Cosa intendiamo quando parliamo di “investitori esteri”

Lorenzo Fanolidream act

Tra le cose importanti che Obama ha iniziato ad affrontare, immediatamente dopo il giuramento per il secondo mandato, vi è la riforma delle leggi sull’immigrazione.
Il 28 gennaio si è diffusa in tutto il mondo la notizia che il gli Stati Uniti d’America potrebbero legalizzare 11 milioni di immigrati clandestini. Ci sarebbe un accordo al Senato tra Repubblicani e Democratici per deliberare al più presto a riguardo.
Il presidente degli Stati Uniti con un discorso tenuto il 29 gennaio a Las Vegas, ha spiegato i principi fondamentali di una riforma dell’immigrazione che incorpora tutte le controversie politiche di Washington. Il progetto del presidente supera a sinistra le linee guida presentate il 28 gennaio dalla“gang of eight” guidata a destra da John McCain e Marco Rubio e a sinistra da Chuck Schumer e Dick Durbin. Obama ha aggiunto a quella miscela condivisa, un ingrediente che ne cambia il sapore. La strada che porterà gli undici milioni di immigrati clandestini attualmente negli Stati Uniti alla cittadinanza dev’essere dritta e sgombra da ostacoli, non tortuosa e prudente come vorrebbero i repubblicani. In una mossa il presidente ha cercato di trasformare un accordo bipartisan “incoraggiante” in una rivoluzione liberal. L’enfasi obamiana sulla regolarizzazione rapida e “straightforward” è indigesta per il Partito repubblicano, che ha aperto a una riforma sull’immigrazione anche per mettere una pezza sugli squilibri demografici che lo penalizzano alle elezioni. Il Partito Repubblicano non può permettersi di alimentare l’immagine di partito ostile all’immigrazione, soprattutto da parte degli ispanici, il settanta per cento dei quali ha votato per Obama, ma allo stesso tempo ha bisogno delle garanzie ottenute nello scambio fra senatori e subito censurate da Obama: controlli severi sul confine, uno status legale intermedio per chi paga una multa e le tasse arretrate, un percorso prudente e tortuoso per chi arriva negli Stati Uniti, tolleranza zero per chi ha la fedina penale sporca.
La riforma della legislazione sull’immigrazione potrebbe essere approvata entro la primavera/estate di quest’anno.
Si tratta di un fatto di importanza storica che rappresenterebbe anche una sorta di atto conclusivo di un processo iniziato nel 2010 quando Obama aveva presentato una proposta- il dreamact – per concedere la nazionalità americana a cittadini stranieri giunti da bambini negli USA. Tale proposta era stata bocciata dal Senato a maggioranza repubblicana.

Si tratta di una notizia storica anche per noi, per diversi motivi.
Il primo ben evidente, diretto e visibile nella nostra campagna elettorale è che uno degli atti immediati del nuovo e possibile governo di Centro Sinistra sarebbe quello di avviare la riforma delle leggi sulla cittadinanza affermando il principio dello ius soli e quindi che “chi nasce in Italia deve essere italiano”.
Un po’ più in generale tali processi e iniziative legislative sono il segno tangibile di un cambiamento radicale delle percezioni del mondo occidentale sull’immigrazione.

Nel suo discorso di giuramento Obama ha parlato della fine di una guerra decennale. L’interpretazione più diretta è stata quella dell’annuncio dell’uscita dalla crisi economico-finanziaria.
Ma a ben guardare nell’ultimo decennio(che, ad onor del vero, è stato un po’ piu’ lungo) si sono consumate diverse guerre, prevalentemente combattute da ricchi contro poveri.
Una di queste è stata la guerra contro gli immigrati che diversi governi e forze politichedella destra conservatricedei paesi occidentali hanno combattuto,attraverso legislazioni e pratiche discriminatorie, securitarie, repressive.
Ora anche su questo tema si volta pagina e lo si deve fare in maniera radicale.
E’ necessario che la politica si adegui al cambiamento, che già nella società è presente e diffuso, del discorso sull’immigrazione che non è, e non può più essere considerata, un’emergenza e un tema dimarginalità socialema un elemento fondamentale delle dinamiche civili, economiche e sociali del mondo in cui viviamo.
Qualche dato relativo alla situazione Italiana può aiutarci a capire la misura e la qualità di questo processo di cambiamento.


