Finanziamento pubblico dei partiti, una questione di democrazia.

In poco tempo siamo passati dal Sen. Lusi, ex tesoriere della Margherita, indagato per appropriazione indebita dei rimborsi elettorali al Sen. Bossi che, assieme al tesoriere Belsito ha trasformato i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord nella cassa privata della sua famiglia. La melodia suonata da Bossi e Lusi è la stessa: rubare in “casa propria”, al proprio partito, ma soprattutto rubare soldi pubblici dei cittadini destinati allo svolgimento democratico della vita di una forza politica e del sistema politico tutto.

A fronte di ciò l’indignazione generale è anche ben poco.

Tutti ci chiediamo: come è possibile che Lusi, reo confesso, abbia sottratto 13 milioni di euro e nessuno se ne sia accorto, ma quanti soldi ha ricevuto dallo Stato la Margherita? E la Lega? Ma è mai possibile che dal bilancio siano potuti uscire liberamente migliaia di euro lungo “le linee guida” di una cartellina intitolata “The family”? Come sono gestiti e rendicontati questi rimborsi? A quanto ammontano, come vengono calcolati e attraverso quali atti erogati? E quali garanzie e forme di bilancio vengono richieste ai partiti in virtù del finanziamento?

Certo, c’è da riformare con un modello organico ed integrato nei suoi vari settori, l’intero sistema di funzionamento del circuito democratico, il sistema elettorale inteso come l’insieme delle norme che descrivono la formula elettorale, la disciplina delle campagne elettorali, la par condicio, il diritto di voto, la presentazione delle liste elettorali, le norme sull’incandidabilità ed incompatibilità, le procedure di voto, i rimborsi elettorali ed altro ancora. Troppo per essere affrontato in un solo scritto, in una sola volta, ma forse anche troppo poco per ambire al miglioramento dell’incancrenito sistema politico italiano.

Le ultime indagini ci urlano contro che è giunta davvero l’ora di discutere di una legge per la regolamentazione dei partiti politici, di disciplinarne con legge la vita interna, ponendo fine alla loro attività come associazioni private. E come non ricordare che, originariamente, questo fu il progetto di numerosi parlamentari, già padri costituenti, protagonisti delle prime legislature repubblicane, i quali volevano far corrispondere ad un sistema di finanziamento statale della politica alcuni obblighi da rispettare per i beneficiari dei contributi, a garanzia della democrazia negli stessi partiti; l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, per farla breve. Ma questo tentativo, come sappiamo, fallì, e le resistenze, trasversali nell’arco parlamentare, impedirono l’intervento normativo in tal senso.

Da qui addentriamoci con pochi passi nella giungla, ricordandoci, che ad una legge per la contribuzione dello Stato in favore dei partiti si arrivò, nel 1974, ma tale approvazione, si verifico proprio quando venne meno l’intento di legare al sistema di finanziamento la regolamentazione degli stessi. Ed i problemi di oggi, sembrano fondarsi proprio sulle scelte di ieri, nel momento in cui si costruì un sistema di finanziamento della politica senza alcuna regolamentazione dei suoi protagonisti. Quando per mezzo di uno degli iter parlamentari più veloci e condivisi della “prima Repubblica” non si chiese nulla ai partiti in cambio di lauti e molteplici trasferimenti di denaro in loro favore. L’origine storica di alcune delle “falle normative”, sulle quali “poggiano” casi come quelli del Sen. Lusi e del Sen. Bossi sono da rintracciare proprio in questo momento storico, nelle basi poste, e non modificate dagli sviluppi normativi successivi, da questa disciplina del ‘74. Dove a (non) contrappeso di un sistema di finanziamento a doppio binario (fino al ’93), provvigione annuale e rimborsi elettorali, questa legge introdusse un sistema di pubblicità, controlli, limiti e divieti che si strutturava in sostanza sul seguente principio: l’unico controllo lecito sui partiti politici è un controllo di tipo politico ed in ultima istanza spettante agli elettori. Più semplicemente: il bilancio, di cui era (ed è) fatto obbligo di presentazione presso la Camera dei Deputati ai partiti riceventi il finanziamento, era (ed è) oggetto di controlli e decisioni di “tipo interno”, controlli politici, effettuati dagli organi del Parlamento (con spesso palesi conflitti d’interesse ed innegabili pressioni).

