A proposito di crisi dei partiti. Tra il flusso dell’antipolitica e le ragioni della democrazia partecipativa

Manifesti durante l’ultima campagna elettorale francese.

Che la vita politica italiana viva un momento di profonda confusione è sotto gli occhi di tutti. La deriva in termini di credibilità dei partiti politici, Il declino della partecipazione al voto (in Italia come nel resto dei paesi occidentali), il Movimento 5 stelle che rischia seriamente di affermarsi oggi come seconda forza del paese, la presenza costante di movimenti dal basso che quotidianamente mettono in discussione il ruolo di mediazione dei partiti, sono tutti segnali di quanto grande sia la distanza tra il bisogno di risposte politiche da parte dei cittadini e la volontà o la capacità dei tradizionali attori politici. Da questo punto di vista occorre chiedersi se siano i partiti ad essere ancora in grado di guidare la soluzione della crisi, se la crisi attuale non sia soprattutto crisi delle istituzioni e dei partiti come li abbiamo conosciuti? Quello a cui stiamo assistendo è a mio modesto parere infatti la rimozione del filtro della rappresentanza e della mediazione dei partiti come l’abbiamo conosciuta. Un processo che ha radici profonde e non può essere liquidato sull’onda dell’antipolitica.

Nel Novecento, infatti, il partito è stato un organismo“pesante” di mobilitazione e di partecipazione attraverso una rete di strutture territoriali (partito di massa). Il perno di questo sistema organizzativo era il militante legato a una concezione del mondo e motivato da incentivi di identità, il cui impegno attivo si esplicava oltre che nelle campagne elettorali, nel reclutamento, nelle rivendicazioni sociali, nell’educazione e nella propaganda,nel finanziamento. Oltre alla mobilitazione scopo dell’organizzazione era selezionare la classe dirigente attraverso un processo di affiliazione che trasformava l’elettore in iscritto, l’iscritto in militante, il militante in un dirigente e quest’ultimo infine in parlamentare e/o ministro. Questo impianto viene però completamente scompaginato dall’effetto di processi che possono essere ricondotti agli anni ’70. E’ in questo periodo che il ruolo di socializzazione alla vita pubblica dei grandi partiti popolari entra in crisi per l’incapacità di misurarsi con nuove spinte individualizzanti e libertarie espresse da movimenti sociali (femminismo, liberazione sessuale, crisi ambientale, nuove forme di emarginazione, rifiuto dell’autoritarismo, antimilitarismo, movimenti giovanili). In sostanza la società cominciava a divenire troppo autonoma ed affollata di individui capacidi costruire universi di significato autonomi rispetto ai tradizionali circuiti politici e culturali. Queste spinte risultavano inconsuete per i partiti tradizionali che anzi ne diffidavano.
A riguardo Shmuel N. Eisenstadt (Modernità, modernizzazione e oltre, Armando 1997) ha scritto, ad esempio,di perdita di carisma e di legittimazione dei centri politici, mettendo in luce il paradosso di un centro politico divenuto molto potente in termini di disponibilità di risorse economiche ma che, al tempo stesso, perde centralità come produttore di visioni carismatiche, sociali e politiche. I nuovi movimenti, se continuano a fare riferimento al centro per avere accesso alle risorse, non sono,invece, più interessati alla ricostruzione del centro all’interno di una qualche visione globale, puntando, piuttosto, su di una relativa autonomia ideologica e simbolica. Michel Maffessoli (Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini 2004) ricorre invece alle metafore delle “tribù”per individuare le nuove forme di aggregazione e della “secessio plebis” per interpretare l’apparente apatia sociale che si contrappone alle insensatezze e ai paradossi prodotti dai meccanismi burocratici centralizzati. Dietro questa apparente indifferenza dei cittadini verso gli input delle tradizionali agenzie di socializzazione (non partecipazione politica, disincanto politico, etc.) si celano energie sociali che si focalizzano su ciò che è più vicino. Il fine non è più cercato al di fuori, in un utopia incessabile, ma al contrario è trovato qui ed ora, nell’affermazione di una vita che deve essere espressa nella sua pienezza (ambientalismo, cura di sé, attenzione alla comunità, importanza dell’immaginario). Infine Ronald Inglehart che già tra gli anni ’70 e ’80 aveva mostrato efficacemente come una vera e propria rivoluzione silenziosa fosse in atto nelle democrazie occidentali sulla base di fratture post-materialistico che avevano finito per generare nuove forme di aggregazione politica più instabili rispetto ai partiti tradizionali. Questa nuova rivoluzione al tempo stesso incideva anche sui processi riproduttivi dei partiti tradizionali sulla base di una rottura generazionale, condannandoli al progressivo deperimento organizzativo (La rivoluzione silenziosa, Rizzoli 1983; La società postmoderna. Mutamento, ideologie e valori in 43 paesi, Editori Riuniti 1998).
Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte ad un personale politico-partitico pletorico che, oltre ad essere incapace di generare simboli identificanti e lealtà collettive, non esercita alcuna funzione vitale, pur conservando una presenza ingombrante all’interno degli apparati pubblici con costi crescenti per la comunità (partiti acchiappatutto).
A fronte di ciò, le interpretazioni (anche di una buona parte della sinistra) appaiono quanto meno miopi o strabiche, rivolte ad un modello passato che sembra non esistere più, ma rimane come linguaggio e paradigma dell’oggi. Certamente non esistono destini o approdi obbligati, tuttavia in coloro ancora interessati ad una strategia di ampliamento dell’area dei diritti deve farsi largo la consapevolezza di come le tradizionali funzioni della sinistra si ritrovino in soggetti portatori di pratiche, rappresentazioni culturali e referenti simbolici che segnano una discontinuità molto prossima alla rottura.
L’ipotesi è che si debba cercare un principio di ricostruzione di un agire e di una idealità “di sinistra”, in quell’insieme di soggetti e/o luoghi (Popolo Viola, Indignati, Movimenti per i Beni Comuni, etc.) che, negli ultimi anni, più di altri hanno esercitato la critica rispetto alle forme attuali del potere. Realtà che, sono state grandi forme di mobilitazione di massa, di azione collettiva e di legame sociale. Tra i soggetti citati già esistono forme diverse di cooperazione. Provando ad enunciare i tratti che accomunano queste realtà è possibile quindi arrivare a definire un paradigma unitario.
Innanzi tutto queste esperienze lasciano emergere i profili di nuove fratture, che in parte sostituiscono e in parte rielaborano quelle tradizionali: esclusione/inclusione; società civile/società politica; attori locali/attori economici globalizzati.
Sono tutte esperienze basate sul momento assembleare, il forte egualitarismo tra militanti, la critica di ogni forma di leadership, la costante produzione in forme creative di controinformazione.
La frattura destra/sinistra viene sostanzialmente superata da un lato puntando sull’autorganizzazione, senza porsi il problema di avere una sponda istituzionale, dall’altro cercando connessioni forti con il territorio in funzione di una nuova democrazia locale.
Questi esperienze si mostrano indifferenti rispetto alla dinamica del sistema politico che non viene criticato soltanto per le degenerazioni che lo attraversano, ma perché al tempo stesso troppo parziale per essere un riferimento rispetto all’interesse generale ed eccessivamente astratto e generalista rispetto a singoli temi.
Le idealità palingenetiche tradizionali della sinistra sono sostituite dalla coppia beni comuni-partecipazione. Bene comune è il bene sottratto alla irrazionalità dei mercati: l’acqua, la terra, il patrimonio storico e artistico, le culture popolari, le forme di aggregazione. Tutto ciò vive nel territorio a partire dal quale ricostruire un senso del vivere associato, ricucire reti di fiducia, stabilire appartenenze e definire interessi collettivi.
Ultima di queste spinte verso la costruzione di una nuova soggettività politica è l’Alleanza per i Beni Comuni e l’Ambiente (ALBA) promosso da personalità come Paul Ginsborg, Guido Viale, Ugo Mattei e Marco Revelli che trova il suo momento fondativo nell’appello “Manifesto per un soggetto politico nuovo per un’altra politica nelle forme e nelle passioni” (visibile qui).
Certamente l’analisi proposta parte dalla presa di coscienza di una frattura creatasi tra partiti e società e ha l’ambizione di fornire una risposta alla sfiducia individuale dei cittadini verso la politica (l’«antipolitica>>) superando le forme già conosciute nel Novecento nell’ottica di una democrazia non più solo fondata sulla delega e su una rappresentanza separata dalla partecipazione collettiva.
L’appello ha sì raccolto adesioni ma non ha tuttavia generato quel big bang che ci si aspettava. Inoltre se è chiara l’idea che il nuovo soggetto debba essere innanzitutto un luogo di discussione ed elaborazione, resta incerto il rapporto con le forme e i soggetti della politica-istituzione e l’eventualità di un suo coinvolgimento in un processo elettorale. Quali potrebbero essere in questo caso le modalità per evitare di disperdere l’energia e la spontaneità delle esperienze di base all’interno di un quadro di schieramento e di eventuali alleanze elettorali?
Anche in questo caso vale, quindi, la stessa regola che vale per chiunque sia impegnato in politica: bisogna far seguire i fatti alle parole. In più valgono le stesse considerazioni fatte per tante esperienze simili negli ultimi vent’anni: si riuscirà davvero a parlare alla maggioranza della popolazione o si è destinati a rimanere un soggetto, se va bene, minoritario?
Non c’è che da sperare che possa venire anche da qui la spinta necessaria per innovare un quadro politico sempre più autoreferenziale. Per costruire ponti e non scavare fossati. In questi giorni ne va della qualità della nostra democrazia.