1 Senza cittadini stranieri l’Italia sarebbe un paese demograficamente in declino.

Rispetto al Censimento, 2001 quando la popolazione residente censita era risultata pari a 56.995.744, si registra un incremento complessivo di 2.438.000 individui (4,3%); considerato il lieve calo della popolazione di cittadinanza italiana, tale incremento è da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Infatti, rispetto al censimento del 2001 la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di oltre 250 mila individui (-0,5%), mentre quella straniera è aumentata di 2.694.256 individui (+201%).

2 Senza cittadini stranieri l’Italia sarebbe un paese sempre più vecchio e con sempre meno bambini e bambine.

L’età media dei cittadini italiani è di 44,2 anni mentre quella degli stranieri residenti in Italia è di 31,1
Il rapporto tra la popolazione con 65 anni e più e quella con meno di 15 annidei residenti in Italia è notevolmente aumentato passando dal 46,1% del 1971 al 148,7% del 2011 (131,4% nel 2001).
Tale rapporto per i soli cittadini stranieri residenti in Italia è, invece dell’ 11,6.
Inoltre se allo scorso censimento gli stranieri erano più giovani degli italiani mediamente di 10,7 anni, al 2011 questo divario è aumentato a 13,1 anni, per effetto non soltanto di flussi in entrata di stranieri in età giovane, ma anche di una maggiore prolificità rispetto agli italiani. Il 28,6% dei cittadini stranieri residenti in Italia ha meno di 15 anni. Tra gli italiani questa percentuale scende al 17,9%

3 I cittadini stranieri contribuiscono in maniera significativa sviluppo imprenditoriale del nostro Paese

Secondo un lavoro del Centro Studi di Cerved Group del 2011. La presenza di stranieri tra gli imprenditori e i soci delle imprese italiane è cresciuta rapidamente nel corso del decennio e indica chiaramente il ruolo sempre più importante che i nati all’estero rivestono nel nostro sistema produttivo: all’inizio del 2011 si contano 442 mila piccoli imprenditori stranieri, iscritti alle Camere di Commercio con la carica di titolare di ditta individuale (circa 334 mila, contro gli 81 mila del 2000) o di socio di società di persone (circa 119 mila, contro i 53 mila del 2000). Nel corso del decennio è profondamente mutato anche il profilo degli imprenditori nati all’estero: mentre nel 2000 gli stranieri erano prevalentemente nati in paesi della vecchia Unione Europea o in Svizzera, oggi sono soprattutto immigrati provenienti da paesi in via di sviluppo ad avviare nuove imprese: nel 2000 si contavano solo 21 mila titolari di ditte individuali e 10 mila soci di società di persone provenienti dai primi 15 paesi per immigrazione; nel 2011 i titolari sono diventati 197 mila e i soci 45 mila. I dati tratti dagli archivi di Cerved Group indicano chiaramente che lo sviluppo dell’imprenditoria tra i migranti è stato intenso nelle forme di impresa più semplice, ma è ancora limitato in quelle più strutturate, dove aumenta l’onere amministrativo e burocratico in capo all’imprenditore:  le società di capitale con un Cda costituito da Cinesi, Rumeni o Egiziani sono prevalentemente microscopiche e quelle che superandola soglia di 10 milioni di euro sono ancora una rarità.

4. l’Atteggiamento dei cittadini italiani è in forte mutamento

I risultati dell’indagine condotta dall’Istat nel 2011, su un campione rappresentativo di cittadini italiani di oltre 7.000 individui, relativamente alle percezioni degli italiani nei confronti degli immigrati, disegna un quadro ben diverso da quello che la destra italiana sbandiera continuamente.

• Il 72,1%, dei cittadini è favorevole al riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati nel nostro Paese.
• Il 91,4% ritiene giusto che gli immigrati, che ne facciano richiesta, ottengano la cittadinanza italiana dopo un certo numero di anni di residenza regolare nel nostro Paese: sono sufficienti 5 anni per il 38,2% dei rispondenti, ne occorrono 10 per il 42,3%.
• Il 60% dei rispondenti è molto o abbastanza d’accordo nel ritenere che “la presenza degli immigrati è positiva perché permette il confronto con altre culture”. Altrettanti (63%) sono d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare”. È del 35% la quota di quanti ritengono che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani.
• Sulla convivenza religiosa, la maggioranza (59,3%) esprime una posizione di tolleranza, dichiarandosi poco per niente d’accordo con l’affermazione secondo la quale “le pratiche religiose di alcuni immigrati minacciano il nostro modo di vivere”, anche se il 26,9% è contrario all’apertura di altri luoghi di culto nei pressi della propria abitazione e il 41,1% all’apertura di una moschea.
• È pari, infine al 42,6% la quota di quanti si dichiarano molto o abbastanza d’accordo con il diritto di voto nelle elezioni comunali agli immigrati che risiedono da alcuni anni in Italia, anche se non hanno la cittadinanza italiana.