Questa riflessione non vuole però sfociare in una delegittimazione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti e movimenti, anzi, chi scrive lo ritiene al contrario indispensabile alla realizzazione di una vita politica democratica nel/del Paese. Ed attuali, salde e forti appaiono ancora alcune delle basi teoriche su cui si fonda la necessita e legittimità di un finanziamento pubblico dei partiti politici:

1) il dettato costituzionale, innanzitutto l’art. 49, dove i partiti si configurano come strumenti per l’esercizio della sovranità popolare, svolgono funzioni essenzialmente pubbliche; troviamo poi un insieme di disposizioni che configurano il pluralismo politico un interesse generale e costituzionalmente protetto. Ne consegue che lo Stato debba garantire a questi i mezzi sufficienti per la realizzazione delle funzioni attribuitegli e del libero concorso alla determinazione della politica nazionale;

2) la possibilità di accrescere attraverso il finanziamento pubblico la parità delle chances. L’intervento economico, regolatore, dello Stato può ridurre nel sistema politico il vantaggio di gruppi o singoli che controllano ingenti risorse finanziarie;

3) favorire l’indipendenza economica dei partiti da gruppi d’interesse ed eventuali “re di denari” presenti al loro interno;

4) garantire la trasparenza contabile nella gestione economica dei partiti prevedendo l’obbligo in capo ai beneficiari dei fondi pubblici di dichiarare le fonti di reddito e/o rispettare vincoli di bilancio; rendere noti agli elettori i finanziatori dei partiti e gli interessi che questi rappresentano

5) moralizzare la vita politica individuando come illeciti finanziamenti: occulti, derivanti da corruzione, da distrazione di denaro pubblico ed altri fatti o atti classificati come illeciti;

6) il finanziamento pubblico (se) di tipo indiretto favorisce la riduzione dei costi della politica alleggerendo le spese che ciascun partito deve sostenere per arginare le escalation che caratterizzano le moderne campagne elettorali.

Diverse sono le ragioni che ci ricordano l’importanza di una forma di finanziamento pubblico della politica, è una vera e propria questione di democrazia, ma altrettanto diverse e molteplici, democratiche e non, possono essere le metodologie di calcolo, divisione ed erogazione dei contributi ai soggetti politici. La normativa, anche per il contributo referendario, nel tempo è cambiata, e possiamo dire che la stessa, nella sua evoluzione, ha costituto un termometro del rapporto tra cittadini e classe politica. Un rapporto caldo negli anni ’70 che, via, via, è divenuto sempre più freddo, passando per tangentopoli, lungo l’antipolitica, fino ai casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi.

Se i numerosi fatti illeciti attorno al finanziamento dei partiti qualcosa ci dimostrano, non si tratta della necessità della cancellazione di questa forma di contribuzione alla vita democratica delle forze politiche. Al contrario evidenziano l’esigenza di un miglioramento della normativa. Ci dimostrano che i temi oggi cruciali, decisivi, che possono fare la differenza, vanno individuati: nel controllo delle fonti di finanziamento, nel controllo dei bilanci dei partiti politici e nella previsione normativa di vincoli alle forme di spesa ed impiego del denaro pubblico ricevuto.

Su questi punti si posero innegabili dilemmi fin dai primi confronti ed in particolare, rispetto all’opportunità dei controlli e loro modalità di realizzazione, si scontrarono due posizioni:

la prima, sulla base dell’articolo 100 della Costituzione, sostenne la partecipazione della Corte dei Conti al controllo dei bilanci e delle attività finanziarie di tutti i partiti che ricevano fondi dallo Stato;

la seconda, peculiare ad una contingenza storica ed al ricordo dell’ingerenza autoritaria nella vita dei partiti, sostenne l’impossibilità di ogni forma di controllo ed esame dei bilanci al fine di salvaguardare la loro l’attività politica ed autonomia. In sostanza si argomentava che per un partito anche il bilancio costituisse un documento politico, quindi l’introduzione di controlli avrebbe significato intromissione nell’intera attività politica.

Ritenendo superati i timori che portarono ad ostacolare forme di controllo, a fronte delle purtroppo innumerevoli ed illegali derive nell’uso dei finanziamenti pubblici, uno sviluppo della normativa nel senso di un ruolo sostanziale di controllo da parte della Corte dei Conti appare oggi del tutto auspicabile. Questa è la prima ed indispensabile riforma di cui ha bisogno la disciplina del finanziamento pubblico dei partiti, non l’abrogazione, né la trasformazione in una regolamentazione esclusiva di forme di finanziamento privato ai partiti. Quella sul sistema dei controlli è quindi “la Riforma”, indispensabile, ma non l’unica necessaria, con l’occasione si potrebbe fare molto di più, cogliendo l’opportunità data dai seppur negativi casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi per provare a rilanciare, a risanare, il rapporto tra cittadini e partiti politici.

