Il “non-detto” della riforma del lavoro.

La flessibilità del lavoro in alcuni paesi del mondo. L'Italia è già ora più flessibile di Francia, Germania e altri paesi europei. Grafico tratto da http://www.gustavopiga.it

Ieri sera il governo ha concluso la trattativa sulla riforma del lavoro e, dopo altre riunioni “tecniche”, sottoporrà la sua proposta al parlamento. Analizzeremo con più calma queste proposte nei prossimi giorni, vale la pena però ora considerare alcuni elementi che ci aiutano a capire quale può essere l’obiettivo non dichiarato della riforma e quali le sue conseguenze.

1. La prima lettura è questo articolo di Carlo Clericetti su Repubblica che sostiene che l’obiettivo non dichiarato della riforma del lavoro italiana è quello della riduzione drastica dei salari: è il rischio insito nella combinazione tra libertà di licenziamento per motivi economici e la possibilità di derogare ai contratti nazionali già prevista dall'”articolo 8″ approvato a suo tempo da Berlusconi. Concretamente, un’impresa potrebbe usare la crisi attuale per intavolare una trattativa in cui, se i sindacati accettano, si derogherà dai minimi contrattuali previsti dai contratti nazionali, altrimenti ci saranno licenziamenti di massa previo pagamento di una indennità. Ovviamente, tutto ciò sarebbe autorizzato non per cattiveria ma in ossequio ad una teoria economica che postula l’abbassamento dei salari come unica via per recuperare competitività per un paese che non ha il controllo sulla propria moneta. Una volta, per far costare meno i prodotti italiani e venderne di più si svalutava la lira, ora si deve svalutare il salario. Una teoria già applicata in Grecia dove si è richiesto l’abbassamento dei salari del 30% ma anche in Spagna: come ha spiegato qui Jacopo Rosatelli, la “reforma laboral” di Rajoy lascia libere le imprese di licenziare pagando bassissime indennità anche nel caso di un breve periodo di crisi economica. Figuriamoci ora che il periodo è lungo.

2. La teoria su cui si basano queste riforme, però, ha poca attinenza con la realtà. Quello che succede con la diminuzione dei salari (e dei posti di lavoro) è che diminuisce fortemente la domanda di beni e quindi l’economia si ferma. In più, calano anche le entrate fiscali e quindi il Paese in questione non riesce a raggiungere gli obiettivi di bilancio stabiliti con l’UE. Questo provoca un nuovo “piano di aggiustamento” e l’imposizione di nuovi sacrifici che perpetuano questo circolo vizioso, depauperando sempre di più il Paese delle proprie risorse umane, industriali e naturali. Sì, perché spesso la teoria ha anche un lato molto pratico: il Paese in cui viene praticata è costretto a vendere i suoi beni pubblici: dall’acqua alle coste.

3. C’è un’altra perdita, che citammo a proposito della Grecia. E’ la perdita di vite umane che aumenta con l’aumentare della disoccupazione e della crisi. Ne tratta questo bel post di Gustavo Piga che spiega anche grazie al grafico qui accanto come ci sia una relazione tra suicidi e crisi economiche. Un dato che bisognerebbe tenere a mente quando si parla, eufemisticamente, di “flessibilità in uscita”. Alla fine, a forza di essere flessibile, la vita di una persona si spezza e con lui (o lei) il tessuto sociale di cui fa parte.

4. Che fare allora? Ci sono molte alternative a questo tipo di riforme del lavoro, su questo blog ne abbiamo fatte alcune di cui una sintesi si può trovare al settimo punto di questo post. Il nodo è quello di produrre nuovi beni e nuovi servizi, di lottare contro le disuguaglianze per creare nuova domanda, di rendere il Paese più pulito e più giusto come premessa per uscire dalla crisi. Ci sono poi le proposte che hanno fatto i socialisti ed i democratici europei la scorsa settimana a Parigi, approvando il documento “Rinascimento per l’Europa” e di cui Clericetti ci offre una sintesi: “non puntare tutto e subito sul risanamento dei bilanci pubblici, che va fatto, ma in modo più graduale e non in una fase di recessione. Utilizzare strumenti che permettano di stimolare la crescita, come i “project bond” europei, con cui realizzare opere infrastrutturali e investire sull’energia rinnovabile. Premere a livello di G20 per realizzare una riforma della finanza per cui finora poco o nulla è stato fatto. Insomma, dosare i tempi dell’aggiustamento e soprattutto di accompagnarlo con misure che favoriscano la ripresa dell’economia”.

