Ecco come e perché si è impoverito l’ex “ceto medio” italiano

Immagine tratta da Romah24.it

Su impulso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 17 ottobre è stata celebrata la Giornata Internazionale per lo sradicamento della povertà. Un evento passato sostanzialmente nel silenzio di gran parte dei mass media nazionali e degli attori istituzionali di questo paese con la sola lodevole eccezione della Caritas che in quella occasione ha presentato il suo rapporto annuale  su povertà ed esclusione sociale, intitolato “I ripartenti. Povertà croniche e inedite. Percorsi di risalita nella stagione della crisi”. Il quadro descritto nel rapporto evidenzia chiaramente come la “Grande crisi” esplosa nel 2008, il cui decorso è ancora incerto, stia avendo un costo umano elevatissimo e, al tempo stesso, abbia contribuito a ridisegnare la geografia delle povertà.

La povertà che oggi ci troviamo a fronteggiare non è infatti più descrivibile utilizzando gli schemi e le figure del passato. E’ una condizione che sfugge e che si estende ben oltre i confini che ne delimitavano il quadro fino a poco tempo fa. Oltre ad accrescere, infatti, il numero delle persone che vivono in stato di povertà cronica, si assiste sempre più a fenomeni di impoverimento e di esclusione sociale che investono settori di popolazione che in passato avremmo definito ceto medio.

Secondo lo studio se, a livello complessivo, rispetto agli italiani (28,9%), a rivolgersi ai Centri Caritas sono in maggioranza stranieri (70,7%), i primi, tuttavia, nell’arco degli ultimi due anni, risultano essere in costante aumento: nel 2009 erano il 23,1%, mentre le persone transitate nei Centri di Ascolto nei primi 6 mesi del 2012 ammontano a 22.523 unità (erano state 31.335 persone in tutto il 2011). Se si mantenesse stabile tale anche nel corso del secondo semestre 2012, l’aumento sarebbe pari al 33,5% per anno.

Analizzando i dati è possibile definire inoltre con molta chiarezza la progressiva normalizzazione sociale della povertà, che sempre meno coincide con la grave marginalità sociale. Se a pagare il costo maggiore della crisi sono come sempre gli italiani che abitano nel Mezzogiorno (48,4) chi si rivolge ai centri Caritas non è necessariamente un emarginato o un barbone. Da due anni e mezzo ormai diminuiscono in modo vistoso coloro che si dichiarano a reddito zero e vivono sulla strada. A chiedere aiuto sono più le donne (53,4%), i coniugati (49,9%), le persone con un domicilio (83,2%). Calano i disoccupati (-16,2%), gli analfabeti (-58,2%) e le persone senza dimora o con gravi problemi abitativi (-10,7% nei primi sei mesi del 2012 rispetto al 2011). Gli incrementi più significativi riguardano la categoria delle casalinghe (+177,8%), degli  anziani (+51,3%) e dei pensionati (+65,6%) mentre la maggiore incidenza degli immigrati raggiunge valori massimi nel Centro e Nord Italia.

Secondo il rapporto, lavoro, casa e povertà economica sono i principali bisogni per i quali si  chiede aiuto, ma tra gli italiani (20,4%) la richiesta di aiuti economici ai centri diocesani é molto più diffusa rispetto a quanto accade fra gli stranieri (7,4%) con una crescita delle problematiche relative a situazioni di povertà pari al +10,1%. Gli interventi per fornire beni materiali per la sopravvivenza sono aumentati, nei primi sei mesi del 2012, del 44,5% rispetto al 2011. Gli immigrati, invece, chiedono più lavoro (17% contro 8,9% italiani) e soprattutto più orientamento (13,4% contro il 3,6%). Nel 2011 sono stati oltre 6 milioni i pasti erogati nelle 449 mense sparse su tutto il territorio nazionale, pari a una media di 16.514 al giorno: numeri che danno un’idea del fenomeno delle persone che, in questo paese, non riescono a soddisfare in modo autonomo un bisogno fondamentale come quello alimentare.

Come è stato messo in evidenza in un’altra ricerca pubblicata due anni fa (Giovanni B. Sgritta (a cura di), Dentro la crisi. Povertà e processi di impoverimento in tre aree metropolitane, Franco Angeli, 2010), le “nuove povertà” interessano persone, che si ritenevano fino a poco tempo fa relativamente protette e al sicuro (dal punto di vista economico e lavorativo) e per le quali era lontanissimo il ricorso a forme di aiuto di tipo assistenziale: uomini o donne che si trovano a gestire una famiglia numerosa, si sono ammalati, hanno perso il lavoro, sono finiti in cassa integrazione o sono semplicemente invecchiati, giovani che avevano acceso un mutuo per la casa e stavano per creare un nuovo nucleo familiare. Si tratta di soggetti un tempo non marginali, con elevate quote elevate di capitale umano e che hanno acquisito molte competenze data, in molti casi, la loro lunga permanenza nel mercato del lavoro. Del tutto nuovo per loro è un percorso di discesa sotto la soglia di povertà per l’accumulo di eventi critici (problemi di lavoro, reddito, salute) da cui non ci si riesce a riprendere, per l’insorgere di “eventi dirompenti” (è il caso della crisi economica); per l’intrappolamento nella precarietà o per il fallimento del progetto migratorio.