Ulteriori innovazioni potrebbero riguardare:

1) il sistema di calcolo dei rimborsi escludendo che il conteggio delle somme di denaro da erogare sia effettuato sugli aventi diritto al voto e non sui votanti effettivi;

2) la riduzione delle somme erogabili ampliando contestualmente le c.d. forme di finanziamento indiretto della politica, fornendo ai partiti beni (servizi, incentivi, sgravi fiscali permanenti o temporanei per il periodo elettorale) anziché denaro;

3) l’introduzione di vincoli per l’uso del denaro ricevuto dai partiti politici: 3a) vietando (come invece oggi permesso) che i finanziamenti statali possano costituire oggetto di operazioni di cartolarizzazione o essere ceduti a terzi; 3b) vincolando con obblighi di bilancio la destinazione di percentuali delle somme ricevute ad attività politiche volte alla partecipazione politica dei giovani, delle donne (disposizione analoga in favore delle donne fu vigente tra il ’97-’99 nella L. n. 2/97) e in favore delle diramazioni territoriali del partito, il tutto in tutela della democrazia (sostanziale) interna ai soggetti politici.

Queste alcune prospettive percorribili per provare a migliorare un quadro normativo confuso che si compone dalla stratificazione di pezzi di numerose normative susseguitesi dal ’74 ad oggi; nel rapportarsi a questa materia potrà essere decisivo solamente un approccio organico che coordini tra loro i vari settori della disciplina. E nel farlo, in realtà qualunque sia la direzione di una ipotetica e futura riforma, sarebbe anche auspicabile un trasparente ed ampio confronto fra le forze politiche per mezzo di un iter parlamentare che garantisca un dibattito ampio e partecipato. Il contrario di quanto si è tentato, l’inserimento di una norma all’interno del decreto semplificazione fiscale (dichiarata inammissibile), e di quanto si sta ora tentando, cioè una leggina, buona per metter una toppa, approvata con la sede legislativa in Commissione Affari Costituzionali. Diversamente servirebbe un ruolo forte del Parlamento, ma quale Parlamento, questo? Un’aula delegittimata, ormai al di là (nel bene e/o nel male) di ogni mandato elettorale. Un’aula in cui siedono forze politiche che, con buona probabilità, incapaci di decidere, preferiranno (purtroppo, anche in questa materia come per altri problemi del Paese) delegare “il lavaggio dei panni sporchi” al Governo dei tecnici, per ripresentarsi puliti e contenti agli elettori nel 2013.

(Alessio Stazi)

2 commenti

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2 risposte a “Finanziamento pubblico dei partiti, una questione di democrazia.

  1. sergio

    Interessante, e quasi del tutto d’accordo. Anche se andrebbero esplorate nuove modalità di finanziamento pubblico della politica. Non si capisce però perché il finanziamento non dovrebbe essere cartolarizzato. Essendo un credito non ci trovo nulla di male, anzi spesso quello è l’unico modo per il partito di avere risorse utili a campagne elettorali che non prevedono il rimborso, come ad esempio quelle amministrative. Semmai va vietato l’utilizzo delle risorse pubbliche per accrescere il patrimonio immobiliare del partito o fare investimenti finanziari. Insomma coi soldi pubblici si faccia politica.

  2. Marco

    Se i nostri politici Falliti non aboliranno totalmente i rimborsi pubblici ai partiti, così come il Popolo Sovrano aveva ufficialmente votato nel referendum del 1993, non faranno altro che istigare i Cittadini Italiani alla RIVOLUZIONE: siamo ultratassati, c’è poco lavoro e molta disoccupazione, le aziende continuano a chiudere o delocalizzare, equitalia e agenzia delle entrate si comportano proprio come gli strozzini; intere famiglie sono ridotte al lastrico; spese pubbliche assurde, totalmente fuori dalla normalità e media europea; stipendi, pensioni e privilegi dei politici assurdi e fuori da ogni controllo. Il Popolo Sovrano ha manifestato pubblicamente contro tutto questo e la risposta della politica che ormai non ci rappresenta più è stata proprio quella di escludere dai tagli della spesa pubblica “il palazzo” e i rimborsi pubblici ai partiti. VOGLIONO CONTINUARE A PRENDERCI PER IL CULO anche di fronte a persone che si suicidano e ad una tensione generale che è sempre più diffusa. Paghiamo profumatamente e ormai da molti anni, una politica Egoista che invece di risolverci i problemi, ce li crea! …………. un Operaio se lo deve guadagnare il pane per vivere: E’ ORA CHE ANCHE IL POLITICO SE LO DEVE GUADAGNARE, togliendogli il finanziamento pubblico ai partiti, riducendogli stipendio e pensione a 3000 euro senza nessun privilegio: in fondo chiediamo solo che si avvicinino di più al mondo reale e che facciano una politica Sana con Spirito Altruista……non essere invece dipendenti esclusivamente del DIO DENARO, PIGRIZIA, OZIO ED EGOISMO.

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