Che succede a Madrid?

Immagine tratta da exabruptoblog.blogspot.com

«Quando in questi giorni sento un elicottero, capisco che è ora di avviarmi verso la plaza de Neptuno», commenta Cristina, con me in piazza in mezzo a migliaia di persone. Una battuta particolarmente azzecata la sua, in questa settimana “calda” madrilena, in cui lo sproporzionato dispiegamento poliziesco e la brutale repressione di martedì scorso si sono trasformati in uno dei principali catalizzatori della protesta. Il numero dei manifestanti radunatisi sabato 29 settembre, di fronte al Congreso de los diputados (la Camera dei deputati spagnola) era superiore a quello del primo appuntamento, martedì 25.

All’indomani della dura repressione di quella giornata, mentre il prefetto di Madrid, Cristina Cifuentes, e il Ministro degli Interni, Jorge Fernández Díaz, si complimentavano sfacciatamente con le forze dell’ordine per la “splendida” risposta alla mobilitazione di piazza, i quotidiani internazionali segnalavano il palese abuso di potere da parte della polizia madrilena, e gli abitanti della capitale si chiedevano, sconcertati, quale fosse esattamente l’obiettivo della dimostrazione di forza della sera prima. Disperdere i manifestanti? Poco credibile: se si vogliono disperdere migliaia di persone non le si circonda su tutti i lati, né si insegue gente in fuga per ore, atteggiamento, quanto meno, poco economico. Difendere il Parlamento? Puerile: nessuno credeva davvero di poter sfondare le transenne dietro alle quali due file di poliziotti antisommossa stavano schierate davanti a innumerevoli furgoni e colleghi a cavallo. Spaventare? Sì, spaventare. Obiettivo clamorosamente mancato, a quanto pare: almeno per ora, la violenza di chi detiene il potere e il diritto di esercitarla non ha fatto che acuire ed estendere l’indignazione e la rabbia, soffiando sulle braci del mai realmente estinto movimento 15M, quello nato alla Puerta del Sol.

Martedì 25 settembre (per questo si chiama 25S, secondo l’uso spagnolo), davanti al Congreso, eravamo circa 10000 persone. A convocare questa, come le due successive manifestazioni è la “Coordinadora 25S”, nata dalla confluenza tra la “Plataforma ¡En Pie!”, movimento sociale che si definisce “antineoliberista, anticapitalista, antipatriarcale e democratico”, e diversi collettivi madrileni e spagnoli, soprattutto nuclei e assemblee del movimento 15M, ma anche diversi collettivi di “Democracia Real Ya” o partiti come Izquierda Anticapitalista e Partido Comunista de España. L’evento del 25S si propone simbolicamente come un “salvataggio della democrazia”, “sequestrata” dalla Troika e dai mercati finanziari. Si chiedono le dimissioni immediate del Governo e l’inizio di un processo costituente che apra le porte a una partecipazione democratica popolare. La consegna è la disobbedienza civile nonviolenta, ma nessuno si fa illusioni circa la risposta delle forze dell’ordine, che, come i fatti non tarderanno a dimostrare, sarà al contrario una risposta violenta, di obbedienza alla classe politica al potere. Da settimane sono quindi disponibili, sul sito della “Coordinadora 25S”, istruzioni su come reagire alle possibili cariche poliziesche, con strategie di resistenza pacifica in caso di “kettle” (formazione della polizia volta a “incapsulare” gruppi di manifestanti), di sgomberi forzati ecc., oltre a una rete permanente di informazioni logistiche e a un servizio di assistenza legale. Fin qui, chi convoca. Ma chi risponde? Chi sono e da dove provengono, le 10000 persone del 25 settembre?

