Cosa dicono le elezioni francesi all’Italia

Il primo turno delle presidenziali francesi di ieri ha mostrato due fatti importanti su cui riflettere: il successo di Hollande e della gauche in generale (mai un candidato socialista così in alto dal 1988) e l’avanzata di Marine Le Pen, candidata del Front National.

Sul primo elemento va detta una cosa da subito: attenzione a non cominciare a dire “facciamo come in Francia”. Uno schema, quello della riproposizione sic et simpliciter di modelli presi altrove, già visto in Italia sia con Jospin negli anni ‘90 che poi con Zapatero negli anni 2000. Tuttavia le presidenziali francesi sono molto importanti perché possono cambiare l’Europa e anche la politica italiana, perché ci dicono di come si può governare la crisi attuale e di come si può rispondere alla crisi di democrazia.

Prima però alcune annotazioni sulla “sorpresa” Le Pen. Deve preoccupare, ma non sorprendere. I sondaggi di quest’estate la davano ben sopra il 20%; il Front National è un movimento di lungo periodo che parte dalla fine degli anni ’70 e dagli anni ’80, più o meno lo stesso periodo dell’ascesa di molti movimenti islamisti conservatori sull’altra sponda del mediterraneo; Sarkozy ha perso più di 4 punti percentuali rispetto a 5 anni fa, non è così strano che una parte siano andati al Front National (Marine alla fine è solo 1,4 punti su rispetto al padre del 2002); il vero nodo è la crisi della destra democratica francese che una volta, magari con più candidati, prendeva il 40% al primo turno ed era più democratica e tollerante di Sarkozy.

La sinistra francese è invece in recupero, e questa sì che è una sorpresa visto il suo stato comatoso nell’ultimo decennio. La campagna di Hollande ha imparato molto da quella di Obama (si vedano gli studi del think tank Terra Nova, molto vicino ai socialisti, sull’esperienza americana del 2008) e ha lavorato sui giovani, sulla partecipazione al voto, sulle classi popolari. Questi sì, sono temi di riflessione per la sinistra italiana. Tutto ciò, senza negare che nonostante l’alta affluenza al voto, la democrazia francese ha malattie simili a quelle di altri paesi, occidentali e non: disillusione, sfiducia nella politica, scarsa mobilitazione politica a fronte di grande disagio sociale.

Il successo di Hollande ha una radice urbana, e sottolinea allo stesso tempo i pregi e i difetti dell’impostazione della sua campagna elettorale. Da un lato, infatti, la proposta socialista ha saputo parlare alla popolazione delle grandi città e delle periferie, dove Hollande ha ottenuto ottimi risultati. Sicuramente una parte significativa di coloro che si schierano in difesa dello stato sociale e dell’intervento pubblico in economia, e che sono abituati a vivere in un ambiente multiculturale e socialmente vivace, sono stati convinti dal messaggio del candidato socialista. Ad esempio, il comune di Parigi, feudo tradizionale della destra fino agli anni ’90, sembra passato ormai stabilmente a sinistra: Hollande vi raccoglie il 34,8% dei voti, rispetto al 28,6 nazionale, e fa ancora meglio nelle banlieue (a Clichy-sous-Bois, uno dei luoghi simbolo delle rivolte di qualche anno fa, è al 48,2%). Qui per la mappa dei rapporti di forza tra i candidati, qui per una mappa dei risultati per dipartimento e per comune.

D’altra parte, appena il panorama cittadino finisce, iniziano a scomparire anche i voti socialisti: è proprio nelle zone rurali che Marine Le Pen (ma anche Nicolas Sarkozy) continuano ad ottenere i risultati migliori. Più che il voto della collera, è il voto della chiusura. Anche nelle zone deindustrializzate, soprattutto al nord, il voto per il Front National va fortissimo. La crisi e la precarietà economica (anche psicologica) che essa produce, in queste aree del paese che costituiscono un pilastro molto importante della struttura sociale francese, provoca rigetto dell'”estraneo” proprio come accade in vaste zone del nord e centro Italia: un estraneo identificabile nell’immigrazione, o anche nella troika europea.

Non a caso, questi sono i temi sui quali Marine Le Pen ha battuto di più nel periodo precedente al voto. La campagna della leader del Front National ha avuto un’esposizione mediatica molto minore rispetto a quella dei grandi leader, e nonostante ciò è penetrata a fondo nel corpo del paese: gli elettori che hanno abbandonato Sarkozy sono andati quasi tutti verso l’estrema destra, benchè esistesse anche un’alternativa centrista. L’aspirazione di Marine è ora quella di sostituirsi alla destra classica come forza egemone del conservatorismo francese.

C’è poi un altro messaggio, più programmatico, che viene dalla Francia. Hollande aveva dichiarato che il suo vero avversario non era Sarkozy ma la Finanza. Nel suo programma, di cui avevamo parlato in questo post, ci sono la tassa sulle transazioni finanziarie, la lotta ai paradisi fiscali, le tasse sui super-ricchi, la compressione dei super-bonus e delle stock-options per i manager. Ci sono poi provvedimenti per il rafforzamento dell’intervento pubblico, tra cui l’assunzione di 60.000 insegnanti che ha suscitato molto scandalo. In Francia uno stato forte c’è già, da noi no: sarebbe già un miracolo far pagare a tutti i ricchi l’aliquota massima già esistente, piuttosto che alzarla. E però il programma di Hollande, che non è ancora il presidente, deve far riflettere: è possibile, nonostante tutto, chiudere il trentennio conservatore di cui Marine Le Pen è solo la faccia più razzista e anti-democratica.

(Riccardo Pennisi e Mattia Toaldo)

4 commenti

Archiviato in destra, elezioni, Europa, sinistra

4 risposte a “Cosa dicono le elezioni francesi all’Italia

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. antonella vanini

    accordo con la vostra analisi
    Antonella

  3. Pingback: Il governo Monti è finito | Italia2013

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