A proposito di progettazione partecipata. Alcuni consigli controcorrente per il futuro sindaco di Roma

immagine tratta da http://www.imagoromae.com

La totale assenza di cultura progettuale che questa amministrazione ha rappresentato ha reso possibili molte iniziative di gruppi di cittadini che, in maniera concreta, si sono posti il problema delle trasformazioni urbane. Si sono sviluppate negli ultimi anni – e continuano a svilupparsi sempre di più – forme di partecipazione alla vita della città alternative rispetto alla politica “formale”. All’interno di questa fase di rinnovato impegno, in sé positiva e decisamente interessante, i modi e gli obiettivi sono diversi e molto spesso si confonde la qualità del risultato con il processo attraverso cui il risultato viene ottenuto.Il tema pone molti interrogativi sul modo in cui si sviluppa il processo democratico e sul ruolo della rappresentanza e riguarda la capacità di amministrare e di concepire le soluzioni ai problemi come risposte a bisogni ed esigenze, come parti di un contesto complesso in cui ogni azione impone trasformazioni in diversi ambiti della vita dei cittadini.

E’ il caso per esempio di un enorme equivoco che si è generato negli ultimi anni sul tema della partecipazione dei cittadini ai processi progettuali e di pianificazione urbana e che ha generato “mostri”. L’ultimo in ordine di tempo è la proposta per la nuova piazza Testaccio.

Qui, si sottolinea nei documenti del “Comitato”, la partecipazione è popolare, spontanea, dal basso, fatta dagli abitanti. Il comitato cittadino non si è limitato a definire un quadro di bisogni ed esigenze del modo di vivere lo spazio pubblico e la piazza, una volta liberata dal mercato. Hanno fatto di più: con il complice aiuto di qualche principiante del programma informatico, hanno consegnato all’amministrazione un progetto di come vogliono la piazza. Anzi, di come la partecipazione popolare la vuole. Titolava entusiasta la Repubblica: “Dopo un anno di assemblee ecco il progetto di abitanti e commercianti per il restyling dell´area del mercato”! Non una parola critica. La volontà popolare regna sovrana finalmente. Non voglio entrare nel merito di un progetto che prevede di chiudere uno spazio pubblico con una cancellata (e quindi renderlo di fatto privato) e per una lettura più approfondita rimando al bel sito paesaggiocritico, ma alcune questioni sul processo credo che vadano poste altrimenti si rischia di confondere tutto.

La prima è che piazza Testaccio, e lo spazio della città in generale, è di tutti, non di chi abita nelle vicinanze e tantomeno dei commercianti le cui preoccupazioni raramente si spingono oltre l’orario di chiusura delle loro botteghe (e dei cancelli quindi?). Sarebbero d’accordo i cittadini di Testaccio che la scalinata di piazza di Spagna fosse gestita come vogliono gli abitanti e i commercianti del luogo? Non credo.

Credo che situazioni come quella di Testaccio non facciano altro che delegittimare i reali processi di partecipazione dei cittadini alla vita della città e creino ulteriori barriere tra amministrazione (che cinicamente si disinteressa della qualità per un pugno di voti), progettisti e cittadini. Gestire un processo di partecipazione è compito difficile e non è un caso che i migliori risultati in Italia (premiati per esempio alla scorsa edizione della Biennale dello spazio pubblico di Roma) siano frutto del lavoro di gruppi di interdisciplinari specializzati (tra tutti www.avventuraurbana.it e www.abcittà.org).

Il primo ad aver fatto della partecipazione uno strumento di metodo progettuale è stato Giancarlo de Carlo, architetto che ha realizzato molti importanti progetti e piani urbanistici (il più famoso è quello per la città di Urbino, raro esempio in cui moderno e antico convivono armoniosamente). Riguardo alle sue esperienze De Carlo affermava:

“Dunque io credo che non serve una teoria della partecipazione mentre invece occorre l’energia creativa necessaria a uscire dalle viscosità dell’autonomia e a confrontarsi con gli interlocutori reali che si vorrebbero indurre a partecipare. In Italia l’opposizione alla partecipazione è stata indubbiamente dura, ma questo è stato anche facilitato dalle posizioni deboli e dogmatiche di quelli che proponevano la partecipazione come processo meccanico e automatico secondo il quale basta andare dalla gente, chiederle quali sono i suoi bisogni e poi trascrivere le risposte in progetti grigi il più possibile. La partecipazione è molto più di così: si chiede, si dialoga, ma si “legge” anche quello che la vita quotidiana e il tempo hanno trascritto nello spazio fisico della città e del territorio, si “progetta in modo tentativo” per svelare le situazioni e aprire nuove vie alla loro trasformazione. Ogni vera storia di partecipazione è di un processo di grande impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e eventualmente senza fine. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche, riconoscere conflitti e posizioni antagoniste”. (il testo completo è qui)

Dunque dialogo, capacità di comprendere i bisogni di chi abita nei luoghi e capacità di tradurli in un progetto che sia capace di rispondere ai bisogni di oggi e di prevedere diversi e possibili usi nel futuro. Dialogo necessario per far sentire ai cittadini la responsabilità della cura e dell’attenzione per gli spazi. Fin dalla fase progettuale si stabilisce, con il dialogo, un nuovo sistema di relazioni tra i soggetti coinvolti che permette di pensare allo spazio urbano, come un bene realmente condiviso, la cui cura non può e non deve essere completamente delegata dai cittadini “consumatori” passivi.