(Alfredo Amodeo)

3 commenti

Archiviato in elezioni, partiti, sinistra

3 risposte a “A proposito di crisi dei partiti. Tra il flusso dell’antipolitica e le ragioni della democrazia partecipativa

  1. Barkokeba

    Sul presentarsi o meno alle elezioni, suggerisco di leggere Michael Walzer, pubblicato venerdì scorso da Repubblica:
    http://www.dirittiglobali.it/index.php?view=article&catid=35:libri&id=34878:la-politica-al-tempo-dei-movimenti&format=pdf&ml=2&mlt=yoo_explorer&tmpl=component
    Suggerisce una divisione del lavoro tra i movimenti e i partiti, e un loro rapporto dialettico. Secondo me, dopo i tanti prevedibili fallimenti della società civile che si fa società politica entrando nelle istituzioni, certe cose bisognerebbe considerarle. E’ possibile un po’ di ambivalenza per cui la gente che partecipa a un movimento è anche membro di un partito. Ma che questi nuovi movimenti possano sostituire un partito, inevitabilmente tuttologico, non ci credo

  2. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. alfredo amodeo

    Certamente la confusione tra movimento e partito è forse il limite più evidente, la contraddizione ancora non sciolta in questa esperienza come in altre frutto anche del peso specifico che hanno avuto nello scenario italiano i partiti organizzati e che porta ancora oggi a considerare come politica vera solo quella che passa appunto attraverso i partiti, di quì un rapporto di subalternità che sfocia il più delle volte nella cooptazione. da questo punto di vista la divisione di compiti tra partiti e movimenti di Walzer può avere una sua ragion d’essere, ma va osservata sempre alla luce del rapporto che si instaura.Inoltre l’azione dei movimenti (una dimenticanza di Walzer) può svilupparsi anche per vie che, esulando da un rapporto stretto con la politica tradizionale, operano direttamente per cambiare la realtà: è il caso, ad esempio, delle organizzazioni del commercio/economia solidale. Di sicuro più che di un ulteriore soggetto elettorale la sinistra avrebbe oggi bisogno di qualcuno/qualcosa in grado di analizzare i cambiamenti nell’economia e nella società e di imporre le nuove issues di una politica progressista : in Italia tanto per rimanere ad un tema di recente polemica, siamo ancora fermi ad un PD che non ha, non dico una posizione, ma neanche cognizione dei “nuovi” diritti civili.

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