Io arrivo verso le 17.30 in compagnia di un’amica spagnola, trentenne, medico; un poeta del gruppo surrealista di Madrid, cinquantenne; un amico italiano, quarantenne, traduttore; un’amica argentina, psicoanalista, sessant’anni. Alle 18.30 la piazza è già piena. Comincio a guardarmi intorno: non vedo bandiere politiche, se non quella repubblicana e alcune bandiere anarchiche. Non ci sono i sindacati. Si intravedono membri delle cosiddette “marea verde” (personale dell’istruzione pubblica), “marea bianca” (personale della sanità pubblica), e “marea arancione”, movimento in difesa dei servizi sociali, riconoscibili dal colore delle t-shirt che indossano. La maggioranza dei manifestanti non è identificabile per nulla in particolare, se non per una rabbia, grande, che trapela dagli sguardi e dai gesti. C’è gente di ogni età e provenienza: disoccupati, ma anche studenti, lavoratori, pensionati. Questa volta non vedo, come in altre manifestazioni convocate dai sindacati, gruppi identificabili di dipendenti pubblici, non vedo pompieri, né poliziotti. I poliziotti sono tutti dall’altra parte.

A differenza di quanto ho osservato nei grandi raduni del maggio dell’anno scorso, nella Puerta del Sol, qui i curiosi non ci sono: l’atmosfera è chiaramente di sinistra, più surriscaldata di quella del maggio 2011, e al contempo meno festiva.

Non è difficile indovinare i motivi di questo scarto: nei mesi intercorsi tra il maggio dell’anno scorso ed oggi, gli abitanti della Spagna si sono visti precipitare addosso, a cascata, una riforma del lavoro che facilita i licenziamenti in massa e la contrattazione precaria; ingenti tagli alla sanità pubblica, all’istruzione pubblica inferiore e superiore, al settore dei trasporti pubblici, con relativi peggioramento del servizio e aumento dei prezzi; l’aumento dell’IVA, che ha letteralmente messo in ginocchio alcuni settori (in particolare quello culturale), e il conseguente aumento generale dei prezzi. In breve: lo smantellamento, rapidissimo e imposto in prevalenza per decreto, dello Stato sociale.

Mentre il tasso di disoccupazione assoluto raggiunge il 25%, e sfiora il 50% quello della disoccupazione giovanile, il “salvataggio” europeo della Spagna lascia intravedere nuovi tagli a breve termine (probabilmente a pensioni e sussidi di disoccupazione), che il Governo non cerca neanche più di dissimulare. Continua, in compenso, a chiamare i cittadini alla “responsabilità”, ripetendo il mantra dell’abbiamo vissuto per anni al di sopra delle nostre possibilità: vero per alcuni, senza dubbio, ma non per molti altri. Ecco, molti di quelli che non hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, e che ora si sentono truffati e defraudati, sono in piazza il 25 settembre.

L’idea è di “rodear el Congreso” (circondare la sede del Parlamento), ma chiedersi chi stia circondando chi è del tutto ozioso: abbiamo poliziotti davanti, dietro, a destra e a sinistra. Molti dei cori mettono in ridicolo l’assurdità dello stato d’assedio in corso: “Somos pueblo, no delincuentes” (“Siamo popolo, non delinquenti”), grida rabbiosa gente di ogni età, professione, provenienza; “Policía, únete” (“Poliziotto, unisciti a noi”); e con le mani levate: “Éstas son nuestras armas” (“Queste sono le nostre armi”).

Verso le 19.00, dopo alcuni tentativi dei manifestanti di aprire su un lato lo sbarramento di metallo, la polizia si prepara, esce e inizia la prima carica. Si susseguono momenti di tensione, alcune persone catturate a caso vengono immobilizzate e trascinate via. Alcune rimangono ferite. Alcuni furgoni della polizia si aprono un varco tra la folla e si schierano in prima linea, pronti al nuovo attacco. Noi ci portiamo su un lato della piazza, per non venire schiacciati dalla folla che indietreggia.

Verso le 21.00 si produce la seconda violenta carica, in seguito alle “provocazioni” di un gruppo di “incappucciati” schierati dietro uno striscione in prima linea. L’identità di molti degli “incappucciati” presenti alla manifestazione (un’esigua minoranza) rimane tuttora incerta. La polizia riconoscerà pubblicamente di aver infiltrato nella manifestazione agenti con il volto coperto da cappucci, negando però tassativamente che gli infiltrati abbiamo ricevuto l’ordine di scatenare scontri. Alcuni video pubblicati nei giorni successivi mostrano senza possibilità di equivoco alcuni “incappucciati” mentre aiutano gli agenti a trascinare via dei manifestanti e uno, immobilizzato al suolo da un poliziotto, che grida distintamente “que soy compañero coño, soy compañero” (“sono un collega, cazzo, sono un collega”).