In molti paesi europei i parchi vengono gestiti in accordo con le comunità locali (per esempio con le associazioni sportive, o anche con i commercianti) che partecipano alla definizione del quadro esigenziale della trasformazione e poi usano parti dei parchi stessi per le loro attività curandone anche gestione e manutenzione.

C’è poi la capacità dei progettisti di spiegare le ragioni delle trasformazioni ai cittadini e dei cittadini di ascoltare le ragioni di chi ha la capacità tecnica (e culturale aggiungerei) di sviluppare un progetto per la città. Non ultima la capacità degli amministratori di assumersi responsabilità.

Per esempio in un reale dialogo si sarebbe potuto spiegare che il bisogno di sicurezza in città non porta necessariamente alla chiusura di una piazza o di un giardino con i cancelli ma che basterebbe pensare a una buona illuminazione che renderebbe il luogo allo stesso tempo più vivibile. E’ un caso, quello di Testaccio, che per di più riguarda un progetto facile da condividere: una piazza.

Se invece la volontà popolare è sempre legge, come potranno invece essere attuati quegli interventi problematici che impongono una vera mediazione di bisogni ed esigenze per migliorare questa città? Viabilità, mobilità, opere di sostituzione edilizia, di ristrutturazione di quartieri, ridefinizione del senso dello spazio pubblico. Troppo facile trascendere nel Nimbismo in un momento in cui non si guarda oltre il tempo stretto del mandato del Sindaco, oltre il mantenimento del pacchetto di voti conquistati promettendo tutto e il contrario di tutto senza riuscire a strutturare un pensiero complesso sul futuro della città .

In questi anni (e non solo negli ultimi quattro o cinque) abbiamo assistito a Roma a un consumo sregolato di suolo e alla sistematica distruzione della campagna romana. Oggi, appare sempre più necessario un ripensamento dei modelli di crescita urbana verso una densificazione delle aree già costruite e della trasformazione e recupero di aree dismesse. Ma queste trasformazioni implicano processi impegnativi, lunghi e faticosi, fatti di ascolto e mediazione, a volte, soprattutto nel breve periodo, anche di rischi di impopolarità (verso i cittadini che dovranno sopportare i disagi delle trasformazioni, prima di poter vivere in un quartier migliore e verso gli investitori i cui profitti dovranno essere limitati attraverso un innalzamento della qualità dell’interesse pubblico).

Se la domanda è mal posta (“voi che vorreste per il vostro quartiere?”), la risposta sarà sempre sbagliata, e si avrà solo la sensazione di aver rispettato un processo democratico, o si rivendicherà inutilmente di aver fatto la vera democrazia. Se chi amministra ha un disegno politico derivato dal rispetto delle esigenze delle persone che lo hanno delegato ad amministrare, e se le scelte si inquadrano in questa cornice, si discuterà del modo in cui si deve trasformare la città. Parafrasando Kennedy: non chiedete al Sindaco di fare qualcosa per la vostra piazza, ma chiedete al Sindaco cosa potete fare insieme per renderla migliore.

(Luca Montuori)

3 commenti

Archiviato in Roma, urbanistica

3 risposte a “A proposito di progettazione partecipata. Alcuni consigli controcorrente per il futuro sindaco di Roma

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Barkokeba

    La progettazione partecipata può anche essere un disastro. E capisco perché: c’è una razionalità del progettare che appartiene ai professionisti. I quali devono sapere tradurre nelle prassi corrette le legittime richieste degli utilizzatori. Il che implica che sappiano mettersi in relazione con i cittadini. Che è un po’ quello che fa un avvocato quando gli esponi il tuo caso: è lui che ti dice le fattispecie a cui può essere ricondotto il tuo problema e che cosa può ragionevolmente aspettarti dall’azione legale…

    Nella via stretta di casa mia, per le richieste dei cittadini non mediate (colpevolmente) dal servizio giardini, mi ritrovo con un filare di querce povere (i lecci) che oscurano la strada di notte e chi abita ai primi piani…

  3. Un esempio viene dalla Colombia (si la Colombia, hai presente il cartello di Medellin?). Progetti e rivitalizzazione della città, trasformazione, modernità e crescita sociale.
    Magari alcuni singoli progetti potranno essere discutibili ma nell’insieme dovrebbero far riflettere i futuri sindaci di roma sugli errori del modello roma (all’ombra dello scheletro delle piscine di Calatrava…)

    http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-156277306

    http://www.archilovers.com/p23004/Piano-di-opere-pubbliche-per-la-trasformazione-di-Medell%EDn#info

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