, lavoro, sinistra, Uncategorized

3 risposte a “Sette domande polemiche sulla riforma del mercato del lavoro

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Pingback: Di nuovo otto marzo. | Italia2013

  3. Pingback: Il “non-detto” della riforma del lavoro. | Italia2013

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