A partire dalle 21.15, le cariche non si contano più: la polizia comincia ad avanzare contro la gente, randellando i manifestanti in modo indiscriminato e sparando proiettili di gomma. Si susseguno gli spari per circa un’ora. Noi ci muoviamo rapidamente lungo il Paseo del Prado in mezzo alla folla in fuga in direzione della stazione di Atocha, a tratti corriamo, i poliziotti vicinissimi alle nostre spalle. Uno di noi viene raggiunto alla schiena da una manganellata. Ci consultiamo sul percorso da seguire, ma il percorso è obbligato: indietro non si torna, tutte le traverse laterali sono sbarrate da decine di agenti e transenne di metallo, sul lato sinistro del viale avanzano furgoni della polizia e squadre di poliziotti a piedi in direzione Atocha.

Lungo il Paseo del Prado, un cameriere fa entrare decine di persone nel bar in cui lavora, poi si mette in mezzo all’ingresso con la braccia aperte per proteggere dalla polizia la folla dei rifugiati. Grida, visibilmente scioccato dalla situazione (il giorno dopo, dichiarerà ai giornali che dopo quello che ha visto il suo orientamento politico –è stato finora un votante del PP– cambierà radicalmente). Intanto, la gestione della situazione da parte della folla è assolutamente esemplare: si cerca di evitare il panico e si riesce a scongiurare l’effetto valanga, sfiorato in più di un’occasione. In mezzo al viale, alcuni manifestanti tengono testa alla polizia, lanciando contro gli agenti sampietrini raccolti per terra o il bastone che hanno in mano.

Arrivati ad Atocha, non commettiamo l’errore di entare nella stazione, dove, come apprenderemo il giorno dopo da un video inquietante, la polizia farà irruzione di lì a poco malmenando manifestanti e passeggeri. Ci fermiamo invece a riposare nella piazzetta adiacente al museo Reina Sofía, dove i poliziotti, pensiamo, non si sarebbero mai avventurati. Ci sbagliamo. Dopo mezz’ora una squadra di agenti antisommossa a caccia di manifestanti irrompe alle nostre spalle. Ci rifugiamo a decine in un bar. Ancora per ore sentiamo le sirene della polizia e spari isolati. Il bilancio finale parlerà di 35 detenuti e, tra i manifestanti, 37 feriti.

Nei giorni successivi, ritorno in Plaza de Neptuno, in occasione delle manifestazioni del 26 e 29 settembre. Quest’ultima è ancora più grande delle precedenti. Non si verificano repressioni paragonabili a quella del 25 settembre, ma si producono scontri isolati tra manifestanti e forze dell’ordine e nuovi arresti. Si pone ora, per il prossimo appuntamento in Plaza de Neptuno, previsto forse per la fine di ottobre, e per le successive mobilitazioni, l’eterna questione del “Che fare?”. Che fare se il Governo continua ad opporre al grido di protesta della gente un muro di gomma? Che fare se gli “indignados” continuano ad essere una minoranza, sia pure enorme, della popolazione colpita dalle misure politiche degli ultimi due anni? Insistere a oltranza è una soluzione? La popolazione che protesta sta dimostrando una resistenza davvero sorprendente, non c’è dubbio, ma per quanto tempo si può protestare?

E poi c’è la questione della violenza, su cui molto si sta discutendo. Tra i manifestanti, è inutile negarlo, c’è chi vede negli scontri di questi giorni “un passo avanti” rispetto all’anno scorso. E chi invece denuncia questi fatti come  iniziative deprecabili di pochi isolati. C’è chi vede nella protesta violenta una forma di disobbedienza civile radicale, quindi un modo legittimo per uscire dal vicolo cieco della “rappresentazione” – gioco forza “simbolica” – del dissenso. E c’è chi invece distingue tra la disobbedienza civile nonviolenta – legittima – e quella violenta – illegittima. Le prossime settimane diranno del destino del movimento: e molto dipenderà anche dall’esito di queste discussioni.

