Province, che farne?

Palazzo Valentini, oggi sede della Provincia di Roma. Immagine tratta da urloweb.com

Cosa accomuna Davide Bordoni, Massimiliano Smeriglio, Mariella Zezza ed Elsa Fornero? Militano in partiti diversi (PDL, SEL, Lista Polverini, “Partito Tecnico”) ma tutti e quattro sono i responsabili, per me che abito a Roma, in merito alle politiche del lavoro, a livello rispettivamente comunale, provinciale, regionale e nazionale. Se una fabbrica sta per chiudere, si attivano tutti e quattro e risolvono il problema. Se i diritti dei lavoratori sono messi in pericolo, tutti e quattro intervengono. Fantascienza? Ma è la realtà italiana che passa mesi a discutere se/come/quando abolire o accorpare le Province (o magari pure i Comuni) senza definire quali sono le competenze concrete di questi enti locali. Difficile pensare che i Fantastici 4 (o persino 5, ché in alcuni Municipi romani c’è pure lì qualcuno che se ne occupa) servano tutti.Ma se le cose non funzionano di chi è la colpa, di Bordoni o Smeriglio o Zezza o Fornero? Ecco, invece di perdere mesi e mesi sulle Province, cerchiamo di ragionare meglio…

1)      Le Province non servono, dice. Ma perché? Perché costano, ci rispondono. Sicuramente, costano le sedi e i dipendenti, e in minima parte gli organi politici. Ma in effetti le Province qualcosa fanno in cambio di questi costi. Potrebbe un singolo Comune medio-piccolo occuparsi di assetto del territorio, di mercato del lavoro, di scuole, di servizi sociali, di trasporti extraurbani e pendolari, di grande viabilità, di promozione turistica, di acqua e rifiuti? No, è proprio per gestire i servizi pubblici che esistono le Province, e questi compiti continueranno ad essere svolti. Il punto è con quante Province e come verranno elette. L’accorpamento (Pisa contro Livorno, Frosinone contro Latina, Avellino contro Benevento, Ravenna contro tutti) rientra perfettamente nel tradizionale schema delle “finte guerre” della politica italiana, ben descritto da Floris nel libro “Risiko”: di qualche anno fa: far sembrare che ci siano contrasti sulla sostanza dei problemi quando in realtà i problemi rimangono inalterati. È possibile che la fine (anticipata?) della legislatura lasci la patata bollente alle nuove Camere. Una modesta proposta è quella di tornare all’articolazione territoriale del 1968, mantenendo le Province storiche (fino a Pordenone compresa)che evidentemente un senso e un ruolo ce lo hanno avuto fin dall’Unità d’Italia e cancellando le ultime arrivate dagli anni 70, da Isernia in poi. Sugli organi provinciali invece la soluzione del Governo potrebbe avere senso, visto che il compito delle Province è proprio quello di coordinare i servizi che i singoli Comuni non sono in grado di svolgere, e quindi perché no l’elezione indiretta, sul modello delle Diputaciones spagnole, cosicché i consigli siano composti da sindaci, assessori o consiglieri comunali.

2)      Dove la proposta del Governo è incoerente, è però sulle Città metropolitane. Da un lato si prescrive finalmente l’attuazione della riforma del 1990, ma dall’altro lato i nuovi enti vengono assimilati di fatto alle preesistenti Province delle 15 aree individuate dallo Stato e dalle Regioni autonome (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria,Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste). Se questa è una soluzione che va bene per Milano (a cui viene ricondotta Monza) o Napoli, che sono molto densamente popolate, il concetto di città metropolitana applicato all’intera Provincia di Roma (fino a Subiaco…), di Torino (fino alle valli alpine) o di Firenze (che accorperà Prato e Pistoia) rasenta il ridicolo. Senza voler immaginare un radicale riassetto amministrativo del Paese  appare però chiaro che la nuova mappa predisposta dal Governo  non va nella direzione giusta. Anche qui una modesta proposta: lasciamo l’etichetta di “città metropolitana” alle aree veramente metropolitane (per dire, che c’entrano Reggio Calabria o Cagliari?), ossia a quei territori dove capoluogo e comuni limitrofi formano effettivamente un tutt’uno da gestire unitariamente, e quindi in un ambito generalmente più limitato rispetto alle attuali Province: sicuramente Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo e Genova, e forse basta così. Il resto di queste Province andrà a costituire nuovi enti o verrà accorpato a quelli già esistenti.

3)      Dopo questa architettura istituzionale, diventa decisiva la corretta distribuzione delle competenze, che era il tema da cui siamo partiti. Chi si occupa di mercato del lavoro? Chi si occupa di urbanistica? Chi di mobilità extraurbana? L’ultima modesta proposta è che si definiscano chiaramente i settori di intervento dei singoli enti, riducendo al minimo le sovrapposizioni, in modo da rendere più efficace l’amministrazione e anche più evidente agli elettori chi è responsabile delle cose che non vanno, o magari chi è artefice delle cose che funzionano.

(Federico Tomassi)

2 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, Roma

2 risposte a “Province, che farne?

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Il Consiglio delle autonomie locali di ogni regione a statuto ordinario o, in mancanza, l’organo regionale di raccordo tra regioni ed enti locali, entro settanta giorni dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della deliberazione di cui al comma 2, nel rispetto della continuità territoriale della provincia, approva una ipotesi di riordino relativa alle province ubicate nel territorio della rispettiva regione e la invia alla regione medesima entro il giorno successivo. Entro venti giorni dalla data di trasmissione dell’ipotesi di riordino o, comunque, anche in mancanza della trasmissione, trascorsi novantadue giorni dalla citata data di pubblicazione, ciascuna regione trasmette al Governo, ai fini di cui al comma 4, una proposta di riordino delle province ubicate nel proprio territorio, formulata sulla base dell’ipotesi di cui primo periodo. Le ipotesi e le proposte di riordino tengono conto delle eventuali iniziative comunali volte a modificare le circoscrizioni provinciali esistenti alla data di adozione della deliberazione di cui al comma 2. Resta fermo che il riordino deve essere effettuato nel rispetto dei requisiti minimi di cui al citato comma 2, determinati sulla base dei dati di dimensione territoriale e di popolazione, come esistenti alla data di adozione della deliberazione di cui al medesimo comma 2.

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