Non sappiamo ancora cosa voterà il PD sulla riforma Monti-Fornero del mercato del lavoro, ma sappiamo che in Europa ha già firmato un documento che propone una ricetta alternativa. Chissà che non ci si renda conto troppo tardi da che parte stanno, in Europa, le politiche economiche del governo Monti.

(Mattia Toaldo)

6 commenti

Archiviato in economia, Europa, precarietà, sinistra

6 risposte a “Il “non-detto” della riforma del lavoro.

  1. Barkokeba

    Diceva oggi Giannini su Repubblica che le cause di lavoro che si fanno grazie all’art.18 come è oggi relativo al licenziamento economico sono al massimo 500 su 160.000. Tutto questo rumore per nulla? No, evidentemente c’è un non detto http://www.repubblica.it/politica/2012/03/21/news/velo_strappato-31926518/

  2. Redazione

    Concordo con te e anche con Giannini: un altro obiettivo nascosto (ma non troppo) della riforma è di cancellare la contrattazione con i sindacati della politica economica. Certo non per allargare la democrazia, perché sulla rappresentanza sindacale ce ne sarebbero di cose da dire.

  3. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. Il primo grafico dice tutto (prendendo per oggettive le informazioni scritte). Anche mantenendo l’articolo 18, così come è ora, siamo di 20 punti sotto la Germania, ma cresciamo da vent’anni meno del paese teutonico; ivi, il problema non è quello specifico punto, ma tutto il resto: poca ricerca, pochi investimenti, poca propensione al credito, poco aiuto ad internazionalizzarsi, un abnorme carico fiscale (il differenziale sul lavoro, il vecchio cuneo).
    Quello che si sta attuando è, giustamente dare più diritti a chi adesso non li ha; il brutto è che, non si procede solo innalzando i diritti a queste persone, ma si abbassano ad altri i diritti ottenuti.
    È come se, per limitare la velocità delle auto, si attuasse la soluzione di togliere i freni dalle auto.
    pbacco

  5. PRENCIPE ENRICA

    sono una lavoratrice, con almeno 38 anni di lavoro e non so bene come e quando finirò il mio ciclo lavorativo soprattutto per lasciare posto ai giovani che rappresentano ormai l’ultima ruota del carro, che non sono tutelati nella loro collocazione lavorativa e che una volta usciti dalla scuola si guardano attorno senza capire. Io dico che c’è qualcosa che non sta funzionando e questo è visibile agli occhi di tutti, non c’è bisogno di essere un economista e tanto meno un politico. Basterebbe chiedere ad un operaio, ad una casalinga, ad una lavoratrice con figli, tutti risponderebbero che c’è qualcosa che non sta funzionando.
    Non si sta facendo nulla per la famiglia, per i giovani, e soprattutto per il futuro di questo paese dove noi tutti viviamo.
    Noi donne e mi faccio portavoce, siamo stanche e stufe di parare colpi a destra e manca: sul lavoro devi essere efficiente al 100%, sei fuori casa almeno per 10 ore, poi rientri e devi pensare a come fare la spesa spendendo il meno possibile, poi devi seguire i figli e cercare di dare una parvenza di ottimismo a quello che sarà il loro futuro e poi porti a casa una miseria perchè ormai le imprese non si possono più permettere di gratificare il lavoratore e soprattutto perchè le retribuzioni che hanno semplicemente subito una conversazione da lire a euro non sono in grado di affrontare il costo della vita che con l’euro si è praticamente triplicato.
    Questa è la pura realtà senza fare confronti e senza andare a ricercare chissà dove e in quale paese altre condizioni, questa è la realtà con cui milioni di italiani stanno combattendo cercando di uscirne fuori fino al prossimo fine mese.
    Grazie.

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