(Giuliana Zeppegno, Madrid)

10 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, economia, Europa, sinistra

10 risposte a “Che succede a Madrid?

  1. Valerio

    Ed in Italia?
    Non so se avete visto il manifesto che circola su Fb per “circondare il parlamento”, ma è di un fascismo, nemmeno troppo mascherato, inquietante.
    Tutta la rabbia è contro la classe politica, il neo-liberismo non è nemmeno preso come bersaglio di striscio, forse anche perchè i tagli in Italia sono ancora “poca cosa” rispetto a quelli di Spagna e Grecia e da noi la crisi, strisciante, andava già avanti da anni con una stagnazione.
    Insomma i giovani erano quasi completamente fottuti già 5 o 10 anni fa, adesso lo sono solo definitivamente.
    Quello che c’è in Italia è la deindustrializzazione di ampie zone del paese, sopratutto nel sud, ma lì la rabbia sociale rimane sul territorio.
    E comunque il grosso delle iniziative di protesta vengono prese da soggetti improvvisati (vi ricordate i forconi?) spesso un po’ inquietanti o grillini, di sicuro non progressisti, e incapaci di gestire le sfide di comunicazione per un movimento.
    Inoltre le proteste non vanno molto oltre il vaffanculo, non pongono il problema della solidarietà sociale, spesso escono a malapena dagli interessi particolari (che per altro sono legitimissimi), con il rischio di arrivare però a lotte tra poveri e a lotte corporativiste.
    Resta solo il movimento operaio, ma non so se continuare a salire sulle ciminiere e i rigasificatori servirà davvero, se questo movimento non riesce a trovare la forza di rinnovare la politica ed il sindacato.

  2. Valerio

    P.S.
    Comunque bel post e bel reportage, sono contento che il sito torni ad attivarsi e sono contento che si cominci da quello che accade in giro per l’Europa.
    Spero anzi che nella nostra rete ci sia qualcuno che possa parlarci di Grecia.
    Nel mio piccolo sono stata ad Atene questo settembre e mi sembrava una città devastata, con tutto il centro di vetrine vuote coperte con la scritta affittasi, circondate da banche e compro-oro, le uniche attività che sembrano ancora floride.

  3. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. Maurizio Giancola

    La violenza della polizia spagnola deve essere condannata senza esitazioni. Non guasterebbe però un’onesta autocritica da parte degli indignados. Aver equiparato il PSOE al PPE si è rivelato un grave errore così come l’invito ad astenersi alle elezioni. Non era difficile prevedere che demonizzare il governo socialista, nonostante gli errori di Zapatero a fronte della crisi, avrebbe prodotto conseguenze nefaste. Ora è evidente che se il movimento non trova uno sbocco politico reale e credibile le manifestazioni non potranno durare più di tanto.
    Maurizio Giancola

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Maurizio, anche a me è sempre sembrata francamente una stupidaggine dire che PSOE e PP sono la stessa cosa – o come dice qualcuno degli indignados “la stessa m…”. Innanzitutto perché due cose non sono mai “la stessa cosa” e poi perché rifiutarsi di vedere le differenze fra due (o più) entità politiche non promette mai nulla di buono. Tuttavia, se si scava oltre gli slogan (cosa che io ho potuto fare standoci in mezzo dall’inizio fino alla scorsa estate), ti assicuro che diventa improprio dire che dalla galassia degli indignados (una realtà quanto mai variegata) venga sempre e comunque quel messaggio (che sicuramente è condiviso da alcuni settori). Sicuramente è venuto e viene, da (quasi) tutti, un messaggio forte e generale contro il “bipartitismo coatto”, ma è un’altra cosa.
      L’invito ad astenersi, invece, appartiene ad una netta minoranza della nebulosa indignada. Ne scrivemmo anche su questo blog l’anno scorso. La consegna chiara che emergeva dalle discussioni e assemblee, e che si poteva cogliere dai cartelli e striscioni, era: non votare PP e PSOE, ma votare. Ad esempio Izquierda Unida o partiti minori come Izquierda Anticapitalista. E c’era persino gente che non faceva mistero di votare i centristi della UPD.
      Quanto ho detto ora non contraddice quanto affermato prima: fare campagna contro PP e PSOE non significa dire che sono la stessa cosa, perché le ragioni per contrastarli non erano le stesse (per lo meno, non in una parte significativa del movimento).