Quando si parla di mercato, di investitori esteri e cose del genere bisognerebbe innanzitutto cominciare a domandarsi (e adire) concretamente di cosa stiamo parlando.
La crisi del modello economico-finanziario che ha caratterizzato il ventennio e, soprattutto, l’emergere nella ribalta mondiale di nuovi protagonisti dello sviluppo economico e civile, l’affermazione di importanti processi di crescita democratica nel mondo, nei paesi Extra-comunitari ed extra-occidentali, sta rendendo vecchio e irreale gran parte del sistema di significati entro il quale si muovono gli avversari politici del centro-sinistra in Italia , sia quello della destra berlusconiana, sia quello della “modernità” montiana.
Non solo perchè la legge contro gli immigrati vigente in Italia si chiama Bossi-Fini, ma soprattutto perché il futuro dei cambiamenti degli equilibri geo-economici e dell’affermazione di un vero multilateralismo non può che realizzarsi assieme all’ampliamento della diffusione dei diritti universali di cittadinanza.
Infine, e per finire con “leggerezza” – potrebbe valere come emblematico e per noi ben augurante il ricordo dell’episodio della caduta di Letizia Moratti nello scherzo sulla Moschea di Sucate, nel corso della campagna elettorale di Milano di due anni fa.
Allora un gruppo di giovani inviò un messaggio via twitter a Letizia Moratti chiedendo di prendere una netta posizione sull’ipotesi di costruzione di una moschea abusiva nel comune di Sucate. La risposta, sempre via Twitter fu immediata: “nessuna tolleranza per le moschee abusive..”.

Peccato che il comune di Sucate non compaia su nessuna carta geografica ne’ amministrativa.
Anche tale episodio, oltre a rendere evidente il condizionamento e l’automatismo pregiudiziale su questi temi della politica della destra nazionale, ci aiuta a spiegare le ragioni del suo tramonto e che verrà e dovrà essere sancito definitivamente il 25 febbraio
sucate

2 commenti

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2 risposte a “Cosa intendiamo quando parliamo di “investitori esteri”

  1. gianfranco

    La poltica dell’immigrazione in Italia va fatta perchè non è stata mai fatta; solo leggi anti-immigrazione che indicano la poca lungimiranza politica dei nostri governanti, principalmente di centro-destra.
    La cittadinanza ai figli degli immigrati è un tema di “diritti” e questo andrebbe rapidamente affermato, come mi pare cominci ad essere lentamente riconosciuto sia a livello istituzionale che in parte sempre più consistente del mondo politico.
    Sui dati demografici ed economici, delineati dall’articolo, muoverei alcune considerazioni.
    1. Non andrei spedito a sostenere che per avere una popolazione attiva bisogna puntare sugli immigrati che fanno figli. Il problema grave è che gli italiani non fanno più figli è questo è un’anomalia, anche rispetto ai paesi più sviluppati. Da questo punto di vista, la politica dell’immigrazione si lega a quella della famiglia e dell’occupazione giovanile.
    2. La vitalità economica dell’immigrazione in Italia, pur necessaria ad un sistema economico che registra la chiusura di decine di piccole imprese al giorno, è povera e spesso senza potenzialità di crescita. Gli “stranieri” dovremmo portali in Italia, magari più ricchi o con più accentuate potenzialità di crescita. In questo caso il tema dell’immigrazione si lega a quello delle politiche industriali, dei servizi, ma anche all’attrazione di intelligenze e creatività da parte di tutte le comunità del pianeta che oggi scelgono destinazioni diverse dalla nostra. D’altro canto non siamo capaci di trattenere nemmeno i nostri giovani più capaci e volenterosi….

  2. Redazione

    Sono d’accordo in linea di massima con il commento ma quello che voglio dire e che i dati in parte dimostrano che la presenza e la vita di cittadini stranieri in Italia. nonostante le politiche della destra e l’orribile Bossi Fini. è parte delle nostre “normali” dinamiche sociali e, peraltro, può essere letto come (ed in effetti è) un fattore di sviluppo e di dinamismo sociale

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