Cultura e democrazia. Alcune idee per le politiche dell’area metropolitana.

Tre dati servono a spiegare meglio di ogni altra cosa lo stato della cultura oggi in Italia e la necessità di investire in questo campo. Il primo riguarda i tagli dei fondi pubblici, secondo la ricerca Symbola-Unioncamere, c’è stata una riduzione del 32,5% negli ultimi dieci anni. Il secondo dato riguarda la domanda delle famiglie in questo settore che è cresciuta di più del 24% nello stesso periodo. E’ un “consumo”, quello culturale, che non risente della crisi, eppure il sistema pubblico decide di non investire in questo campo. Il terzo dato ha a che fare anche con la democrazia di questo Paese: secondo l’Ocse, il 50,9% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 ed i 18 anni è al di fuori del “letteralismo”cioè legge, ma non capisce bene quello che legge. La cultura è sì un ottimo investimento economico (secondo i britannici ogni sterlina spesa in questo settore ne frutta 1,6 in ricavi) ma è anche una necessità imprescindibile per la cittadinanza: una ragazza o un ragazzo, così come degli adulti o degli anziani, che sono analfabeti funzionali sono anche dei cittadini di serie b.

Le politiche pubbliche in questo settore sono cruciali e questo settore è cruciale per lo sviluppo di Roma. E’ in questa città che hanno sede la gran parte delle case editrici, soprattutto piccole e medie, dei centri di produzione televisiva e dell’audio-video, è qui che l’economia creativa impiega decine, se non centinaia, di migliaia di persone. Per non parlare dello straordinario patrimonio archeologico, della possibilità di farne il cuore vivo di una metropoli che produce cultura, innovazione, benessere sociale, bellezza. A Roma davvero cultura vuol dire futuro.

E’ quindi tempo di associare la battaglia contro i tagli a quella per la progettazione del futuro. Perché le politiche culturali e gli investimenti nell’industria creativa sono la chiave per un nuovo modello di sviluppo per l’area metropolitana di Roma che metta al centro le persone e l’ambiente. Politiche culturali pubbliche sono essenziali per costruire una nuova città più integrata, più curiosa e meno intollerante, più democratica nel senso pieno della parola. Lo scorso anno, come Provincia di Roma, abbiamo lanciato la discussione sul Progetto Strategico. Perché noi vediamo nella cultura uno degli elementi fondamentali delle politiche anticicliche. Si tratta non di un capitolo di spesa pubblica ma di un investimento essenziale per uscire dalla crisi meglio di come ci si è entrati nel 2007. Era importante inserire le politiche culturali dentro un approccio integrato che includesse anche la progettazione urbana e le politiche per un diverso sviluppo economico. E poi volevamo avere un approccio integrato che riguardasse tutta l’area metropolitana. In questo territorio serve un ragionamento complessivo che riguardi gli spazi e l’accessibilità: perché se è vero che sempre più abitanti vanno a vivere attorno Roma bisogna dar loro luoghi di produzione e fruizione della cultura e bisogna renderli accessibili con i sistemi di trasporto pubblico, bisogna cucire tra loro, animandoli culturalmente e socialmente, gli spazi urbani.

Cultura significa anche produzione di spazio pubblico. L’opposto di quello che è stato fatto in questi anni di privatizzazione delle vite e di politiche securitarie. A Roma serve una forte discontinuità. Dobbiamo costruire il cambiamento, fare dell’elezioni amministrative romane e di quelle politiche l’occasione per portare queste idee di cambiamento al governo della capitale e del Paese.

Bisogna innanzitutto mobilitare ingenti investimenti pubblici, perché quelli privati si muovono molto più facilmente laddove il pubblico crea una cornice, un quadro di garanzie, sostiene la domanda e l’offerta innovativa di cultura. Insieme agli investimenti, però, il sistema politico deve fare un passo indietro rispetto a quello della cultura: nominare i direttori (e le direttrici: perché si parla così spesso di donne nei CdA privati e così poco nei posti di dirigente pubblico?) sulla base di curriculum e progetti aperti alla conoscenza di tutte e tutti. E poi assicurargli una certa continuità, non solo temporale ma anche di risorse, per realizzare quei progetti. Bisogna poi affrontare due questioni, sulle quali già si sta impegnando la rete dei lavoratori indipendenti Quinto Stato: il primo è sul mutualismo ed il nuovo sistema di welfare per chi nella cultura e nelle industrie creative oggi lavora senza alcuna tutela della maternità, contro la malattia, gli infortuni e la disoccupazione. In secondo luogo, bisogna censire gli spazi oggi esistenti ed immaginare destinazioni nuove per quelli abbandonati e che invece possono essere dedicati non solo all’offerta di cultura in luoghi decentrati ma anche al cosiddetto co-working e cioè la possibilità per chi produce cultura (da chi fa il grafico ai traduttori, passando per sceneggiatori e montatori, insomma le decine di professioni di questo settore) di condividere gli spazi di lavoro e abbattere i costi.

Bisogna poi fare due importanti azioni di sostegno: alle produzioni indipendenti e alla domanda di cultura. Chi non è abituato a leggere oppure è analfabeta funzionale difficilmente avrà desiderio di comprare un libro o di assistere ad uno spettacolo teatrale. Su questo è importante saper cogliere come opportunità i movimenti e i sommovimenti che sono nati in questi anni tra chi di cultura vive. Si è rafforzata una disponibilità del mondo della cultura a lavorare sul pubblico e sul territorio, una sorta di “ripoliticizzazione”. É una componente di quel mondo che si assume una responsabilità rispetto allo spazio pubblico, che partecipa ai programmi come “piccoli maestri” per l’educazione alla lettura. Ma la stessa spinta è alla base del gruppo di artisti che ha promosso con la Provincia di Roma la scuola di cinema Volontè. Per non parlare di esperienze di mobilitazione ed elaborazione di politiche pubbliche come “cultura bene comune” o l’occupazione del Teatro Valle, solo per fare due esempi più conosciuti.

Questa ripoliticizzazione ha compreso un messaggio che anche chi fa politica a sinistra deve tenere a mente: la cultura ha a che fare con la qualità della democrazia. Perché l’analfabetismo funzionale mina la cittadinanza, perché la cittadinanza consapevole richiede un’alta competenza e perché questa competenza viene spesso delegata ad esperti in opposizione alla rappresentanza eletta. E poi, ultimo ma non meno importante, perché c’è un nesso fondamentale tra cultura, livello di civiltà e convivenza sociale.

(Cecilia D’Elia, articolo uscito su Roma Futura)

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