  5. Valerio

    Certamente PSOE e PPE sono ben diversi, ma i partiti socialisti dovrebbero farsi un bel esame di coscienza.
    Per fortuna Zapatero (a differenza dei nostri) dopo aver governato (anche molto bene a tratti) si è fatto da parte lasciando ad altri il compito di ricostruire.
    Perchè il PSOE come tutti i partiti socialisti europei a partire dal New Labur Balriano, non è stato capace di essere alternativo al neo-liberismo, ma solo di proporsi come “gestore” del mercato, praticamente senza alcuna visione di cambiamento in materia economica o di modifica dei rapporti di forza tra capitale (e finanza) e lavoro.
    Ed invece serve proprio l’alternativa al sistema capitalistico e turbo-capitalistico, visto che è proprio il “mercato” ad essere fallito. Il sistema neo-liberista sta crollando un po’ come quello comunista ha iniziato a fare negli anni ’70. Contemporaneamente stiamo favorendo la finanziarizzazione dell’economia con la devastazione del tessuto produttivo incluso il diritto al lavoro.
    Mentre i paesi di capitalismo non di di mercato (come la Cina) la crisi l’hanno sentita o meno o affatto e tutti i BRICS (che non sono certo “socialisti”) puntano sul lavoro e non sulla finanza.

    Non mi sembra che questa analisi sia condivisa nello PSOE (magari sbaglierò o sono poco aggiornato), ed unita ad altri peccati (vedasi la caccia a Garzòn attuata dalla componente vicina allo PSOE nella magistratura spagnola) mi avrebbero tenuto lontano dal votarli anche a me.
    Non possiamo nemmeno escludere, controfattualmente, che un governo PSOE non avrebbe attuato politiche di macelleria sociale qualitativamente e quantitativamente diverse da quelle del PPE, anche perché imposte dalla troika.
    Il caso del partito socialista pan-ellenico PASOK (che ebbe almeno la decenza di proporre un referendum, ritirandolo poi vigliaccamente) lo sta ben a simboleggiare, così come il suo crollo in tre anni dal 43 al 13%.
    Insomma numerosi partiti socialisti europei (che spesso di socialista hanno solo il nome) non sanno ancora cosa fare ed è fisiologico che vengano penalizzati. Sopratutto se alla loro sinistra si presenata qualcuno che non ragiona più come negli anni ’50 e non inneggia a Pol Pot.
    Questo lo dico anche pensando all’Italia, dove Ichino fa parte del PD e sta polticamente dall’altra parte della barricata, legato a logiche che si sono rivelate nei fatti fallimentari e deleterie. Ma nessuno gli chiede di farsi da parte, o chiedere scusa, o ammettere che si era sbagliato.

