La retorica del “merito” e l’Italia delle 3 “i”: incompetenza, illegalità e ingiustizia

La parola “merito” è diventata molto trendy nella politica italiana degli ultimi anni. E’ stata la parola d’ordine della riforma Gelmini dell’università, che veniva propagandata come un modo per promuovere il “merito” contro i “baroni”. E’ oggi una delle tre parole chiave della campagna di Matteo Renzi.

Non è diventata popolare per caso. E’ il segno della rivolta di una parte del Paese contro la staticità della classe dirigente, intesa in senso ampio: da chi fa politica a chi comanda in ufficio. Cosa c’entra tutto questo con le manifestazioni studentesche che si svolgeranno domani 12 ottobre?

1. Quando venne promossa la riforma Gelmini i tagli, consistenti, al bilancio dell’istruzione pubblica erano già stati decisi. La riforma doveva solo giustificarli politicamente e adattare la “macchina” dell’università al nuovo regime finanziario. Intelligentemente, però, il centrodestra decise di dargli un’altra visibilità pubblica: si trattava di combattere lo strapotere dei vecchi baroni e promuovere il merito e i nuovi ricercatori. Chi poteva essere contrario ad un obiettivo del genere? E infatti ci credettero in molti, anche nel centrosinistra. Di quella riforma scrisse già qui Stefano Anastasia: “Il massacro finanziario dell’università diventa così, nella propaganda di regime, l’occasione per redistribuire – su basi “meritocratiche” – il finanziamento delle università italiane.” A 2 anni dall’approvazione di quella riforma “in nome del merito” si possono già trarre alcuni bilanci, esemplificati da questi numeri:

– zero, sono i “baroni” che hanno perso il posto o che sono stati penalizzati perché non svolgevano il proprio lavoro e cioè insegnare e fare ricerca.

20.000 sono i ricercatori precari che, secondo l’Associazione Dottorandi e Assegnisti di Ricerca, hanno perso il posto solo nel primo anno dopo i tagli

– 14% è il taglio ai finanziamenti pubblici per l’università dal 2008 ad oggi

– 25% è la percentuale di studenti che non ha ricevuto una borsa di studio nel 2010, nonostante ne avesse i requisiti

– 4,58% era la percentuale del PIL che l’Italia spendeva in formazione nel 2008, cioè prima dei tagli. Una percentuale molto più bassa, per esempio, degli Stati Uniti.

La retorica del merito era servita, durante il governo di centrodestra, a nascondere i tagli al finanziamento ordinario delle università, il blocco delle assunzioni dei giovani ricercatori anche in presenza di pensionamenti massicci tra gli attuali professori, il taglio drastico dei fondi per il diritto allo studio, le case dello studente, le mense, i trasporti agevolati. Se lì fu propaganda fatta in nome dei “giovani” e per coprire una vera e propria “guerra ai più poveri tra i giovani”, in generale la retorica del merito mostra altre debolezze.

2. Si usa “merito” per dire che nello studio, nella ricerca e nel lavoro ce la dovrebbero fare i migliori e non quelli con più addentellati e relazioni. Un problema molto grave, soprattutto in Italia, dove i figli degli architetti fanno gli architetti, quelli dei medici fanno i medici e così via.  Non è difficile capire che se si fa un mestiere solo perché lo si è ereditato non è detto che si sia anche i migliori. E qui veniamo all’Italia delle 3 “i”.

La retorica del merito è spesso un modo per proporre politiche a-conflittuali, che non diano fastidio veramente a chi comanda. Nasconde un problema che deriva dalla promozione dell’incompetenza, dal perpetuarsi dell’illegalità e dal consolidarsi di nuove e vecchie ingiustizie sociali. Vediamo il caso dell’università e della ricerca. Non è che non si promuova il merito per incuria o per “buonismo”, è che si vuole perpetuare il Paese delle 3 “i”.

3. I “migliori” non riescono ad entrare nell’università e nella ricerca per la combinazione di diversi fattori: il blocco delle assunzioni per cui negli ultimi anni a fronte del pensionamento di 5 professori si poteva spendere per nuovi ricercatori solo 1/5 della somma degli stipendi dei pensionandi; il fatto che il reclutamento veniva sempre di più affidato agli ordinari, classe nella quale l’incompetenza non è di certo assente, con molti professori bravi ma anche tantissimi che non pubblicano nulla da decenni (e come potrebbero promuovere qualcuno più competente di loro?); dal perpetuarsi di metodi illegali sia nei concorsi – che continuano ad essere “truccati” con evidenti conflitti di interessi tra commissioni e candidati – che nella gestione dell’università come fosse “cosa propria”; dalle ingiustizie sociali che rendono pressoché impossibile perseguire la carriera accademica per chi non possa permettersi anni, se non lustri, di lavoro gratuito. E per chi invece se lo può permettere, il lavoro gratuito è la gavetta che si deve fare per poter poi aspirare a quei pochissimi posti in palio. Ecco che quindi i concorsi sono solo il premio per chi ha sfacchinato gratis e non la promozione dei “migliori” della materia.

4. Nessuno di questi nodi veniva affrontato dalla riforma e dai decreti attuativi promossi dall’attuale governo. Il sistema di valutazione della ricerca è stato un fallimento, basta farsi un giro qui per capirne un po’ di più. I tagli sono rimasti in gran parte in piedi. Grazie alla riforma, le università hanno sfruttato l’autonomia loro concessa per costruirsi concorsi su misura. Oramai in pochi tra quelli che sostennero quella riforma negano che uno degli obiettivi era selezionare alcune università come luoghi di “eccellenza” dove fare ricerca mentre tutte le altre, guarda caso quasi tutte quelle del sud, sarebbero diventate dei semplici luoghi di didattica. Che poi le università “eccellenti” fossero guarda caso quelle di provenienza di ministri, consiglieri ed editorialisti pro-riforma è una coincidenza che solo gli astrologi spiegheranno.

In conclusione, è l’Italia delle 3 “i” che va smantellata. Senza cedere alla retorica del merito ma sapendo che bisogna fare la guerra a chi ha veramente il potere e lo ha gestito molto male in questi anni. L’università che ci ritroviamo non è l’unica possibile. Ci sono alcune semplici cose che si possono fare e che potrebbero aggredire le 3 “i”: convocare concorsi regolari annuali in ogni materia (avete mai notato che quelle poche professioni in Italia dove si fa così sono anche quelle dove ci sono più donne?); valutare non l’eccellenza (che è difficile da misurare) ma intanto l’illegalità e cioè i prof che non vanno a lezione, che non fanno ricevimento, che non scrivono nulla; obbligare chi svolge una libera professione grazie alla posizione di professore universitario (vedi avvocati e medici tanto per fare due esempi) a versare una quota dei propri guadagni alle università; rendere illegale la prestazione di lavoro gratuita e stabilire dei compensi minimi; far sì che siano i ricercatori a scegliere le università dove vogliono lavorare e non il contrario; rendere pubblici i curriculum dei candidati ai concorsi ed istituire un’entità terza a cui fare ricorso in caso di irregolarità. Sono solo alcuni esempi. E poi, ovviamente, per combattere la “i” di “ingiustizia” investire sul sistema di diritto allo studio almeno quanto Francia e Germania. Cioè dieci volte quanto spendiamo ora, metà di quanto usato per “salvare” una delle più grandi banche italiane.

(Mattia Toaldo)

Lascia un commento

Archiviato in cultura e ricerca, università

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...