Così come è ovviamente nuovo anche il sentimento di vergogna che si prova nel dover chiedere un aiuto economico alle istituzioni perché non si è più autosufficienti. Tutte queste persone rischiano di rimanere intrappolate in meccanismo di deprivazione perché la povertà è un fenomeno che si autoalimenta, quanto più a lungo e quanto più intensamente un individuo la sperimenta, tanto più è difficile che sia capace di uscirne, poiché non solo tenderà ad esaurire eventuali risorse possedute, ma tenderà anche ad adattarvisi come stile di consumo, come ambiente di vita e di relazione, come ambito entro il quale esaurire le proprie ambizioni esistenziali.

Le politiche di contrasto della povertà richiedono politiche pubbliche fortemente orientate e adeguatamente finanziate. Tuttavia, come abbiamo già scritto più volte, i governi Berlusconi e Monti hanno provveduto in questi anni a fronteggiare la crisi unicamente attraverso il taglio della spesa pubblica. Nel biennio 2011-2012 è stato quasi azzerato il finanziamento statale per gli interventi di natura sociale di Regioni ed enti locali. E’ venuto meno più di un miliardo di euro l’anno, circa un quinto della spesa sociale di questi enti,  perdita non bilanciata dall’attribuzione di corrispondenti fonti di entrata, a cui si sommano ulteriori, rilevantissimi, obblighi di contenimento della spesa. Una logica questa, che potremmo definire come non-keynesiana e che tiene in considerazione solo parametri di bilancio.

In tutti i documenti programmatici dell’attuale Governo si legge, ad esempio, come la spesa pubblica in Italia sia eccessiva, poco produttiva e produrrebbe effetti recessivi (minore crescita del Pil) con conseguente riduzione degli investimenti e dei consumi privati. Questo minerebbe la credibilità delle politiche economiche, generando incertezza con la conseguente possibilità di crisi finanziarie. A fronte di ciò una riduzione della dimensione del bilancio e dell’azione pubblica aumenterebbe la credibilità del Paese, contribuendo a ridurre il carico fiscale e ad alimentare la domanda privata di beni con conseguenti effetti espansivi sull’economia. In tempi di crisi e di politiche di austerity, colpisce l’assenza nel dibattito pubblico di una prospettiva che metta in discussione questa teoria, spesso presentata come unica via. Viene oscurata in questo modo la nozione di stato come portatore di interessi collettivi, impegnato a garantire i diritti dei cittadini e far sì che la loro vita si svolga nelle condizioni migliori possibili. Conseguenza di ciò è il progressivo indebolimento delle politiche di welfare pubblico che rischiano di diventare un ambito senza consistenza, evanescente, un insieme di politiche “simboliche” che non danno vantaggi visibili e da cui, se va bene, si possono ottenere risposte parziali, mai risolutive.

Sarebbe fondamentale invece pensare ad un grande sforzo volto a riprogettare e rafforzare queste politiche i cui limiti attuali sono certamente numerosi, oltre che di varia natura: l’assenza di una misura nazionale a favore di tutte le famiglie in difficoltà (manca solo in Italia e Grecia); la dispersione, al di fuori da qualsiasi tipo di regia e coordinamento complessivo, delle misure economiche su un gran numero di provvedimenti nazionali, regionali e locali; la residualità dei servizi rispetto al sostegno economico; l’estremo ritardo con cui vengono attivate queste misure soprattutto quelle legate alla perdita del lavoro e alla perdita di autonomia psico-fisica; l’estrema varietà e sperequazioni nella definizione del livello di reddito della famiglia. Con tutto il rispetto per il Governo Monti e per la sua azione di risanamento dell’amministrazione pubblica, una sinistra che aspira a guidare il Paese in un ottica riformatrice non può non sganciarsi da una concezione che vede il welfare come l’ultimo anello della catena delle politiche pubbliche. Tanto meno può essere più riproposta una politica dei due tempi in cui l’inclusione sociale può essere perseguita solo in un secondo momento e dopo avere raggiunto risultati significativi nel rilancio della crescita economica. Questo approccio ha mostrato limiti sempre più evidenti. C’è invece bisogno di utilizzare politiche a lungo termine, improntate ad un approccio dei diritti. Se è vero che le risorse stanziate per il welfare non sono in grado di produrre effetti positivi nel breve periodo, nel medio e lungo periodo tuttavia questi effetti possono essere sostanziali e fare la differenza nella vita delle persone. E’ il momento per questo di fare scelte coraggiose.

(Alfredo Amodeo)

1 Commento

Archiviato in economia

Una risposta a “Ecco come e perché si è impoverito l’ex “ceto medio” italiano

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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