  6. Maurizio Giancola

    Ringrazio Jacopo per le precisazioni. Purtroppo la stampa italiana, sugli indignados come su molti altri argomenti, non aiuta granché a capire ed io non sempre ho seguito il vostro blog. Anch’io ho ricordato gli errori di Zapatero a fronte della crisi e non ho problemi a riconoscere che molte affermazioni di Valerio sono vere. Anche il PSOE aderì alla visione blairiana in economia e di fatto si limitò ad agevolare la crescita in una fase in cui si ritenne, sbagliando, che questa non dovesse conoscere più limiti. E’ vero che attuò delle politiche redistributive, ma senza porsi alcun interrogativo circa i meccanismi mercatisti, di fatto accettati in modo del tutto acritico. I partiti riuniti nel PSE hanno pagato questi errori, che però sono stati oggetto di riflessione e revisione. Oggi le loro posizioni, nonostante alcune resistenze, sono molto cambiate. Il Labour di Ed Miliband è profondamente diverso da quello di Blair, per i compagni del PS francese va detto che non sono mai stati blairiani, la SPD si muove con cautela (la situazione tedesca la richiede) ma anche in questo caso il Nuovo Centro di Schroeder non ha più seguito. Forse è proprio il PSOE quello attualmente più confuso ed incerto. Il PASOK invece è stato distrutto da Venizelos, che per ragioni di potere non ha esitato a collassare il partito nel momento in cui tradiva Papandreou, fautore del referendum. Ovviamente non parlo dell’Italia dove si vede sempre più, almeno a mio giudizio, cosa significhi non avere un grande partito socialista/socialdemocratico, nonostante limiti ed errori sempre possibili. Su tutto resta il fatto che nulla si può ormai fare in una dimensione solo nazionale: la battaglia contro il capitalismo finanziario esige come minimo lo spazio europeo, se basterà. Per questo motivo resto ben radicato nel socialismo europeo, che può sbagliare ma sa anche correggersi e tornare a giocare il suo ruolo, mentre francamente non vedo in movimenti e partiti periferici di sinistra radicale alcuna possibilità di promuovere cambiamenti reali.

    • Barkokeba

      La critica al PSOE dovrebbe essere più precisa. Non è il mercatismo in astratto che lo ha fregato (e con lui tutto il popolo spagnolo). E stata l’idea che l’economia potesse crescere in maniera sana sul mattone. E il fatto di pensare di governare un grande paese senza avere un’idea precisa di quale possa/debba essere il suo sentiero di sviluppo economico. La verità è che i paesi messi peggio sono stati quelli che hanno creduto a questa bufala dell’ultimo decennio. La crescita tedesca si è basata su sistemi avanzati per la promozione della produttività e della sua redistribuzione, non sul mattone. E si vede. Non mi metterei a fare questioni di etichette (servono i socialdemocratici, che poi vanno distinti tra quelli bravi e quelli non bravi). E’ il blairismo che ha fatto il suo tempo. La terza via non ha funzionato. Va inventato qualche cosa di nuovo

  7. Valerio

    Comunque aggiungerei che anche la Germania, già quando era a guida SPD, ha ridotto il costo del lavoro e aumentato lo sfruttamento e la precarietà.
    In verità una delle cause della crisi, e sarebbe bene comprenderlo alla svelta, è il costo del lavoro troppo basso, che ha bloccato i consumi in Europa e negli USA senza tradursi in un aumento delle esportazioni verso l’Asia e il Sud America, con la parziale eccezione tedesca (ma lì, appunto, si produce alta tecnologia, mica maglioni).
    La precarietà di intere generazioni ha fatto crollare il mercato immobiliare e il sistema bancario, prima negli USA (chi stipulava i famigerati NINJA? sopratutto giovani precari), poi nel resto del mondo.
    Quindi i modelli ridistributivi attuati dal socialismo europeo di governo negli ultimi dieci anni sono stati, per dirlo pudicamente, insufficienti.

    Ho grande stima per il socialismo europeo (meno di Jacopo, ma comunque tanta), e so perfettamente che il partito socialista francese ha posizioni molto diverse da quello greco o portoghese, mentre alcuni PS hanno almeno una grande coerenza verso determinate posizioni di apertura ai diritti civili (penso ad esempio ai social democratrici norvegesi e allo stesso PSOE) che altri PS ormai “sputtanati” si sognano. Mentre altri, penso ai compagni Ungheresi, stanno conducendo una solitaria e (quasi) sconosciuta battaglia all’arma bianca contro la fascistizzazione del loro paese (e comunque commettendo diversi errori tattici non da poco).

    Quello che volevo dire a Maurizio è che i parititi alla sinistra dei socialisti/social democratici ufficiali, penso a LINKE in Germania ad esempio, sono i “socialisti” almeno supplenti, sia perchè sovente nati dai socialisti “di sinistra” (SEL e LINKE stessa) che si incontrano con la sinistra radicale post-comunista o neo-comunista (ma non vetero-comunista), sia perchè hanno assunto delle posizioni di “vero” socialismo (ovvero di critica e superamento del sistema capitalista, con politiche economiche interventiste neo-keynessiane e di altro tipo, e non la presunzione di gestirlo usando una scatola degli attrezzi liberista).

    Viceversa questa opzione è condivisa solo a macchia di leopardo dai partiti socialisti ufficiali (e mai da tutta la dirigenza senza correnti contrarie), che in generale non sono (da nessuna parte) espressione dei movimento sociali e operai. Ovvero si sono scollegati dal popolo di sinistra, e forse farebbero bene a capire che così si stanno tagliando le radici, dalla loro storia-tradizione ideologica, ormai rifiutata quasi con vergogna ecc. ecc.
    Sarebbe bello avere un partito socialista (vero) italiano, così da poter avere una sinistra radicale e una sinistra socialista. In verità oggi il PD è mille miglia lontano dall’Europa nei fatti (cioè non è socialista di nome né inserito nel gruppo socialista, insomma una sorta di singolare peculiarità italiana), ma ben esprime la trasformazione di molti partiti socialisti che si sono “democraticizzati”. A mio avviso la peculiarità italiana è quindi più di contenitore che di contenuto, visto che non pochi partiti socialisti hanno al loro interno un settore centrista proprio come il PD ha un partito democristiano.
    Se si è socialisti “veri” forse in Italia l’unica casa possibile è SEL, dove ci stiamo anche noi post-neo-comunisti, brutti, sporchi e cattivi, ma molto disponibili a lavorare assieme a voi.

  8. Maurizio Giancola

    Che all’origine della crisi ci sia in primo luogo un deficit di domanda è l’interpretazione condivisa da tutti coloro che non hanno appaltato il cervello al pensiero unico neo-liberista. Giorgio Ruffolo, per citare un socialista, lo sostiene da sempre. Sulle insufficienze delle politiche di Blair, Schroeder e Zapatero nonché, non dimentichiamolo, dell’Ulivo italiano, ho già detto e credo sia un inutile esercizio continuare a ripeterlo. Quel che conta è l’inversione di tendenza, ancora non completa, nell’ambito del socialismo europeo, che naturalmente ha al suo interno tendenze più moderate e più radicali. Su questo chi come me ama il socialismo democratico e non il social-liberismo sottolinea gli elementi di cambiamento (che in realtà tali non sono, trattandosi di una riaffermazione di idee date troppo frettolosamente per superate). Chi invece da sempre è critico e ostile al socialismo da posizioni sedicenti di sinistra continua a diffidare e a sottolineare limiti e difetti. A queste posizioni manca però un’analisi realistica dei rapporti di forza, come era solita fare la sinistra un tempo. Finché la Germania in primo luogo ma anche paesi meno forti ma rilevanti come Italia e Spagna saranno governati da destra non c’è spazio per politiche keynesiane. Pur non essendo nell’eurozona pesa anche l’Inghiltera, finché si offre come rifugio per i capitali in caso di loro ulteriore tassazione. Per questo è assurdo ogni eccesso critico per i presunti cedimenti di Hollande. Da giorni ad essere sotto tiro per aver candidato Steinbruk è la SPD. Anche qui, anziché insistere sul passato, sarebbe bene andare a vedere il programma: tassazione dei patrimoni e delle transazioni finaziarie, separazione fra banche di deposito e banche d’affari, eurobond a sostegno del fondo salvastati. Spesso infatti, quando si critica la cosiddetta destra socialdemocratica europea, si dimentica che il PD in Italia non si sogna assolutamente di sostenere posizioni simili perché troppo audaci.
    Concludo con due precisazioni.
    A Barkokeba: è vero che Zapatero puntò tutto sul mattone, ma questo avvenne perché fu pragmaticamente mercatista, accodandosi passivamente alla tendenza del mercato senza minimamente cercare di guidarlo. Non si è trattato di un deficit anche culturale?
    A Valerio: sono stato per anni critico nei confronti di SEL, ma condivido le recenti scelte di Vendola, quelle che non piacciono ad Alfonso Gianni e a Fulvia Bandoli. Sulla Linke invece penso che stia chiudendo il suo ciclo.

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